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Autore: ben crood

Brindisi non è Napoli
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Abstract: La musica ci accompagna una vita intera. Non è il caso dell'indie.

Riferimento: Brindisi, Caesarians live


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Diciamoci la verità: da quando ho smesso di essere indie sono una persona migliore. Mi rendo conto di quanto faccia ridere questa frase mentre la evidenzio col cursore del mouse per cambiare carattere. Ma è la verità. Pura verità, come l’acqua di un ruscello di montagna del Klondike. Dunque, smettere di essere indie mi ha sostanzialmente estromesso dai giochi della mia generazione. Non posso più condividere granché con i neosensibilisti e i post-qualcosa che affollano i concerti più cool della zona. Poco male. Andare a sentire un bel gruppo solo perché bisogna esserci. Compiere un leggero movimento con la testa come segno d’approvazione – non certo di divertimento – per quel gruppo. Guardare con aria fintamente distratta gli assoli del chitarrista per rubare qualche trucchetto piuttosto che scatenarsi nel ballo (tra l’altro, i chitarristi indie fanno schifo, c’è poco da imparare). Rivalutare qualsiasi pezzo anni ’80 se qualcuno più cool e indie di te lo ordina. Insomma, ho smesso di fare tutte queste cose ma vivo meglio. Sono contento. Se dovessi associare una canzone al mio periodo indie, ne prenderei una a caso dei Caesarians. Che non sono un gruppo indie ma questo l’ ho scoperto da poco. Più che altro si tratta di un incrocio tra la musica da camera britannica e Tom Waits e Nick Cave. Dicevo, una canzone a caso dei Caesarians, nati dalle ceneri dei Christian Death, un gruppo punk. Il punk gli è rimasto dentro, da bravi ubriaconi inglesi quali sono (per la verità sono due uomini e due donne). Dunque, una canzone punk per il giusto commiato all’indie. Ero a Brindisi nel locale più indie della provincia, non a caso teatro dell’esibizione dei gruppi più smielati e arpeggiosi che questa terra abbia mai conosciuto. I Caesarians suonavano là e ho deciso di dargli una chance. L’ultima chance per l’indie. Non c’era molta gente, per la prima volta riuscivo a sedermi a un tavolino vicino al palco. Mi rendo subito conto che di indie ci sarebbe stato ben poco. I quattro erano in giro per il locale a sbronzarsi, il cantante era vestito elegante con delle scarpe da dandy e un ciuffo da crooner anni ’50. Il batterista era un ibrido tra un mastino e Phil Selway dei Radiohead e ogni tanto usciva dal locale per telefonare alla fidanzata. La tastierista era una specie di creatura gotica simile a un personaggio interpretato da Diane Keaton in un film di Woody Allen con tanto di scarpette rosse in stile sanculotto. Le altre due del gruppo, una al clarinetto e l’altra al trombone, erano due punkettone sopravvissute a qualcosa. Una coi capelli corti e l’aria da pub dopo una partita dell’Arsenal, l’altra con tanto di cresta, un culo a scialuppa di salvataggio e le braccine corte sotto la giacca elegante. Per quanto un punk possa essere elegante. Il concerto inizia e il cantante comincia a mimare i testi delle canzoni. Al secondo pezzo requisisce una sedia a un povero cristo indie del pubblico e la mette davanti al palco. Ci si siede con le gambe divaricate e gonfia le guance per suonare l’armonica. Poi continua a bere e comincia a innervosirsi. Il motivo è semplice. Intorno ci sono una decina di anonimi indie immobili. Si capisce che il concerto gli sta piacendo anche se sono fermi. Vorrei dire al cantante che quello è il loro modo di dire che va bene. Ma ormai è una furia. A un certo punto tira un calcio all’asta del microfono e colpisce un tavolino. Continua a cantare. La gente sorride, è imbarazzata. Eppure il gruppo è un lanciafiamme inarrestabile. Poi il cantante spiega. Turn off the lights, one of us has a problem