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Autore: riccardo

I Matti
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Abstract: Cave Canem

Riferimento: I Matti - Francesco De Gregori


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Ho messo di nuovo dentro l’mp3 De Gregori per me.



De Gregori per me è una compilation che mi ero autoprodotto in un periodo in cui ne avevo particolarmente bisogno. Ci sono in successione Belli Capelli, Buffalo Bill, Il Canto delle Sirene, L’Impiccato, L’Abbigliamento di un Fuochista, Atlantide, Le Storie di Ieri (naturalmente), Spalle Larghe e I Matti. A chiudere La Campana e San Lorenzo.



Con questa compilation me ne sono andato a correre. Altra cosa che faccio quando ne ho particolarmente bisogno. Male non farà. Correndo vengono in mente tante cose.



Abito in un altro posto ora e così vado a correre per altri posti. Appia Antica. Parco della Caffarella. All’altezza della Circonvallazione Ostiense (consultare Gooogle Earth® per capire la dinamica) intercetto una coppia che si sta dirigendo da quelle parti. A correre, intendo. Mi accodo. E’ la prima volta che ci vado e a costo di passare per un maniaco ho bisogno di un cicerone. Mi attesto a dieci - quindici metri. Se non avessi le cuffie potrei sentire le loro conversazioni. Da attempati podisti discorrono nella prima fase della corsa. Mai stato prima io. Li seguo e Roma sparisce. Sparisce lo smog, spariscono i rumori. Spariscono gli orrendi palazzi in costruzione sulla Colombo. Rimaniamo io e loro e qualche altro corridore che torna indietro. D’altronde sono le sette passate e presto farà buio. Intorno natura e campagna e qualche rudere.



