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Autore: tamzeppelin
Night

Abstract: “E il mondo si sta disgregando come sembra E tu sei solo un prigioniero dei tuoi sogni Ti aggrappi alla tua vita Perché lavori tutto il giorno Per spazzarli via con un soffio di notte”.
Riferimento: Concerto del Boss - San Siro 25.06.2008
Il caldo era l’unica certezza di quella giornata.
Per il resto avevamo tre biglietti per il terzo anello, ma bramavamo toccare l’erba di San Siro.
Avevamo facce tranquille, ma ognuno portava in sé un interrogativo pesante; il mio mi domandava se il medico avesse potuto risparmiare mia madre da una cattiva notizia, proprio quel pomeriggio.
Aria condizionata per tutte e sei le ore di viaggio; poche soste e tanta, tanta acqua.
L’asfalto vaporava ed il sole filtrava anche le lamiere dell’auto.
Correva la musica nello stereo, tra momenti di silenzio ed accese discussioni, mentre correvamo attraverso mezza Italia.
Intanto lei non dormiva da giorni, l’ansia ed il cattivo presagio la facevano vibrare ad ogni minuto, fin quando arrivate le tre e mezzo di pomeriggio decideva di partire anche se lui l’avrebbe visitata solo alle cinque.
Noi eravamo euforici. Il Boss e Milano avevano ormai da tempo una storia appassionante.
Altri amici ci raggiungevano nell’ultima stazione di servizio alle porte della città.
Arrivavamo ed il popolo del rock già aveva lasciato il segno sul piazzale antistante lo stadio Meazza.
Bottiglie d’acqua ovunque.
Anche lei era arrivata, l’attesa, l’incontro ed il resto. La telefonata canonica e la disperazione.
Io, Milano, il Boss che ancora era lontano dal palcoscenico e il caldo.
Terzo anello maledetto. Al centro il suono non arrivava, non si vedeva granché. Si stava in uno spettacolo al di fuori dello spettacolo.
Una maledizione.
Lui si agitava sul palco, si arroventava, si gettava a terra, si avvicinava alla gente, parlava con loro, si lasciava toccare, baciava le ragazze lì vicine.
Ed io lontana anni luci da Lui, dalla sua musica, dal delirio di mia madre, dalla mia casa e da Milano.
Milano che si lasciava intravedere in lontananza con le sue luci accese nella notte. Calore su calore e poi dolore e rabbia.
Intanto ci eravamo spostati, eravamo scesi; angolati in direzione delle casse per rapire il suono, mentre più su la musica tendeva a dilatarsi e disperdersi.
Avevamo ritagliato un angolo di San Siro aggrappati ad una ringhiera sopra la gente, sotto altra gente.
E sembrava che qualcosa cominciava a sciogliersi; il coinvolgimento, la festa, lo spettacolo. Le casse erano più vicine, anzi ci guardavano negli occhi, e noi, lì, con i timpani violati. La loro potenza doveva schiaffeggiarci la faccia. Almeno ci saremmo sentiti parte del tutto.
La giostra cominciava a girare nella direzione giusta; tutto si muoveva e il Boss era più vicino, toccavo la sua voca. Gridava “Milano Ti Amo”, “Milano Ti Amo”, “Milano Ti Amo” e gli spalti vibravano.
Sì, ci aveva nel cuore. Lo sentivo. Sembrava che Milano fosse la sua casa, e quella notte lo era anche per me.
“E il mondo si sta disgregando come sembra
E tu sei solo un prigioniero dei tuoi sogni
Ti aggrappi alla tua vita
Perché lavori tutto il giorno
Per spazzarli via con un soffio di notte”.
Non mi sembrava vero alla fine del concerto, quando le luci di San Siro si accendevano e poi calavano che avessi dovuto lasciare quella città. Quella notte non potevo; mi aveva consolato per tre ore, annebbiandomi la coscienza tesa sul domani.
Avrei voluto durasse all’infinito. Avrei voluto non scendere per quell’autostrada rovente.
Ed invece giù per Bologna, giù per Firenze, giù per Roma ed ancora giù.
Lì dove la mia strada mi aspettava, la notte non sarebbe mai stata come quella di Milano.
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