Cerca
Leggi scritto
Autore: ben crood
Il fachiro del Politeama

Ascolta la musica:
Abstract: Paolo Conte in concerto. Un po' lunghino, ma spero gradirete.
Riferimento: Paolo Conte concerto
Il dépliant cartonato rubato all’ingresso parla chiaro: «Racconto di uomini che chiedono un po’ di complicità alle loro sconfitte esistenziali» e altrettanto fa il faccione leonino dell’artista sulla prima pagina. Abbasso il cartonato e lo spettacolo che ho davanti agli occhi, adesso, somiglia più a una seduta del Senato che a un concerto di Paolo Conte – dev’essere colpa di tutto questo legno, e tutto questo velluto rosso: da qui, dal mio palco, solo seni sodi e rattrappiti incastonati in scollature bardate di nero e paillettes; trucco accennato su visi rigati e intonacati per l’occasione, ciglia allungate e cosce che si accavallano come treni allo scambio. E poi, ecco, ogni volta che torno in questa città mi vien da pensare che dovrei tornare a viverci – ma è solo perché non ci vivo più – ecco, il Senatore, il Ministro, il Presidente della Provincia, il Sindaco, sembra davvero Palazzo Madama, in tutto questo ciarlare preconcerto, in tutto questo perdersi tra legno e cicale da prima della Scala, da Prima Repubblica, manca solo il senatore che si alza e grida qualcosa, prima di lasciar tintinnare le manette nel vuoto dei loggioni.
Penso che c’è troppa differenza tra Paolo Conte – ma non proprio lui, diciamo le sue creaturine – e il suo pubblico; non vedo sconfitte esistenziali, in giro, nemmeno alle ultime file, ma solo diamanti in tiro per l’esser qui, in questo momento. Penso spesso, come diceva qualcuno, che il pubblico è un bambino, ma questo, questo pubblico è un vampiro. Piuttosto, battaglio con moglie e marito che pensano di essere alla cresima del secondogenito e che il posto davanti, qui sul palchetto, spetti loro di diritto. Spiego che anch’io ho un biglietto pagato caro: siccome non so dire di no a un quadretto familiare che protesta per bene, senza darlo a vedere, finisce che siamo in tre davanti e devo accasciarmi sul legno della mia colonna, piegato, a guardare l’Avvocato di Asti.
Ma si tarda. Alla seconda scampanellata – di là ancora gente in piedi che saluta, legno e cicale – sono ancora in bagno a pisciare un po’ fuori dal vaso, così, manifesto involontariamente un disagio che in fondo non mi appartiene neppure tanto. Alla terza scampanellata sono accanto alla mia famiglia e guardo ancora giù: spunta qualche ragazzo – ma devono avere il pass, un pass non si nega a nessuno, senza bisogno d’esser giornalisti. Un giornalista di sicuro c’è, laggiù, lui segue spettacolo&sport per il TGR, almeno è seduto, ecco, fosse per lui si potrebbe cominciare. Parlotta con sua moglie: lui così pennellone, canuto, certo, ma ha l’aria d’esser stato molto bello, e molto furbo, da giovane; lei così sfocata, nella differenza d’età con lui – è più giovane, ma è invecchiata male, in modo anonimo, a quel punto meglio non invecchiare. Lui sembra seccato. Forse perché deve danzare continuamente per alzarsi e far passare qualche ritardatario che ha il posto più in là. Chissà quante volte s’è trovato in queste condizioni, magari non ne aveva neppure voglia, ma deve lavorare – o forse non sopporta tutta questa formalità, come me. Guardo su, adesso, sui palchi in alto, da cui più che guardare un concerto o del teatro viene voglia di buttarsi di sotto, e penso a Dario Fo: a quella volta che stavo lassù e lui disse, «C’è posto qui davanti al palco, perché non scendete?» e andò a finire che lo guardammo da là sotto – ma Paolo Conte no, non è tipo da far di queste proposte, lui si scanna da solo, eccome, sul palco, gli manca Franca Rame, ecco tutto, e sua moglie si chiama Egle, ed è adorabile, ma non recita, lei. Un po’ più giù, sotto quei palchi in alto, ecco due o tre dame della domenica: ragazze giovani e alte, modelle, forse, per questo rare, come le domeniche, e troppe attese, come le domeniche, ancora. Sono fuori posto, non per colpa mia, ma perché le cicale, il velluto e il legno non corrispondono alla musica che fischia e ruota da giorni nelle mie orecchie.
Comincia – dopo le fusa degli organizzatori della serata, un leggero fruscio giunto inascoltato alla corte del Sindaco, e del pubblico – ed è buio: su questo almeno siamo tutti d’accordo.
