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Autore: riccardo
The Queen is Dead

Ascolta la musica:
Abstract: Ascoltare gli Smiths alla fine di un anno in cui il libro che ti ha fatto piangere è stato Mattatoio numero 5 di Vonnegut.
Riferimento: The Queen is Dead - The Smiths
Volevo scrivere qualcosa sugli Smiths. E’ più di un mese che ho dentro il computer questo file, che ho iniziato pieno di buoni propositi e di cui sapevo pure la fine.
Iniziava così:
Da qualche parte dell’emisfero nord, in una qualche libreria di quella parte del mondo dove la gente ha il tempo di raccontare storie, etc.. etc.
Finiva invece in questo modo:
Chissà se qualcuno ci crede che lo credo veramente. In teoria, questa frase avrebbe chiuso il sermone finale, più o meno riuscito in relazione a come ci fossi arrivato a scriverlo, che avrei articolato su quanto fosse rilevante che una canzone intimamente e invettivamente sociale finisse con una frase così intimamente personale come La vita è lunghissima quando sei solo. Poi la verità è che la fine mi ha iniziato a fare ribrezzo e piano piano ho perso anche tutto il resto che volevo dire in mezzo, le frasi di quella canzone che mi ferivano, quelle che mi curavano e così via.
Le avevo segnate tutte di modo che tra una e l’altra potessi inserirci i cazzi miei, nel senso più intimo dell’espressione. I’m truly sorry but it sounds like a wonderful thing, era la prima, poi veniva and so I checked all the registered historical facts in cui mi vedevo sommerso da questi fogli che mi tracimano dagli armadi e poi oh has the world changed or have I changed?, e così via.
La parte di maggiore indignazione sociale sarebbe stata quella in cui dice
As some 9 year old tough who peddles drugs I never even knew what the drugs were
Quindi ci sarebbe stato il punto d’incontro tra il pubblico e il personale nei versi:
We can go for a walk where it’s quite and dry and talk about precious things
Like Love and Law and Poverty (these are the things that killed me)
We can go for a walk where it’s quite and dry and talk about precious things e poi dice che la pioggia che gli fiacca i capelli lo ammazza, proprio come l’Amore, la Legge e la Povertà.
E poi giù, fino alla fine, sempre più a fondo, in momenti di estrema confidenza:
All their life they make love and then pierce through me
The Queen is dead, boys and it’s so lonely on a limb
Life is very long when you’re lonely
Life is very long when you’re lonely
Life is very long when you’re lonely
Life is very long when you’re lonely
C’era pure il pezzo di lasciare perdere il pub che ti sfibrava il corpo, però non sapevo bene dove metterlo. Insomma l’avevo studiata per bene, la faccenda, non fosse altro perché quando passeggiavo da solo con gli Smiths nelle orecchie non avevo nient’altro da fare. Volevo scrivere di quanto un testo così poetico e musicale gli fosse sicuramente uscito di getto, e come lui avesse ventisei anni quando lo ha scritto, o forse anche di meno. Come fosse la cosa che più mi premeva dire, ancor di più delle citazioni e altro, ma poi niente, tutto si è perduto. Perché sono sempre tornato molto stanco a casa. Perché non mi sentivo pronto. Perché poi ho smesso di sentirli, gli Smiths. Ci sono state queste due settimane, all’inizio di dicembre che me li sono ascoltati molto, pensando a tutte le storie che ci stanno dietro di loro, nella mia vita, con parecchie delle loro canzoni, I know it’s over, There is a light that never goes out, Panic, Please, please, please. La storia diThe Queen is Dead è solo l’ultima, in ordine di tempo. Stavolta è stata lei la canzone che mi sono ridotto a sentire in esclusiva, tralasciando le altre, come summa di tutto. Era una bella idea, però poi sono stato fiaccato dalle giornate, più quelle che i pub. E adesso mi pare tardi. Non ho trovato nessuna fine alternativa decente e tutte le frasi che dovevo schiaffarci in mezzo ai versi si sono perse per strada. Perlomeno tutta questa storia mi ha fatto ritirare fuori il dizionario di inglese. E magari qualcuno con più voglia di me ci si mette e la continua.
Iniziava così:
Da qualche parte dell’emisfero nord, in una qualche libreria di quella parte del mondo dove la gente ha il tempo di raccontare storie, c’è un libro dove il protagonista si è inventato un amico immaginario. Cammina per le strade da solo e gli parla. Gli racconta le cose che gli passano, si fa dare consigli, si fa consolare quando è triste. Il suo amico immaginario, il suo angelo custode, è Morrissey. Quando scoprii questa cosa anni fa il mio primo pensiero non fu procurarmi il libro. Solo pensai che il protagonista del mio romanzo avrebbe fatto lo stesso con Rino Gaetano. Anni prima ancora lessi un articolo da niente fatto per riempire una rivista musicale più truffa che altro. Era un racconto sommariamente divertente in cui una coppia litigava e lui rinfacciava a lei che nemmeno sapeva chi fossero gli Smiths prima di conoscerlo. Lei non rispose:- E meno male. In tutti i modi non penso che fosse il dialogo tra i due il punto forte del racconto. Erano le elucubrazioni conseguenti dello scrittore mediamente famoso di turno. Trascurabili, d’altro canto. Gli Smiths, e Morrissey in particolare, non hanno colpa di tutto questo e da qualche parte in qualche libreria del mondo occidentale c’è quel libro che aspetta me, o qualcun altro. Un libro dove il protagonista parla con Morrissey e il solo pensiero fa commuovere chi si è fatto commuovere da Morrissey camminando per strada.
