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Autore: Alfredo
Penso a te

Abstract: Talvolta un brano musicale si sdoppia nella sua identità, e le due versioni dicono cose molto differenti tra loro. Ma entrambi ti fanno pensare alla stessa persona
Riferimento: Premiata Forneria Marconi
Impressioni di settembre uscì in 45 giri ben prima che fosse pubblicato nel primo LP della PFM, Storia di un minuto. Il lato B, pensate un po’, era La carrozza di Hans, in una versione veloce, d’impatto. Anche “impressioni” aveva più potenza; il giro di moog era molto più heavy, era il perno vero del brano, e non un passaggio neutro o un semplice ritornello, ma la stella fissa attorno a cui ruotava l’intero universo circostante. Bene. Comprai il 45, che aveva ancora, come una volta era abitudine, la copertina disadorna, leggera, con il buco centrale dal quale leggevi il titolo direttamente dall’etichetta (la Numero 1, la stessa di Battisti o di Lauzi). Le prime copie in uscita, talvolta, non erano ancora custodite nella copertina ufficiale, forse per la necessità di passare rapidamente alla distribuzione del disco, oppure per risparmiare sui costi, non so. Naturalmente “impressioni” girava spesso sul mio stereo, così che anche mio padre a forza di ascoltarlo lo scoprì e se ne innamorò. Amava quel ritornello di moog bello e potente, e varie volte l’avevo sorpreso ad ascoltare il brano con attenzione.
Poi uscì Storia di un minuto. Seppi da “Ciao 2001” che l’LP conteneva anche i due brani del 45, più altre cose come Dove… quando (che ancor oggi mi trovo a canticchiare) o la celeberrima È festa (divenuta Celebration in America). Metto pian piano da parte i soldi necessari ad acquistare il disco, ma incontro qualche difficoltà finanziaria. Allora ho un’idea: decido di vendere il 45 giri, per farci quelle 4-500 lire che ancora mi mancano. È stato sufficiente spargere la voce che ho trovato subito acquirenti. Intasco i soldi, li aggiungo a quelli che già possiedo, vado a scuola e ordino il disco a un amico che bazzica l’ambiente discografico ed è in grado di arrivare anche a dischi rari, d'importazione o con poco mercato, come era per la PFM in quella fase iniziale della loro carriera. Per inciso, questo mio amico suonava la batteria nel gruppo che accompagnava Franco Dani (do you rememeber?), l’attore di fotoromanzi che si dilettava con la musica. R. (è l’iniziale del suo nome) aveva una bella batteria bianca, forse una Premier a doppia cassa, doppio tom, piatti Paiste. Lo invidiavo da morire, io che avevo una Hollywood già usata e non potevo permettermi di più.
Aspetto una settimana prima di avere l’LP. R. me lo porta a scuola nell’ora di aggiustaggio, quando in officina si limavano i pezzi meccanici e si utilizzava il colore blue per verificare se fossero ben “lisciati” e in squadra. Le mie dita sono sporche, e quando prendo il disco da R. lo “sbaffo” subito di blue. Ancor oggi, sulla copertina c'è quel segno che col tempo è un po’ virato in verde. E ogni volta che mi ricapita davanti e lo vedo, ripiombo indietro negli anni.
Porto a casa l’LP e per prima cosa informo mio padre. Mettiamo Impressioni di settembre, ma mi accorgo subito che la trama sonora di questa versione è più melliflua, i timbri più soft, e che il brano è bello ma manca di qualcosa, forse di potenza, quasi che la PFM avesse voluto darne un’interpretazione, appunto, tenue, emotiva o particolarmente “impressionistica”. Molto crimsoniana, ecco. Leggo sul volto di mio padre la delusione: mi dice che gli sembra troppo “alleggerita”, un po’ troppo piatta, senza impennate. Ne convengo, anche se a me quel tono sottile, delicato, quell’arpeggio affilato piace comunque. Di colpo, tuttavia, mi rendo conto di aver sbagliato a vendere il 45. Lo informo solo allora che l’ho dato via per 500 lire, mi risponde che secondo lui era più bella la versione del singolo. Rimango male, perché tutto avrei voluto meno che deluderlo.
Non ne parliamo più per tanto tempo. Io ho il sospetto di avergli sottratto qualcosa (d’accordo era solo un disco, ma la sensazione di averlo stupidamente privato di una cosa che gli piaceva persiste ancor oggi). Pensai persino di riacquistare il 45; ma non era facile, con i pochi soldi che circolavano, scegliere di ri-acquistare una cosa che già si possedeva. Purtroppo andò così.
Devo dire che racconto queste cose perché esse si sono indelebilmente sedimentate nella mia coscienza. C’è poco da fare, ogni volta che ascolto Impressioni di settembre ripenso a mio padre. E ripenso pure a quel maledetto scambio di versioni. Qualche tempo fa ho anche provato a rimediare, e ho tentato di saldare il debito verso la sua memoria. E così dalla rete ho riacciuffato quella vecchia versione di Impressioni e l’ho riascoltata con una certa trepidazione, come se si trattasse della voce o del volto di un caro amico riemerso da un’infinità di tempo (come la Celia di Montale). Non ci volevo molto a capire che non si trattava solo del piacere di riascoltare, o del tentativo di saldare un debito, o di chissà cosa. In realtà dietro il ripescaggio di quei suoni c’era soltanto la voglia di riportare indietro il tempo, il desiderio di usare una canzone come leva prodigiosa o miracoloso strumento per riavere qui, ora, subito quel che è scomparso per sempre, vittima del rapido scorrere della vita. Scomparso nella realtà, ma vivo, vivissimo nella memoria e nel cuore. Un tentativo sciamanico, un gesto magico, come dire “vorrei tu fossi qui”, quasi una supplica, uno sforzo titanico, o uno sfrontato gesto d’amore. Sento ancora il battito del tuo cuore. Ricordo il suono delle tue parole. Respiro la nebbia, penso a te.
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