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Autore: ismael
Natale

Abstract: una parola che non usavo più
Riferimento: Portishead, the rip
È Natale. A casa della nonna, la tavola ingombra la stanza per il lungo, si fa fatica a starci tutti quanti. In realtà sono tre tavoli diversi, accostati sotto le tovaglie. Sfortunato chi si trova i piedi. Il camino è acceso, e Ivan ci siede vicino: quando fa le scale per andare in bagno, al piano di sopra, il freddo lo attanaglia. È così freddo che odora di freddo, lui non saprebbe come dire, ma i muri freddi hanno un odore che non hanno i muri caldi.
Torna al camino, e bada al fuoco. È Ivan che lo fa, per tradizione. Ognuno tende a sedersi nello stesso posto, ogni Natale. Le chiacchiere si sovrappongono. Il pranzo sta per finire. Qualcuno è alla seconda razione di dolce; il caffè, la grappa, i mandarini. Dopo si scosterà la tovaglia, scoprendo la tela cerata, e si giocherà a pinnacolo.
Lui ha sedici anni e si alza in piedi. Prende la sciarpa dall’attaccapanni, e nel prendere la sciarpa, anche due sigarette dal pacchetto che sta nella tasca del giaccone dello zio, subito dietro. L’ha visto prima mentre lo appendeva. Qualcuno dal lato opposto del tavolo vede il suo viso avvampare, ma non le sue mani. Non lo stanno guardando davvero.
- Dove vai? - dice sua madre.
- Vado fuori.
Il fratello più piccolo si sporge dalla sedia.
- Tu stai qui - dice sua madre.
Il fratello più piccolo sbatte le mani sul piatto. Le posate cadono per terra. Il padre dovrà fargli tenere le sue carte, almeno per due giri, finché il fratello più piccolo non si scoccerà e verrà giù dalle sue gambe, e si scorderà d’esser stato imbronciato.
Ivan intanto è uscito, sta scendendo la stradina. Sarebbe di fango, ma è ghiacciata. Quando si arriva con la macchina bisogna mettere in seconda e salire con quanta ce n’è.
Aspetta di essere fuori vista per accendere la sigaretta. Scende fino al boschetto di pini, si allontana di un po’ sul sentiero. Non c’è molta neve ma è dura e scintillante, quasi azzurra. Spuntano le cime d’erba secca, rivestite di brina. Il sentiero attraversa il fosso, risale per una forra franosa coperta di ginepri e di querce sbilenche. Lui ha sedici anni e odia il Natale; gli piace una ragazza che si chiama Irene, e la pensa così tanto da parlarle nella testa, ma è improbabile che lei possa sentire. Dove sta Irene a trascorrere il Natale, quello è il vero posto dove lui vorrebbe stare anche solo per guardarla, e il vero fuoco nel camino. Ma ad Irene di lui non importa. Ivan salendo il sentiero ripassa sotto alla casa della nonna, la vede dalla sponda opposta. La casa della nonna è su un dirupo e butta ombra. La neve è così dura e gelida che a staccarne un pezzo, in mano brucia. Fa un rumore crudo sotto i piedi. Ivan arriva al mulino abbandonato. C’è un tratto del sentiero che è una conca riparata fra due sponde di neve, un letto di arbusti gelati. Al mulino accende l’altra sigaretta. Le pale di legno spezzate sono coperte di muschio, e il muschio è coperto di neve, e sulla neve attaccate foglie morte, e le foglie velate di brina. Un falco gli gira sulla testa. Ivan dispone per terra qualche sasso, in un ordine che lui stabilisce e che per lui significa qualcosa. Fa spesso di questi gesti propiziatori. In gola ha qualcosa di amaro.
Sopra al mulino c’è una casa, abbandonata anche quella, e quando il sole va via da quel tetto lui sa che ritornerà indietro. In un’ora sarà dentro, magari in tempo per la terza partita, se i suoi hanno deciso di restare dalla nonna fino a cena.
A metà sentiero, ritornando, c’è un capriolo che attraversa. In cima alla scarpata, già fra gli alberi, sente l’ultimo trambusto degli altri che sono già passati. Ma questo trascina una zampa maciullata. Vedendo Ivan che scende, si spaventa e accelera, e scivola e sbatte il collo avanti per due volte, su per la scarpata. Tre volte, e infine ce la fa.
A Ivan sembra che tutto quello che ha intorno sia unico e gigantesco e sia fatto di cose che lui deve dire, e non ha nessuno a cui dirle, nemmeno col pensiero senza che arrivi un momento in cui tutto crolla perché lui stesso ha smesso di crederci.
Imparerà, ci metterà anche troppo tempo ma imparerà a schivare il gusto dolce della malinconia, che lo fa indugiare nell’autocompiacimento, finché farà fatica a pronunciare la stessa parola, malinconia, senza un mezzo ghigno ironico in faccia. Imparerà a restare a tavola, per giocare a carte a Natale, e che nessun camino scalda come quello, e che ciò a cui dava la massima importanza, incapace di stroncare i propri desideri, altro non era che se stesso ed era vuoto; la ragazza di quel giorno, come altre, non la ricorda più, tanto che Irene è un nome inventato. Imparerà ad eliminare ogni desiderio, ogni parola superflua, a sostituire la sua malinconia con un muto rancore trattenuto. Si disferà anche di quello, prima o poi.
Il mulino in cima al sentiero è stato ristrutturato, e anche la casa. Ci abitano splendide persone.
La strada che sale verso casa della nonna è stata asfaltata, finalmente. Due coppie sposate su quattro si sono separate. Ogni cugina cresciuta ha il suo moroso al seguito.
Nei campi sconfinano troppi caprioli, devastano gli orti e i raccolti; non hanno predatori, è un’invasione, e un giorno si riaprirà la caccia.
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