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Autore: ismael

Ricordo delle Ande, dove non son mai stato.
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Abstract: Canto de Pueblos Andinos

Riferimento: inti illimani


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La scuola è finita ed è estate, e qualche mattina la passo con mio zio che fa il postino. Mio zio porta la posta con la sua macchina, che è una Panda beige, una scatola squadrata lercia di cose secche e minute che fanno un odore buono, in fondo, paglia e stoppini, briciole, e semi di zucca andati a male e a volte sterco di vacca sui lacci delle scarpe e radici di liquirizia che mio zio mastica per smetter di fumare. I sassolini e le pagliuzze si accumulano nelle tasche enormi a borsa della Panda, beige come l’esterno, insieme a spille e graffette e lettere dimenticate, inevase, pubblicità scadute e bollette da pagare che mio zio dimentica, posta dei suoi familiari che lascia per ultima lì dentro. Il tascone del cruscotto della Panda mi ricorda sempre un’amaca. /// Mio zio ha una faccia secca per il sole, olivastra e affilata, i capelli a mezza lunghezza non curati e il naso lungo, sul tipo di Lee Van Cleef. Ogni volta che scende dalla macchina con la cartella di cuoio della posta, io resto dentro seduto ad ascoltare la cassetta che c’è nel mangianastri. Quando s’invaghisce di una sua cassetta la tiene, sempre quella, un mese intero, e scuote la testa, nell’ascoltare, con un trasporto di cui qualcuno in paese fa la parodia; manda indietro cinquanta volte lo stesso brano per farmene sentire un passaggio, e continua a ciondolare come quando strimpella la chitarra classica - o la folk, è da quando era ragazzo che strimpella la chitarra ed è sempre allo stesso livello, qualche brano classico imparato a fatica e bloccandosi sugli stessi punti, Tarrega e “giochi proibiti”, s’indebita per chitarre favolose che poi non s’attenta a suonare. Davanti al bar, lo sopportano. /// Quelle che ascolto nella sua Panda sono le mie prime cassette, e quando mio zio scende per consegnare la posta e si ferma in chiacchiera, se la macchina l’ha lasciata accesa - sono i primi anni ottanta e non c’è ancora coscienza ambientale o risparmio energetico, e a dir la verità non c’è neanche adesso su da noi, i contadini il trattore lo lasciano acceso mentre non lo usano, e la macchina la lasciano accesa, sotto al bar, anche se stanno a chiacchierare per mezz’ora, e le bestie si picchiano, se serve - io dentro continuo ad ascoltare. Ma se la spegne è un attesa tediosa nel caldo e io rovisto con le braccia intere nelle tasche laterali della Panda, o in quella gigantesca del cruscotto, che è stoffa appesa ad un tubo a ciondoloni. Mi guardo le copertine, e leggo ogni lettera stampata che c’è scritta. /// Le mie prime cassette sono quelle di mio zio. “Desire” di Bob Dylan. Ventimila volte m’avrà raccontato la storia di sto pugile, e adesso non me la ricordo, a dire il vero. Una raccolta dei Canned Heat. Diecimila volte m’avrà raccontato che il batterista s’è impiccato a una sequoia, e io con mia cugina, alle elementari, l’ho scritto sul nostro giornalino dove scriviamo gli articoli e disegnamo le foto ma anche le pubblicità inventate di prodotti che non esistono. A tutt’oggi non so se poi sia vero. Il primo di Jimi Hendrix. “Harvest” di Neil Young. Una di Frank Zappa che non mi ricordo, che però, ricordo questo, mio zio mi dice cento volte che la tale canzone parla di uno a cui puzzano i piedi, e a me è sempre rimasto impresso il fatto che uno scrivesse una canzone su un uomo che puzza. L’odore della macchina è una puzza buona. /// E infine “Canto de Pueblos Andinos”, degli Inti Illimani. All’epoca credo mio zio votasse ancora a sinistra, ma stava per diventare adulto, dopo aver preso, da ragazzo, botte e calci da mio nonno perché non voleva tagliarsi i capelli, e mio nonno in giorno di elezioni entrava sbraitando e bestemmiava, non era possibile che in paese ci fossero stati due voti al Manifesto, “vorrei proprio sapere chi sono, quei due schifosi, da calciarli ben a modo” - ed erano mio zio e mia mamma. //////////////////////////////////////////////////////////////////////////// La cassetta degli Inti Illimani è la mia preferita ed è la prima che mi faccio duplicare. È la mia prima cassetta proprio mia, a casa ne avevo già altre tre, una di Hendrix, una di De André e una raccolta di Francesco De Gregori, però quelle sono ereditate da mia mamma. /// La cassetta si sente malissimo fin dall’inizio, ce l’ho ancora e non è peggiorata adesso che ha venticinque anni. (Io a dire che una cosa che posseggo ha venticinque anni mi verrebbe voglia di lasciar qui di scrivere e buttarmi giù dalla finestra immantinente). /// Il brano che per anni ho preferito è un pezzo strumentale che dura poco, e comincia dal niente, il volume è bassissimo e pian piano si alza, come di una banda che venga da lontano e si avvicini progressivamente, arriva al culmine vicino alle tue orecchie e si aggiungono intanto strumenti, mandolini, chitarre e flauti che si sommano suonando un tema ripetitivo di pentatonica minore e le sue armonizzazioni; giunti all’apice cominciano a scemare, e si allontanano fino a svanire: come la musica è emersa dal fruscio della cassetta