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Autore: violet
So vain

Abstract: Racconto ispirato da una canzone...
Riferimento: Carly Simon - You're so vain
Avevo accettato l’invito di Carlo per dimenticare. Dimenticare un periodo nero, una storia finita dagli strascichi insopportabili, un senso di inadeguatezza che mi tormentava ormai da mesi. Volevo distrarmi, colmare il vuoto con parole, sguardi, gesti altrettanto vuoti. La verità era che proprio non ce l’avevo fatta a dire di no per l’ennesima volta. E allo stesso tempo lui non mi piaceva per niente, con i suoi modi da uomo superficiale e arrogante, fiero all’inverosimile delle sue origini agiate e preoccupato solo di abbinare le camicie giuste alle cravatte giuste. E chiaramente firmatissime. La verità era che anch’io, per una volta, volevo provare il chiodo schiaccia chiodo. Funzionava con tutti, perché avrei dovuto essere un’eccezione?
Tutto questo ragionamento mi aveva condotto direttamente al tavolo numero 5 di un elegante ristorante giapponese del centro, con il mio accompagnatore di fronte a me che faceva di tutto per apparire brillante, colto, affascinante, in una sola espressione il migliore uomo con cui fossi mai uscita. Peccato che io non lo trovassi tale, e, sotto una maschera ben costruita di donna compiaciuta, si faceva strada nella mia mente l’impellente desiderio aprirgli il cranio con il tacco di una delle mie Jimmy Choo. Cosa che non avrei mai fatto, se non altro per la cifra esorbitante che mi erano costate. Non avrei avuto alcun riguardo nei confronti di chi mi stava di fronte.
- Allora, come ti sembra? – mi chiese con aria trionfante.
- Molto carino. – risposi io fingendo un sorriso compiaciuto.
In realtà trovavo quel posto pacchiano, con il suo arredamento quasi barocco e le luci soffuse che garantivano il minimo della visibilità. La maggior parte delle persone l’avrebbe chiamata “atmosfera”, ma io, nella situazione in cui mi trovavo, ne avrei fatto volentieri a meno.
Ci misi poco a capire che il tanto agognato diversivo non avrebbe funzionato, almeno non con Carlo. Ogni sua espressione mi irritava, quando provò a sfiorarmi le gambe infilando una mano sotto il tavolo mi venne letteralmente da vomitare. Fortunatamente non ci provò più per tutta la sera.
D’un tratto, mentre si dilungava in un discorso sulle sue brillanti conoscenze in campo azionistico – mi era sembrato di sentire le parole master…Stati Uniti…Wall Street…ma non lo stavo ascoltando, quindi è solo una supposizione – mi venne in mente una vecchia canzone, che sembrava adattarsi perfettamente al contesto.
You’re so vain, you probably think this song is about you. You’re so vain...
Mentre parlava, il motivetto si inserì nella mia testa e mi aiutò ad estraniarmi da quella situazione, così non mi dovetti alzare con qualche scusa per uscire e consumare un intero pacchetto di sigarette.In compenso, dopo pochi minuti si alzò lui – “Perdonami, vado alla toilette” mi sussurrò – e si esibì in una sfilata tra i tavoli, suscitando parecchi sguardi da parte delle donne presenti, le quali, ovviamente, furono ricompensate da altrettante occhiate ammiccanti da parte sua.
You walked into the party like you were walking onto a yacht. Your hat strategically dipped below one eye. Your scarf it was apricot. You had one eye on the mirror as you watched yourself gavotte. And all the girls dreamed that they’d be your partner. They’d be your partner...
Trattenni a stento una risata sarcastica. Decisi che per quella sera poteva bastare. Mi alzai lentamente controllando dove fosse. Lo intravidi che chiacchierava amabilmente con una ragazza del ristorante, gesticolando ed esibendo lo sguardo più sexy che potesse. Allora mi venne da ridere sul serio. Uscii dal ristorante con discrezione, raggiunsi la mia macchina e mi fermai volutamente nel parcheggio per qualche minuto, con lo sguardo rivolto alla vetrata proprio di fronte al nostro tavolo. E, appena lui vi tornò, vedere la sua espressione stupita fu davvero impagabile.
You’re so vain, you probably think this song is about you. You’re so vain...
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