Si è scritto di...
Cerca
Leggi scritto
Autore: Alfredo
Notturno

Abstract: La musica, in casi estremi, prende possesso del nostro io, si insinua nel nostro animo e dice cose che noi non sapremmo o potremmo mai dire.
Riferimento: Chopin, Notturni, esec. Daniel Barenboim
Sarà stato a causa dell’uso prolungato che Claudio faceva dell’ipod. Ma lui aveva costruito con la musica un rapporto speciale. Una relazione diretta, uno-a-uno. Al punto che, quando accadeva che i suoni si diffondessero liberi in aria, gli sembrava che qualcosa si perdesse, o restasse contaminato dai rumori circolanti spudoratamente nell’atmosfera. Al massimo accettava di ascoltarla in macchina, a finestrini chiusi, riducendo il più possibile il rischio di contagio sonoro. Era probabilmente una patologia, ma avrebbe potuto essere anche vero il contrario, ossia che fosse sbagliato, patologico, mischiare la pura essenza della musica con le imperfezioni del mondo, che si manifestano a noi sotto forma di fastidiosissimo e avvolgente rumore di sottofondo. Chissà.
Dicono tutti che Claudio avesse un orecchio assoluto, ossia che percepisse anche il quarto di tono. Dicono che c’era in un lui una “disposizione”. Poteva essere. Ma un fatto era certo: ogni cosa che riuscisse a turbare questa sua relazione immediata con la fonte sonora lo disturbava e lo innervosiva in modo irrimediabile. Passi pure il normale frastuono che ci circonda quasi sempre, e che ti assale nei momenti in cui non si sta ascoltando musica. Pazienza. Ma quello che lui proprio non sopportava era il rumore che tentava di frapporsi colpevolmente tra il suo animo e qualche tenue e meravigliosa armonia sonora. E’ come se voi indossaste uno splendido abito, e qualcuno o qualcosa ve lo tagliuzzasse, sino a ridurlo a brandelli. Così la musica: il rumore la “sporca”, la rende impura, vi si infiltra dentro per eroderla, e divorarne pian piano le trame, e le sottili cuciture di note, pause, intervalli. Ecco, ci sono momenti in cui a Claudio sembrava che la musica fosse lì lì per tradire il suo più intimo segreto e stesse per rivelargli un senso meraviglioso e nascosto, invisibile ai nostri occhi, persino ai più sottili e penetranti. Ci sono istanti (brevi, improvvisi, incalcolabili) in cui essa parla direttamente alla mente senza mediazioni linguistiche, espressive, ma così, per linea diretta e quasi telepaticamente. Sino a toccare a fondo i recettori dell’animo. Ed è come se la musica prendesse possesso di noi, del nostro io, parlasse in nostra vece, anzi trovasse le parole, i sentimenti, l’espressione giusta per dire cose che non potremmo proferire negli stessi termini e con la stessa efficacia. In quegli attimi lui si scopriva ad affidare solo a quei suoni stupendi e a quei segni sonori il senso stesso della propria esistenza. Allora scopriva davvero il piacere assoluto del silenzio, sentiva che non aveva nulla da dire o da aggiungere, e l’intera sua esistenza si concedeva al fluire delle note, alla loro magia, a quello spirito sentimentale che ne innerva il tessuto sonoro. In quegli attimi si concedeva totalmente, senza riserve, e lei si insinuava negli strati più profondi e abissali del suo essere, negli interstizi dell’anima, parlava in sua vece, viveva per lui, lo faceva parlare, lo faceva vivere.
Fu in uno di questi momenti di estasi che accadde l’irreparabile. Era in autobus, un mezzo affollato, vociante, rumoroso, indiscreto, a causa del quale lui era stato costretto ad alzare al massimo il volume dell’ipod. Era molto nervoso, perché l’esecuzione dei Notturni di Chopin da parte di Daniel Barenboim era disturbata da quel vociare eccessivo. Ragazzotti, niente più, ma molto indisponenti. Uno in particolare faceva più chiasso degli altri, gridava, spingeva. Non era tanto la maleducazione in sé. A Claudio non importava niente, in quel momento, dell’educazione e dei comportamenti corretti. No. Era la mancanza di riguardo verso Chopin, erano le grida che disturbavano il suo ascolto e il suo rapporto con la musica, era l’invadenza di quel ragazzetto buzzurro e dei suoi amici a disturbarlo.
Fatto sta che il suo equilibrio e la sua pazienza cessarono di colpo. Senza preavviso. All’ennesima spinta, all’ennesimo grido, sentì crescere la rabbia, come se divampasse dall’interno un fuoco lento ma indomabile, un calore infernale a cui non era possibile porre rimedio o barriera. Il ragazzo era lì vicino, ondeggiava, spingeva e parlava ad alta voce. Lui sentì in tasca il suo portamine: era di metallo e di radica, abbastanza pesante, puntuto, con l’impugnatura giusta. Lo prese e lo soppesò nascostamente. Si concentrò. Attese il momento opportuno, quello in cui il ragazzo fosse il più vicino possibile, poi colpì. Una, due, tre volte, al fianco, con la rabbia in corpo, mentre il pianoforte continuava a cesellare il suono, in un contrasto tremendo tra la furia dei colpi e il lento, delicato emergere delle note. Un ritmo ambivalente. Contrastante. Si fermò col ragazzo ormai a terra e i volti inorriditi, soltanto perché ebbe una terribile sensazione di contrasto, di contraddizione, tra quella musica delicatissima e la violenza del suo gesto. Una sensazione mai provata da quando ascoltava musica in quei termini così empatici. Restò atterrito quando percepì, sempre più chiaramente, che stavolta non era in armonia con la musica: lei non parlava più in sua vece, non apparteneva più al suo Io, non testimoniava il suo animo. E dunque non legittimava la sua rabbia, né poteva giustificare il suo gesto: si era distaccata, disgiunta da lui. Il distacco era abissale, insormontabile. Lui aveva perduto la musica. Ora era più solo. Resto immobile. Nessuno tentò di acciuffarlo. Si catturò da sé.
Quando lo portarono via, alcuni piangevano e il ragazzo era ancora a terra. C’era sangue sparso e molta folla fuori, mentre i lampeggianti della polizia coloravano a intermittenza le cose attorno. L’ipod era spento. La musica lo aveva abbandonato. Come era venuta, d’improvviso se n’era andata. Aveva parlato per lui, aveva espresso i suoi stessi pensieri, era intervenuta a dire le cose e le sensazioni che lui non sarebbe stato capace di nominare. Aveva riempito la sua vita. Ma lui l’aveva tradita. E lei adesso si era ripresa tutto.
lascia un commento :: 2 commenti
Versione per Stampa
Torna