The Queen is Dead fu pubblicato il 16 giugno del 1986. Quello stesso giorno l’Uruguay le buscava dall’Argentina in Messico negli ottavi di finale di una Campionato del Mondo memorabile, lo stesso del barrilete cosmico. Sarà per questo che io ancora non ho conosciuto uruguagi a cui piacciano gli Smiths. Ironia della sorte e delle infanzie originali, e neanche tanto, al giorno dopo risale uno dei miei primi ricordi non ipnagogici. E’ un ricordo cosciente. Sono io che piango e vomito tutte le lenticchie che mi ero mangiato per cena. Perché diavolo mia madre cucinasse lenticchie a metà giugno è una domanda che pur a distanza di così tanti anni meriterebbe ancora una risposta. Invece il perché io rigettassi così ingenerosamente quei legumi piccoli, marroni e fuori stagione è molto chiaro e nulla aveva a che fare con l’uscita nei negozi dell’ultima fatica firmata Morrissey - Marr. Il fatto era che l’Italia aveva preso due pappine dalla Francia e se n’era andata a casa e io mi vomitai pure l’anima per quanto piansi. Se dovessi associare alla parola desolazione un’immagine e una sola, in un ipotetico vocabolario visuale delle mie emozioni, sarebbe quel campo immenso, verde accesso sparato da un collegamento intercontinentale e quelle due bandierine posticce alle estremità dello schermo. Quelle bandierine inventate dal genio diabolico dell’arcaico grafico tv del 1986 sventolavano addirittura, così simili eppure così diverse. Il 2 stava sotto quella blu, bianca e rossa, lo 0 sotto quella verde, bianca e rossa. Il campo era vuoto, le squadre già negli spogliatoi. Mio padre abbacchiato sul letto. La vasca da bagno di casa mia piena di lenticchie e conati di vomito. Avevo cinque anni e mezzo.
Mie sorelle di anni ne avevano 15 e 13. Per me erano grandissime. Adulte. In realtà erano piccole e fragili. Spero che Morrissey le abbia aiutate in quei momenti più di quanto io fossi capace di fare. Anche loro piangevano quei tempi, ma di certo non perché l’Italia fosse tornata a casa. Molti, molti anni dopo, quando ho iniziato ad ascoltare gli Smiths, già grande, grosso e fregnone, Maria indugiava nel corridoio, mentre cercava un libro nella sua libreria straripante, strabordante libri e frasi salvate a penna sui bordi bianchi delle pagine scritte con inchiostro industriale, e sussurrava qualche parola, o meglio, accompagnava con le labbra serrate le melodie di quell’album che salivano da uno stereo che era quello del fratello. Chissà che pensava in quei momenti e soprattutto che pensavano le sue viscere. Un giorno mi raccontò che si comprò il primo album solista di Morrissey e si mise a tradurre tutte le canzoni. Quell’album lo conosco. E’ Viva Hate. Non l’ho mai ascoltato. Però me lo ricordo quando un po’ più grande del 1986 andavo di nascosto a vedere i dischi di mie sorelle. C’era questa faccia che prendeva tutto il vinile. Un profilo sommesso, ma per certi versi luciferino. Quando lo vedevo allora non avevo nessuno di questi due aggettivi da pensare. Lo guardavo e basta. Oggi quel disco probabilmente non c’è più a casa. Mia sorella li ha venduti quasi tutti.
The Queen is Dead non è solo il titolo dell’album ma anche quello della canzone che apre l’ellepì, oltre a dargli il nome. La cosiddetta title-track. E’ una God Save the Queen dei Sex Pistols in chiave colta. Come se un punk avesse buttato lucchetti e lamette e si fosse segnato a letteratura e poi avesse iniziato a scrivere invettive sociali. Nel ’77 Johnny Rotten gracchiava che non c’era futuro per la Regina e nell’86 gli Smiths ne cantano la morte. Solo elegantemente, senza urlacci, senza pogare. In un inglese oxfordiano. Vestiti bene, un taglio d’oltremanica impeccabile e con il ciuffo ben sistemato. Il sogno onanistico di qualsiasi punk con poco coraggio e troppo cervello. Una canzone perfetta. The Queen is Dead è la canzone di quell’album che preferisco. Almeno questi giorni. Che passeggio da solo. La ascolto. E poi la ascolto. E poi prendo l’iPod, pigio rewind e la ascolto. E penso a quel romanzo che su un qualche scaffale di un megastore di libri di una città decisamente anglofona aspetta.
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