with lights, come here if you really wanna see, o qualcosa del genere. Insomma, bisogna spegnere le luci, penso che qualcuno di loro abbia problemi con gli attacchi epilettici (ma chi ha organizzato il concerto non lo sa?), perciò se la gente che sta dietro vuol vedere deve avvicinarsi. Il cantante va a nozze coi poveracci della prima fila. Scende dal palco, li indica, gli canta in faccia, suda e il suo sudore insegue i testi sputati in faccia agli indie. Che nel dubbio rimangono immobili. Certo, annuiscono. Si vede che gli piace. A un certo punto il tipo manda a quel paese l’asta, prende il microfono e senza curarsi troppo se il filo tiene va a versarsi da bere al bancone continuando a cantare. Poi torna sul palco, tira fuori una tromba da una valigetta e dimostra che a quarant’anni suonati ha più fiato di tutti noi messi assieme. Tra le ultime canzoni ce n’è una strumentale. Scendono tutti dal palco tranne Phil Selway. Il batterista esplode in un assolo a metà tra il jazz e il noise, poi s’incazza come una bestia, tira un calcio alla cassa e comincia a urlare una poesia. Il cantante intanto si è seduto accanto a me al tavolo insieme alla tipa con la cresta. Sudano come due schifosi, lei si getta dell’acqua sui capelli. Penso che in Italia fa più caldo che da loro, forse non sono abituati. Ma ho davvero paura che il tizio mi picchi. Allora per tenerlo buono gli faccio ‘ok’ con le mani, accompagnando il gesto con un’occhiata di approvazione. Nei suoi occhi invece leggo tutto l’opposto del terrorismo psicologico messo in scena fino a quel punto. Mi ringrazia e mi stringe la mano. E’ grossa e sporca, penso che forse è un proletario come tutti i punk che si rispettino. Magari lavora ancora in qualche fabbrica vicino Manchester. Poi mi ricordo che i Caesarians sono comunque in tour su un pulmino e mi spiego perché è sporco. Ma non certo le mani grandi. Poi lui torna sul palco, s’incazza di nuovo e finisce il concerto. Alla fine applaudono tutti, persino il re dell’indie, un tipo con degli occhiali tondi tipo gli intellettuali degli anni ’50 che ha seguito il concerto defilato. Finita la performance comincia l’attività di consultazione. Tutti gli indie, in special modo quelli che suonano, si avvicinano ai cinque musicisti. Si complimentano, chiedono consigli tecnici, cercano di accattivarsi le simpatie di quelli con qualche diatriba locale (sono inglesi, diamine, cosa volete che gliene freghi dei Discodrive?). I Caesarians sono fin troppo gentili. Vorrebbero solo parlare del fatto che sono esausti. Fred, così dovrebbe chiamarsi il cantante, prendili tutti a calci in culo, penso. Poi tocca a me. Per la verità non volevo parlarci. Però spiavo da vicino e a un certo punto mi trovo Phil Selway davanti, devo dirgli qualcosa in un inglese fuori allenamento. -Ehm, how much for your cd? -Four euros, it’s our new ep! -Ep? How many tracks? -Two. -Ehy, too much. Devo dire qualcos’altro per non sembrare taccagno. Spostare l’attenzione. -Ehm... Do you like Brindisi? Poi ecco che interviene Fred. -Yes, there’s the sea! And nice girls! -Yes. -Brindisi is like Naples or Capri to me... You know? -Well, yes, but I don’t think so. Brindisi is a sort of stinky place and... A quel punto un paio di tizi indie si inseriscono nel discorso e cominciano a parlare della scena napoletana. Pare che al momento sia molto viva. Diamine, Fred, penso, Brindisi non è Napoli. E il punk non è indie. Esco fuori dal locale, fumo una sigaretta. Penso a quando si poteva fumare nei luoghi pubblici. Ascolto due tipe indie che parlottano tra loro. Discutono delle scarpe della tastierista gotica, quelle in stile sanculotto. Una delle due tipe si lamenta che il suo ragazzo non le comprerebbe mai delle scarpe del genere. Spengo la sigaretta in una pozzanghera, vado via. Phil Selway è ancora al telefono.



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