Dopo venticinque minuti di corsa, quando ormai costeggiamo la zona della metro A, i due si ribattono. O meglio si ribadiscono, come diceva un mio vecchio amico, sbagliando. Io vado avanti. Mi dico perché sembrare un maniaco a tutti i costi. Mi giro tra cinque minuti e mantenendo lo stesso ritmo correrò per un’ora. Non penso che potrei perdermi, ma penso che non ci penso, così inizio a pensare che sotto sotto vorrei perdermi. Sicuro sono tanto coglione da canticchiarmi Vento d’Estate. Intanto, nel momento liricamente più elevato, quando risalgo una dorsale della Caffarella e mi vedo Roma sud ovest da una parte e Roma sud est dall’altra e intravedo delle montagne che solo la mia ignoranza geografica mi fanno per un attimo pensare possano essere le mie, passano Le Storie di ieri. Indubbiamente un bel momento. Così, vagamente esaltato, un po’ riconglionito e totalmente idiota, decido di lasciare un punto che avevo già passato per inoltrarmi altrove. La fugace sensazione di benessere del momento passato mi fa sopravvalutare il mio senso d’orientamento. Passo un fosso, sulla sinistra appare una rete. Mi dico che tutto quello che devo fare è costeggiarla e mi ritroverò nel punto esatto di prima, se non più avanti (nel senso di più vicino al ritorno). Se non che il giro si allunga a dismisura, la rete sparisce, il sole, che prima calava ad ovest, quasi non si vede più. Nel tragitto appaiono due cani. Bianchi. Grossi. Wolves, penso, fuori luogo illuminato sull’onomatopea fumettistica che la parola inglese porta con sé. Uno sta oltre una rete. L’altro no. Ma distante dalla strada su cui devo ancora passare circa venti metri. Respiro piano. Il trucco, si sa, è non mostrare paura. Intanto passa Spalle larghe. Mi domando perché l’abbia messa questa canzone. E’ l’unica che non mi piace e poi non la capisco. Poco prima che apparissero i cani avevo confessato a me stesso che non l’avrei capita mai. De Gregori parlava dell’uomo con le spalle larghe con sarcasmo o con il rimpianto di non essere lui il tipo che per scaldarla si fa bruciare? Sono solo. Nessuno oltre i crinali. Pensare a Fenoglio non mi rassicura affatto. Passo non guardando il cane e lui non si muove. Ce l’ho fatta. L’ho sfangata. E lì l’errore. L’errore dello scampato pericolo che fa tornare la boria. Mi fermo dopo altri duecento metri e faccio un breve calcolo tra metri percorsi, sole in uscita di scena e totale insapienza della mia posizione, moltiplicata per una conoscenza del parco pressoché nulla. La decisione è tornare indietro. Attestarsi sulle vecchie linee e da lì ripercorrere la strada che conosco. Una decisione saggia quasi. Niente fanaticherie esplorative a venti minuti dalle tenebre. Mi viene anche un po’ l’ansia perché sparuti corridori non se ne vedono e ci manca solo che rimanga in un parco immenso, sudato, solo e senza cellulare quando si fa notte. Penso di spegnere l’mp3 per concentrarmi meglio, ma mi rassicuro. Spegnerlo significherebbe farmi prendere dal panico. La musica segnala che è tutto ok. Spalle larghe è finita ed è iniziata I Matti. C’è solo un problema. Il cane bianco, grosso, è ora in mezzo alla strada. Non mi fermo. Devo usare la stessa tattica. Pare funzionare. Si sposta tre quattro metri a lato, sembra un pecorone che bruca. Gli sfilo di fianco e a quel punto l’errore. Un altro ancora. Mi giro a guardarlo. Non so se sia questo il motivo. Ma lui comincia a galoppare. E ad abbaiare. E galoppa verso di me e la sua bocca sembra un grosso buco nero. Non urlo. Che cazzo urlo, non c’è nessuno. Solo corro. Corro come non facevo da bambino. In quanto non ho una pistola, non ho nessuna arte marziale da buttare sul piatto del confronto uomo - animale, non sono San Francesco e neppure Gesù Cristo, la soluzione è unica e irrevocabile: fuga con disonore. Vaglielo a spiegare a questo cane che io non ho brutte intenzioni. Che ci provo a vivere la vita dritto. Che non sono un ruba galline. Vaglielo a spiegare, adesso. Vedi che succede. Che i cani sono cani, e per fortuna questo è pasciuto. Pensa se aveva pure fame. Cane e affamato. Mi giro per guardare se si ferma ma in quel momento lui pare incentivare la corsa. La sua bocca è sempre più deformata, sempre più nera. I miei polpacci polposi. Che cazzo mi giro. Corro sempre più forte, in un attimo mi passano in mente cento cose che non ho fatto e detto. E c’ho pure il tempo di pensarlo, l’attimo, mentre mi immagino anche smozzicato dovunque, prima su un braccio, poi in faccia, poi a terra e lui e l’amico arrivato da dietro la rete a brandire il fiero pasto, cani! A un certo punto volo. Non sento più i dolori che mi porto appresso. Metto il mio record personale sui 50 fuori pista. Alla fine Cane cede. Avrò abbandonato la sua circoscrizione, il suo territorio, il suo municipio, il suo quartiere, la sua terra, i suoi confini, la sua provincia, la sua regione, il suo cazzo di stato federato dove gli piace pisciare, cane. Come puoi vedertela coi cani. Non sono mica San Francesco. La prima cosa che faccio dopo lo scampato pericolo è spegnere la musica. Recuperare la strada maestra. Tornare a casa. Proprio due giorni prima avevo iniziato la mia nuova fantasia di romanzo, voleva rispondere al perché i marciapiedi, le automobili, i motorini, i negozi, l’asfalto e i porcodio ci davano più sicurezza, da bambini, di mucchi di vegetazione incolta, sassi, lucertole e insetti vari. Ecco perché, altrochè romanzo. Quando ritrovo una grata di ferro che sa di seconda rivoluzione industriale e che avevo attraversato sulla scia della coppia, riaccendo l’mp3. Nel momento clou, mentre sfuggivo da Cane passavano I Matti che ora ascolto mentre piano mi rilasso. Mi viene da sorridere alle parole, ma sorridere un paio di palle.



I matti non hanno più niente, intorno a loro più nessuna città, anche se strillano chi li sente, anche se strillano che fa. Per il Dio del coglione che sono.



I matti non hanno il cuore o se ce l'hanno è sprecato, è una caverna tutta nera. Proprio come la bocca di quel cazzo di cane. Dietro quel palazzo c’è un povero cane pazzo, dategli un pezzo di pane a quel povero pazzo cane.



I matti ancora lì a pensare a un treno mai arrivato. Ah sì, ah sì, coi cani non ci puoi discutere. Questo è. Saranno belli, veri, naturali, ma se quelli decidono di azzannarti voglio vedere che gli dici se non ne sai niente di arti marziali, non hai la pistola, non sei San Francesco o Gesù Cristo. Se non c’è là il padrone che gli dice buono. O se il padrone ce l’hanno, ma lì non c’è, e li fa pure morire di fame.





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