Mi ricordo di tutte le volte che ho immaginato Paolo Conte manifestarsi nella mia stanza come un fantasma, a maltrattarmi – ma coi fantasmi funziona sempre così: quando li vedi dal vivo realizzi che non esistono davvero. Lui comincia con un pezzo del disco nuovo, nemmeno il tempo di accennare la chitarra che il pubblico esulta: io dico che è ancora presto. Sono di lato, di lato rispetto alla mia famiglia, di lato rispetto al palco, e per quanto l’Avvocato, Jino Touche, il contrabbasso la batteria il violino siano ben visibili, ecco, il suono arriva anche lui defilato, dà poca confidenza, e io mi ritrovo a implorarlo: vieni qui, cosa vuoi che ti faccia? non ci eravamo già annusati abbastanza di là, in bagno, prima del concerto?
Attacca la Verde Milonga e intuisco – non so bene perché, mi viene in mente la parola mocambo – intuisco che dopo ci saranno gli Impermeabili: ed è proprio così. Capisco che l’Avvocato ce l’ho troppo dentro, l’ho ascoltato troppo in cuffia, per andare a cercarlo fuori, fuori da me. Potrei andar via: ma il pubblico di Paolo Conte si appresta a diventare un bambino.
Lui invece, visto da qui, ha le zampette caprine che spuntano da sotto il pianoforte: un demonio in miniatura che zufola quadri di tramonti senza render conto della reale natura delle cose. Seduto, l’Avvocato ha le mani calme e invisibili, scrutano la platea nascoste oltre la lunghezza del pianoforte ricoperto di polvere; mancano i tasti acuti del suo ragtime a zigzag che intona grafici delle aziende durante la crisi del ’29, qui è come se accarezzasse tasti di feltro, scrivendo a macchina, trasparente; io mi adeguo: batto le mani, ci fronteggiamo con troppa stima io di lui e lui gentile con me, allora applaudo, ma credo che non sia giusto, così presto – prima ancora che le canzoni arrivino al termine, e non si fa quando di mezzo c’è un pianoforte, strumento che richiede silenzio proprio solo sull’ultima nota, che è quella che non si esaurisce mai, non si estingue, con tutta la polvere che sposta – il pubblico di Paolo Conte è un bambino.
Allora, monsieur, vedo che ti alzi: è che mi sono fatto i conti, e li ho fatti male, non so quanti anni abbia l’Avvocato ma dalla severità di chi detesta la propria voce è passato per il gusto divertito che si ha nel far seriamente il proprio mestiere, per arrivare fin qui – senza nemmeno il suo smoking, solo giacca e polo blu – a rassomigliare finalmente a quei suoi quadri di negri e macachi, nient’altro che un negro macaco che suona alla velocità che gli pare – e mica lo capiamo noi, il ritmo blu di notte che lui intona, perché lui concede un tono persino al ritmo. Ma di colori – lui dice che ogni tono ne ha uno – non c’è traccia: palco anonimo che sa solo di luce, dal blu al rosso, con poca musica. Intona adesso Stelle del jazz, passa per Gioco d’azzardo e finalmente sfida qualcuno: Via con me è una canzone fantastica, perfetta, funziona bene, di quelle che ascolti così tanto che vengono a noia e allora finisci per ascoltare altro, dimenticandotene per anni: ed è questo il dono delle canzoni perfette, d’esser così perfette da lasciar il posto ad altra musica, è che a malincuore si lasciano tradire. Dunque lo spettacolo diventa il buio in cui si muove il mormorio di ombre del pubblico bambino: nell’accennare «z wondefu – z wondefu – z wondefu» finalmente un pubblico senza canini, che usa la bocca solo per accennare un canto, naturale il canto come il coro per i bambini. Non guardo più, lo giuro, l’Avvocato, ma il pubblico bambino: batte le mani e mormora. Poi la vergogna, sentimento adulto, si riprende la serata.
Ci vuol poco a zittire la gente: basta donare un po’ meno di quel che si aspetta. E così rallenta, siamo nel dopoguerra, e rallenta pure Bartali, improvviso uomo di Neanderthal, e si tinge di colori scuri, dal viola al blu elettrico: «Zazzarazzaz» è un’invocazione a Atahualpa, credo, o qualcosa del genere, a qualche altro dio. Ma si lascia intuire, l’Avvocato, ed è ancora applauso, ritmo rubato, in qualche modo un risarcimento. Io penso a quel ragazzino che fa il quarto liceo, al paese, e legge Baudrillard ma non sa come si fa un volantino. Penso che l’Avvocato è fissato con gli uomini come Bartali, uomini del dopoguerra col viso fatto di piccoli sassi ammassati a casaccio, e penso – non dovrei – che a questo punto qualcuno in futuro penserà che io sono stato il prototipo di qualcos’altro che deve ancora succedere – e siamo all’intervallo.
