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Autore: miwako
MAESTA' FORMICA

Abstract: Ho sempre pensato che la vita e la musica fossero due cose inscindibili. Che l'uomo, come macchina emozionale, non possa vivere senza la musica. Perché la musica è tutto, è una miscela di colori, sapori, rumori e odori di cui non possiamo fare a meno. Poi ci sono quei momenti. I momenti che i cambiano per sempre. E c'è, una colonna sonora per quei momenti. Marginale o meno. Non potrai più dimenticarla.
Riferimento: Ben Harper
Maestà formica, mi chiamava. Non ho mai saputo il perché. Luigi ti trovava dei soprannomi senza senso e te li affibbiava per tutta la vita. Era così per tutti. Per tutti quelli della banda, come dicevamo. Molte volte, però, avrei voluto chiedergli il perché del mio. Come lo avesse scelto o roba del genere. Tutti dicevano che lui avesse una cotta per me. E, allora, continuavo a ripetermi "per quale accidenti di motivo ha scelto un soprannome così?". Gli innamorati si danno tutti dei nomignoli strani e mi sarei aspettata qualcosa come chicca, stella, cucciola, pulce, amore, ma lui niente, mi chiamava maestà formica. Claudia diceva che non avrebbe potuto, neanche volendo, darmi un nome scemo. Uno di questi sdolcinati o giù di lì. Che poi, se ci pensi bene, alla fine, non sono neanche così scemi. Vuol dire che hai qualcuno che te li dà, e questo, vale già da sé. Il pomeriggio ci vedevamo sempre al muretto. Lì, in quella specie di area parco giochi dove c'erano sempre fumati e ubriachi ma mai bambini. Una di queste aree di periferia che nasce per uno scopo sociale e poi, col tempo, ne acquista un altro. Come una sorta di passaggio di status. Prima ero questo, ora cambio. Non che il nuovo uso non fosse altrettanto sociale. Almeno, per noi lo era. Luigi, scendeva sempre per primo. Con la storia che non lavorava aveva un sacco di tempo libero. Tempo da sprecare, anche. Ma a lui, piaceva così. Se non arrivava nessuno si faceva la passeggiata con il cane Argo e fumava. A volte un caffè, a volte una birra. Poi arrivavano gli altri e rifumava, in compagnia. Era una specie di rituale. Una cosa che forse, sembrava unire di più. Alla fine, arrivavo io. Con le mollette sui capelli per togliere la frangetta e gli occhiali che non avevo avuto tempo di togliermi, visto che per stare tutto il pomeriggio su quei dannati libri di diritto medioevale...beh, avevo fatto puntualmente un'ora di ritardo. Era quel periodo. Il periodo in cui dovevo preparare l'esame di storia del diritto medioevale e moderno, e lo rimandavo in continuazione. Non so perché. Forse, la poca voglia di sentirsi fare domande. A volte capita nella vita. "Ecco maestà formica" diceva lui da lontano. E tirava fuori un'altra sigaretta dal pacchetto. Tutti ridevano. Perché tutti dicevano che io e luigi eravamo fatti apposta per stare insieme. Era una cosa risaputa. E tutti ci avrebbero scommesso 100 a 1 che sarebbe andata così. Probabilmente lo sapevo anche io. Che zitta zitta, gli volevo un bene cane. Si dice? Beh, provavo qualcosa di veramente importante per lui. Forse così è meglio. Poi era passato il tempo. L'esame lo avevo dato e avevo strappato un ventiquattro. Considerata la voglia di stare sui libri, andava bene. Considerato che lo avevo portato fino all'ultimo appello, anche. Luigi era ancora lì. E io, io ero ancora maestà formica. Avevamo pensato di organizzare una specie di cena al muretto. Portando ognuno qualcosa. Crocchette, chele di granchio, olive all'ascolana, dolci vari e l'immancabile insalata di riso. Gionata aveva portato lo stereo e lo sparava a bestia. Attaccato al suo vecchio amplificatore per chitarra. Io e Luigi stavamo fumando una sigaretta, da una parte. Birra in mano. Ben Harper ci faceva compagnia. Diamonds on the inside. A volte capita che succedono cose che non ti aspetti. Luigi aveva detto un qualcosa che suonava come "mi sono innamorato di te". Beh, io balbettavo. Non riuscivo a buttare giù una frase di senso compiuto. "Io mi sono innamorato di te" ripeteva lui. E mi guardava. Non so neanche com'è, avevamo ballato, con quella canzone che, sembra quasi ti faccia dimenticare tutto il resto. Sembra una concentrazione di pace-amore-empatia che non può fare a meno di contagiarti e renderti in qualche modo anche felice staccandoti e sollevandoti dal resto. Almeno, per noi era così. Il fatto che lui si fosse dichiarato, per me, non aveva spiegazione. Lui, stronzo incallito e bastardo fino al midollo, aveva dimostrato di poter aprire il suo cuore. Di ripulire le sue parole della strafottenza che le caratterizzava. E di essere capace di guardare negli occhi qualcuno con affetto, trasporto. Con sentimento. Davvero. Con sentimento. Io, che ero una grande leggitrice di sguardi avevo visto anche paura però. Un lampo di paura che aveva attraversato il tutto. Anche l'esercito delle sue buone intenzioni. "Sono timido" aveva detto. Come accorgendosi del fatto che io avevo notato qualcosa. Perché, se una cosa era vera, era che io e Luigi ci conoscevamo alla perfezione. Era una simbiosi. Un qualcosa di forte e viscerale, che non aveva mai avuto bisogno di parole. Come una prepotenza della natura, un tornado che strappa il tuo cuore, coi denti di un mastino e senza che neanche te ne accorgi lo dà in pasto agli squali. Io gli avevo creduto. Avevamo cenato e mi aveva accompagnato fino a sotto casa. Come faceva sempre. Ma quella sera, i suoi passi che risuonavano sull'asfalto accanto ai miei, avevano un altro suono. Un suono diverso. Ci eravamo salutati con un bacio. E io gli avevo detto "Cos'è che ti ha fatto capire che..." "Ben Harper - aveva risposto - era già da un pò che sentivo quella canzone e pensavo a te" Beh, questa era una cosa da innamorati. Poteva sostituire i soprannomi strani e buffi che mi sarei aspettata da lui. E non avevo pensato a maestà formica. Anche se avrei dovuto. Non sapevo che io e Luigi avevamo ballato il nostro ultimo tango e che il sipario stava per calare. Non sapevo che l'indomani sarebbe partito. Che ci avrebbe lasciato tutti senza dire una parola nè sputarci un qualunque recapito. E non sapevo che aveva detto quello che aveva detto solo per non dirmi addio. Non saprò mai perchè mi chiamava maestà formica. Ma questo è un mio ricordo. E il pensiero del suo sguardo ha musica propria, per me. Brilla di diamonds on the inside.
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