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Autore: Alfredo

La pioggia che cadrà e la musica dell’anima
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Abstract: Una lunga lista di cose sentite, viste, vissute. Spesso un elenco di sofferenze. Questa è la vita. Senza il bisogno di darle per forza un senso. A meno che il senso non sia la vita stessa. Nessuno lo ha più raccontato come Dylan

Riferimento: Bob Dylan


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Era il 1962. Avevo solo 5 anni. Dylan già cantava di un viaggio in un mondo colmo di infinite cose: sofferenze soprattutto, e disagi, pianti, preghiere, prigioni, ferite, ma anche suoni, amore, arcobaleni, donne, uomini, bambini. Qualcosa che sembra impossibile racchiudere in un’unica idea o esprimere in un singolo sentimento. Tanto meno in una piccola emozione, l’unica che la nostra povera anima sappia davvero contenere. Qualcosa che sembra impossibile sistemare in via definitiva e una volta per tutte. Tracciando una linea e facendo una somma. E poi scrivendo un risultato finale.

È un mondo che prorompe, che contiene più eventi e fatti e circostanze e sentimenti di quanti ognuno di noi ne possa pensare nel corso di tutta la propria vita. Dylan capisce che non potrebbe mai chiudere in un pugno le cose viste e incontrate. E allora ne fa un elenco potenzialmente infinito, una specie di diario di viaggio. Mette gli eventi in fila in una lista di cose viste, sentite, incontrate, che termina solo perché una fine deve pur essere tracciata, un confine indicato, un limite stabilito. E poi perché c’è una dura pioggia che incombe e che ci costringerà forse a sprofondare nel silenzio.

Quella pioggia sarà la nostra prova più dura. Da lì nascerà un oceano, a cui dovremmo resistere, non fosse altro per cantare una volta ancora questa canzone del mondo attraversato con occhi prima impauriti, poi sbalorditi, poi più sobri, già più freddi ma mai disincantati, e pronti a cogliere tutto ciò che si trova attorno per raccontarlo agli altri uomini, quelli che la pioggia più dura bagnerà, e anzi sta già inondando e che nessuna arca potrà mai salvare. Gli uomini senza salvezza, costretti a vivere il tempo sapendo che il futuro è tutto in quel vivere, e consiste semplicemente nel cantare questa canzone delle cose viste, delle cose incontrate, dei sentimenti vissuti, delle sofferenze attorno, delle preghiere e delle imprecazioni. Presagendo avvertimenti, frastuoni, destini. Nascite e morti. Santità e peccato. Lavoro e ozio. Amore e non-amore.

Una vita da cantare e da tradurre in poesia. Perché la poesia non vuole mettere ordine né sistemare, ma solo aprire un mondo, spalancare l’anima, mostrare quello che gli occhi quotidiani non sanno, non possono, non vorrebbero vedere. Se c’è un incommensurabile, nessuna scienza ma solo la poesia può raccontarlo e mostrarlo ai nostri occhi senza incutere terrore, anzi paradossalmente consolando. Dylan in fondo ci consola quando canta lo spavento della vita con quella sua voce nasale, quasi stanca o svogliata, come di uno che sa, che ha visto molto e ora vorrebbe raccontarcelo, ma senza procurarci angoscia. Come farebbe un fratello maggiore. O un padre. Sembra una tiritera, una cantilena, e forse lo è. Ma in quei toni apparentemente dimessi c’è una forza mostruosa, una forza poetica dico, e un’energia musicale, che sembrano padroneggiare quello che in realtà ci padroneggia.

A hard rain’ a-gonna fall racconta questa incombenza del diluvio. E narra le cose che il diluvio porterà via, ma che non potrà mai cancellare definitivamente. Le cose che una memoria altrettanto infinita tratterrà presso di sé, sottraendole all’oblio, al fango, all’oceano che tutto sprofonda. Una memoria infinita, non di un uomo solo, ma di un’intera umanità. Una memoria che sappia contenere, sappia aver cura, conservare, sappia fare in modo che tutto non vada perduto.

Dylan racconta il diluvio. Lo fa con la parole del figlio dagli occhi blu. Ha viaggiato e ha visto. Narra gli oceani morti, le montagne nebbiose, il rombo del tuono, l’arcobaleno, la prigione. A un certo punto, quel tono sempre uguale, uniforme in modo ineluttabile, sembra cedere e infrangersi per un solo istante. Per un solo istante impercettibile senti un sorriso sfiorare la sua voce ed emergere. Andate a sentire, se non credete. È al minuto 3’51” della canzone. È appena una sincope della voce, un piccolo inciampo, certo, ma c’è, esiste, lo senti e ti chiedi a chi sia rivolto e perché. Al figlio dagli occhi blu? O a te ascoltatore? O alle cose descritte? O al viaggio in sé? O forse addirittura alla vita così difficile da tenere in pugno? Oppure a quella dura pioggia, quasi fosse un gesto di sfida nei suoi confronti. E perché no a se stesso? Chissà. Però quell’accenno di sorriso c’è, lo senti compresso ma riesce ad emergere, si fa strada nel dolore e nelle sofferenze. E forse un giorno chissà che non riesca pure a contenere la pioggia che si annuncia e l’oceano che dovrebbe affondare tutte le cose che dobbiamo cantare.



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