registrata male, nel suo svanire ci ritorna, così che la musica non è che nasca e torni a morire nel silenzio, ma piuttosto in un fruscio movimentato come d’estate quand’è pieno d’insetti, e denso come l’odore di paglia e radici e sterco secco e polvere che non è un odore neutro, e c’è il sole, c’è sempre il sole, c’è una distesa di sole smisurata. /// La struttura della melodia è una pentatonica minore, su un intervallo di terza fra due accordi normalissimi, minore e maggiore, occidentali, ma una melodia che è chiaramente asiatica scesa attraverso lo stretto di Bering millenni e millenni fa, come tanti di questi canti andini. //////////////////////////////////////////////////////////////////////////// Non ho mai smesso di ascoltare gli Inti Illimani. Magari, certi periodi li avrò un po’ lasciati lì. Ma certi altri sono tornati insospettabilmente ad accompagnare giorni della mia vita che uno direbbe, poteva capitarci sotto qualcosa di più attuale. Non me ne vergogno, anche se è una cosa solo mia, perché nessuno dei miei amici che pure ascoltano quel che ascolto io li considera se non con un sorriso, anzi ne legge un lato retorico, ingenuo, sorpassato. “Li ho visti anch’io gli Inti Illimani... Però non ho pianto!”. Per legge postideologica chi sogna o s’indigna del mondo presente è solo un reduce patetico che bambineggia fuori tempo massimo, e ogni mattina poi è meglio che scrolli via i capelli dal cuscino, esca dal suo medioevo e con i piedi per terra se ne vada a lavorare nel mondo moderno - e cioè nell’Ottocento del vapore e del carbone che il padrone gli sta ripristinando. /// A me, comunque, non è l’armamentario nostalgico - che pure, che male ci sarebbe? - ma è la loro musica, che avvince. I giri armonici, i cori. Da queste parti in Emilia han suonato, negli ultimi anni, a feste dell’Unità magari di secondo profilo, con meno aria fritta e più odore di fritto, poco in pendant col PD, o in qualche circolo Arci con un’indole meno elettrochic e DJ-set e invece più pane e salame da equo cliché solidale, ed è stato un piacere tornarci e baciarsi col mio amore d’allora e accendere il telefono un momento per far sentire un pezzo a mia mamma che prende su dall’altra parte e crede che mi sia partita per sbaglio la chiamata, e mette giù per non farmi spendere dei soldi. /// Adesso mio zio legge “Libero”, e dice che la colonizzazione dell’America Latina fu un bene perché prima di Colombo c’erano solo popoli sanguinari e senza civiltà, ed è ingrassato e alla chitarra suona sempre le stesse tre canzoni, e quando s’inceppa su un punto dello spartito che non riesce a leggere mi chiama dalla finestra, se sono in casa da mia mamma, e viene a chiedere lumi. //////////////////////////////////////////////////////////////////////////// Così in conclusione, senza esserci mai stato, le montagne per eccellenza dove un giorno vorrei andare ma credo che i polmoni e il cuore mi scoppieranno per l’emozione il giorno che ci andrò sono le Ande. /// Così, per esempio, se una qualunque notizia viene dall’America Latina io me la leggo da cima a fondo nel giornale, mentre magari, lo so colpevolmente, se viene dall’Africa o dal Sudest Asiatico le dò una scorsa e passo oltre. /// Così, per esempio, nemmeno nel momento in cui poteva quasi sembrare mi ghermisse quest’estetica di cimiteri lividi e uccellacci neri e fiori smorti nella nebbia esangue, non sono mai stato un vero darkettone. Mai. /// Così, per questo se conosco una ragazza che ha passato del tempo in Argentina, o in Cile, o in Perù, quella ragazza mi sembra all’istante più bella e speciale di un’altra. /// C’è un film di Wong Kar Wai, “Happy Together”, che da quando me ne sono innamorato l’avrò visto dieci volte, con due ragazzi di Hong Kong che finiscono persi nell’altra parte del mondo, in Argentina e non torneranno mai più a casa, e si amano e si perdono e sprofondano nella disperazione, nei tanghi di notte e nel vento che urla per la solitudine sul fondo della Patagonia, o alle cascate d’Iguazu. Ho giurato che prima o poi attraverso l’oceano e ci vado. /// C’è un libro di Eduardo Galeano, “Memorie del fuoco”. Non riesco a parlarne, va letto. /// C’era un cartone animato che si chiamava “Esteban e le misteriose città d’oro”, non l’hanno mai più ridato, maledetti, parlava di un bambino che salpava per le Americhe, dell’Eldorado e di Atahualpa, del Condor d’oro, una macchina volante dell’antico impero Mu, di conquistadores e civiltà nascoste, e a dieci anni uno intero lo passai disegnando giaguari sul quaderno. //////////////////////////////////////////////////////////////////////////// C’è una banda che arriva salendo fra le pietre e senza che io distingua i volti di chi suona, o sappia i loro nomi, se ne andrà; sorgono e s’inseguono gli strumenti a corda, e a fiato, e a percussione, e sollevano la polvere e la paglia, sulla cima di una montagna secca, tessuti grossi e sgargianti sotto il sole, e odore di sterco e di radici, finché la banda si allontana e i disegni sui vestiti si confondono nell’afa e la vista mi trema, quel poco di metallo che c’è sui finimenti e sui cembali e le chiavi manda abbagli e la musica si spegne, e il suono si è sfaldato in un silenzio strabordante d‘insetti.



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