Fuori, poco tempo, una sigaretta fuma da sola, tre scampanellate, due signore noblesse et chance fumano sigarette sottili come le rughe nelle vetrine sotto gli occhi e dicono, «Ha smesso pure di piovere, guarda che bella luna c’è» e vorrei dire che questo, almeno questo, non può essere opera del diavoletto con le zampine caprine di là, che come noi fuma e pensa che tre scampanellate siano troppe.
Si ritorna e qui dietro parlottano – forse la famiglia non mi riconosce più come il figlio di una serata strana – ma le uniche parole ammesse in un concerto sono quelle delle canzoni a venire: cantare, si può, e ci scopriamo io e lei – la moglie che aveva promesso una gran serata al marito abbastanza distratto da gradire – a cantare Genova, a cantare Chiamami adesso, a cantare Eden. Di tanto in tanto, l’ho detto, l’Avvocato si alza e canta da sé, qualcun altro al piano, e lui col suo kazoo è sempre più uomo-scimmia, e poi un breve passaggio al vibrafono – vecchio amore, vecchio errore, come quell’unico al Quiz Internazionale del Jazz di Oslo – e intuisco Max. Il suono arriva ancora di lato, ma io lo intuisco, l’Avvocato, e credo ancora che tutta questa storia, questa sporca vita, sia una questione privata; che ci faccio qui?, ma non c’è tempo per domandare: laggiù, tra Ministri sbadati e Assessori al primo atto, si alza l’accordo su cui mutila il plettro il chitarrista: Diavolo Rosso.
Ottimo modo per presentare un’orchestra – né eccitata né ninfomane, c’è da dire, stasera – sfidarla e sfiancarla per dieci minuti, tra saliscendi che sanno d’Aosta e India e parole come proclami da un treno in corsa verso città che non hanno bisogno di esser chiamate per nome. Penso che non me l’aspettavo, e l’Avvocato tra gli assoli è come il pubblico a un suo concerto, e si concede molto più di quanto noi concediamo a noi stessi: batte le mani, le muove come se tenesse colombe di cristallo che hanno già volato, chiama il clarino all’assolo come si invita l’elefante a sollevare la proboscide. Poi accenna due o tre note, ma lui è il pubblico e il pubblico è un vampiro, adesso: un concerto lo fa il succhiare movimento del protagonista – i concerti dei Radiohead sono le danze di Thom Yorke – e si vive adesso della danza delle mani di Paolo Conte.
È un treno che non fermerà qui, Diavolo Rosso, e quando ferma infatti non c’è più: c’è Eden, e io non avrei chiuso così. E la forma, anche lei vampira, si prende il finale: a luci accese non si può, vien da guardare giù, verso i petti gonfi di chi ha passato la nottata, e i bis che si concedono sono come baci sulla guancia, è solo circostanza. L’Avvocato è in piedi, come il pubblico, non io che sono ancora costretto piegato sulla colonna di legno imbiancato, e canta Quanta Pasion e batte le mani sui fianchi, il ritmo è suo, questo non glielo strappa nessuno, ma a luci accese non si può, vien da guardar giù verso gioielli incastonati certi d’esser preziosi, ma solo in coppia. Cala il sipario dopo il primo bis: e io non so quanti ce ne sono, ma è un’indecenza tutta politica il sipario che cala dopo una sola canzone e poi di nuovo su a furor di popolo, o di pubblico, mentre laggiù la giovane donna del Ministro gli tiene le manine pur di fargliele battere a ritmo di «z wonderfu» e in questo, caro amico, siamo tanto simili, perché la mia donna silenziosa oggi non c’era, ma anche le mie mani sarebbero state le sue.
E finisce: c’è un buco nel sipario, solo il tempo d’un inchino, ha finito Paolo Conte, ha finito l’Avvocato, dice lui, «che decadenza la realtà», e fa un gesto da uomo-scimmia, verso qualche mio alter ego dall’altra parte della platea: la mano che taglia il collo, da condannato a morte che minaccia altri macachi. Si chiude il buco nel sipario di velluto rosso, sparisce l’Avvocato: oh, sì, tutta una questione privata questa sera al Politeama, tra schiavi di brillantina, paillettes, phard viola e pass dei giornali ma: fuori ha ripreso a piovere, una pioggerellina debole e insistente, siamo tutti d’accordo, non sfida davvero la luna, è alleata del vento e chissà – chissà se è colpa o merito del Diavolo Rosso se – piove bene solo sugli impermeabili.
lascia un commento :: 2 commenti
Versione per Stampa
Torna