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Autore: ben crood
Josephine

Abstract: Wish you were here. Josephine, degli string driven thing. si può ascoltare qui: http://youtube.com/watch?v=2M5TJ_oyPcM
Riferimento: String Driven Thing, Josephine
Come quei pensieri che non si fanno mai fiato perché la voce si stringe e si fa piccola in gola, o perché in quella parola che manca è racchiusa l’incertezza di una vita intera: si era addormentata in riva al mare, proprio sul bagnasciuga. Non le capitava da anni. Di fare discorsi di luglio con uno sconosciuto spingendosi fin dove la sabbia ha troppo pudore per non indurirsi e poi sciogliersi e farsi acqua a seconda del momento. Solo che questa volta lo sconosciuto se n’era andato, rimanendo un punto interrogativo che galleggiava sul blu proprio come il sole, mostrando adesso la parte più curva e dunque più tenera, sicura, audace, di sé. Era mezzogiorno. Non ricordava nulla. Si era fatta infinocchiare dalle parole, ma era una vita che andava così. Lei infinocchiava tutti col suo nome fasullo che nella versione originale italiana era un susseguirsi di sillabe come vicoli ciechi, un diminutivo che trae origine dall’assenza del femminile, una forbice che rimane aperta senza il minimo richiamo. Giuseppina. Così lei si spacciava per il modello francese di se stessa, un nome d’arte, perché il francese è arte, quando non c’è di meglio. Come tutti i nomi d’arte, s’era preso la realtà e di lei non rimaneva che lo stupore di chi le stringeva la mano. Se n’era andato in giro spacciandosi – lui, il nome – per l’originale, per l’inimitabile che pure qualcuno – lei, l’oggetto del nome – si era preso la briga di imitare, fallendo. Sempre meglio l’originale, del resto. Non ricordava nulla. Tranne quell’altra, ultima volta in cui si era bruciata sotto il sole. Ustionata. Le erano uscite le piaghe, come adesso, come a un qualsiasi marinaio in giro per il mondo a cercare il proprio doppio, senza mai trovarsi se non nello specchio dell’acqua. Adesso era in piedi. Nessuno da sotto gli ombrelloni chiedeva spiegazioni. Tanto meglio. Le girava la testa. Non aveva bevuto. Non era colpa del sole, a cui aveva sempre offerto una buona resistenza, come il suo nome in italiano nei richiami dei parenti. Era per qualcosa che le era stato detto. [Le parole non sono importanti. Le parole non sono meravigliose. Sono essenziali? Se proprio va bene, può capitare che siano efficaci. Ma se ti accorgi che le cose non vanno per il verso il giusto, shhh, sta’ zitta, allora. Altrimenti si ingrossano e diventano macigni. Diventano impronunciabili, come una di quelle malattie col nome lunghissimo, che hai paura a nominarla perché potresti finire col beccartela.] Era stato lo sconosciuto. Per lei le parole dell’uomo – manco a farlo apposta – erano state come le stelle di quella notte di luglio: messe lì perché dovevano esserci. Non si potevano certo spegnere le stelle, così come non si poteva impedire a quell’uomo di parlare. Tanto valeva godersi l’aria gonfia di sale. Poi però si era addormentata, e adesso se ne stava sulla spiaggia a ciondolare tra il bagnasciuga e le rocce, come se volesse andar via senza riuscirci. Sentiva di aver tenuto quell’andatura per tutta la vita. Per tutta la vita aveva oscillato tra questo e quello, tra una cosa e l’altra, tra il suo nome vero e quello pronunciato da altre labbra. Ed eccola, non c’era altro, qualcosa l’aveva ottenuta. Sì, non stringeva nient’altro che sabbia, ma ne aveva quanta ne voleva. Sabbia per metri, sabbia per anni, sabbia a volontà, sabbia come parole bagnate di sale che aspettano ad asciugarsi. C’era altro, che non fosse né volontà né audacia mal riposta? Qualsiasi cosa fosse, era troppo difficile da affrontare con tutte quelle piaghe sulla spalla. Si accarezzò la pelle bruciata. Si accarezzò le palpebre chiuse per scoprire se qualcosa era cambiato. Oscillare ancora, oscillare ogni giorno: è più facile sulla sabbia, che sa accompagnare i passi a vuoto, le orme, già segnate da altri come in una lezione di ballo. [L’uomo aveva detto, infine: Oppure le parole sono come la polvere e il fruscio di un vecchio vinile; sono sullo sfondo. Le parole sono lo sfondo, la rete su cui muoversi, il vuoto stesso racchiuso tra le maglie di questa rete; le parole sono i solchi tra i brani; giungerai ad ascoltare il vuoto. Preferisco rimanere qui, senza sapere nulla, è più giusto e non se ne accorgerà nessuno, aveva risposto lei.]
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