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Autore: Papèria
Almost blue

Ascolta la musica:
Abstract: Io vivere vorrei addormentato/entro il dolce rumore della vita (S.Penna)
Riferimento: Elvis Costello
Io e il mio letto, e l’altra metà e le cose che ci butto sopra, il computer, i libri e le mollette per i capelli. Dipingo come nel Triple self-portrait di Rockwell il mio provvisorio, il mio quasi, all’apice della stanchezza di vivere in un limbo. O anche all’apice dell’incapacità di vivere in un limbo. O di ballare il limbo. Di stanza in un limbo, l’ho arredato con gli stickers e i posters, l’ho riempito con i miei vestiti e qualche libro. L’ho reso una casa, mi ci sono accomodata. Per fortuna che alla fine il divano non l’ho preso più. Tutto il provvisorio che ho intorno si è candidato pian piano a diventare stabile, e io l’ho accolto senza pensare. Quella stessa assordante dannata musica dei miei stivali che ascolto senza interruzione mi ha impedito i pensieri e inchiodato al provvisorio velleità di permanenza. Cosicché ho costruito una casa, una vita, un lavoro a tempo indeterminato. Mi manca solo sposarmi e avere dei bambini. Ma il provvisorio è provvisorio e io ci sono incastrata dentro, eppure non ci sono. Non mi ci ritrovo. Ho provato a cercarmi innanzi tutto fra le pagine dei libri. Ma erano troppi, e tutti maledettamente uguali nel loro disordine, nel loro bisogno di essere sistemati, e spostati. Mai smitizzazione fu più calzante se non quella della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte. E basta con questo falso mito dell’oggetto-libro. Ormai lo sanno tutti che per mostrare di essere intenditori bisogna annusare le pagine, perciò non c’è gusto. E basta anche con questi curricula in cui “per me sarebbe il massimo lavorare in una libreria”: trasudano la totale ignoranza riguardo al faticoso mondo del settore terziario. Ma il solo pensarci è così poetico che si rischia di rimanerci invischiati, in effetti. Fallita la mia ricerca all’incirca fra il magazzino e i quaderni da prezzare, mi sono concentrata sull’università. Lo studio, o almeno una sua qualche sembianza, mi è sempre appartenuto in fondo. Ma è finita male anche lì: il mio ultimo esame, quello di cinema, su Monicelli, stava per trasformarsi in una supercazzola, tanto per il gusto di fare una finezza. Perché in effetti non c’ero neppure lì, tra i corridoi della mia facoltà, intrisi di burocratiche nevrosi. Così ho pensato, in quale miglior rifugio potrei nascondermi se non nei miei problemi di salute cronici? Nei miei raffreddori e broncospasmi? Una settimana di riposo e dosi massicce di antibiotico, film su film, divani, casa dei miei. Ci sarei rimasta almeno almeno un altro mese. Ma non mi sarei trovata ugualmente. Figuriamoci poi a vedere il debutto a teatro di un amico, emozionante ma non più mio. Poi l’eureka: nell’indolenza del mio limbo “quasistico” ci voleva qualcuno con il pugno fermo, un professionista nella ricerca. Google. Nome, cognome. INVIO. Le mie più illustri omonime sono nell’ordine la direttrice della collana Feltrinelli Kids, un’attrice e autrice teatrale, una poetessa. Brrr. Con la poesia in effetti ho chiuso a quindici anni, l’ho capito subito che sarei stata di troppo. Ed è andata così anche col teatro, una valeriaraimondi poteva anche bastare. Quanto all’editoria infantile, sono prossima ad un corso di formazione in merito. Non per scelta. Ma è evidente, e lo era sin dall’inizio in quanto ero già a conoscenza dell’esistenza di colei che ha il vanto di aver tradotto i libri di Madonna, che neppure in questo settore c’è spazio per me. Ce n’è già un’altra. Quando si dice il destino nel nome. Mi ero trovata sì, ma non mi ero trovata tanto bene. Così ho tentato anche la ricerca in IMMAGINI e, sorpresa, sono uscita io, proprio io. In qualità di anonima vincitrice di un anonimo concorso letterario. Meglio di niente. Eccomi qua, o eccomi quasi. Al gretto provvisorio preferisco di gran lunga il transeunte. Ora so che Google ha tutte le risposte, o quasi (ad esempio non sa chi è Esther da Ravarino della canzone di Capossela). Ora posso traslocare dal limbo con tutta la mia transitorietà. L’essere quasi triste, quasi felice, quasi ieri, un po’ più domani. Almost blue, Its almost touching it will almost do, There’s a part of me that’s always true...always. Almost me. Almost you. E basta anche con questo falso mito del quasi. Tanto ormai lo sanno tutti che fra due minuti è quasi casa, è quasi giorno, è quasi amore. Non c’è gusto.
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