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Autore: Alfredo

Una mattina
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Abstract: Malinconia è una cosa umana, troppo umana per essere raccontata. La musica ci aiuta a tacerla, senza perderne il senso profondo

Riferimento: Ludovico Einaudi, Una mattina


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Non è dolore fisico, né psicologico. Semplicemente non è dolore. Né vaga tristezza, né nostalgia, né angoscia. È altro, ma non so cosa, e nemmeno penso che possa essere raccontata, o semplicemente “detta” così come si dice l'amore. Forse non è nulla, forse non ci riguarda, non ci appartiene ma cala su di noi da qualche iperuranio. E forse è solo un'atmosfera, una condizione umana esterna all'uomo, un nostro modo d'essere necessario, che ci appartiene in quanto uomini, singoli uomini destinati a vivere qui e ora, e poi nulla più.



Forse è persino una condizione privilegiata, una sensibilità che altri esseri viventi non hanno. E che forse non ha nemmeno dio, di cui scopriamo così persino una inaspettata imperfezione. Una cosa umana, troppo umana. Anzi la cosa più umana, quella che più ci contraddistingue. Talmente umana da non essere divina. E se nell'universo c'è qualcosa o qualcuno che possa definirsi un essere malinconico, quell'essere è l'uomo, quelli potremmo essere noi, quelli siamo noi. Noi soltanto. Non altri. Non altro.



Si può essere tristi per qualcosa, per questo o per quello. Si può essere annoiati di questo o quello (o di tutto). Si può persino piangere per un amore perduto, per un amore mai iniziato, per un gesto sbagliato, una parola di troppo, per un sogno spezzato, per un'illusione divenuta ben presto delusione. Si può imprecare contro qualcuno, si può maledire qualcosa, si può anche aver paura di questo o quello e vedere cessata la propria paura quando la cosa è dileguata, lontana. E poi se ne ride, ma sempre si ride di qualcosa. Insomma, c'è sempre un ente di mezzo a ogni nostro sentimento o a ogni nostra emozione.



Il mio essere malinconico, invece, non ha nulla dinanzi, nemmeno un timidissimo sospiro. Neanche un fiato di vento. Né un raggio di luce. Né uno specchio di acqua rischiarato o cupo. Si è malinconici così, perché lo si è, e basta. Si è molli, abbandonati, inerti, con gli occhi chiusi, come svuotati. Si è.



Come “dire” allora la malinconia che sento dentro? Come distinguerla dalla rabbia, dalla tristezza, dalla noia? Come "dirla" soprattutto quando, in certi momenti, sembra la sola cosa capace di riempirti davvero il cuore? Di riempirlo sino alla gioia, sino a sentire qualcosa che non avresti altrimenti sentito, qualcosa di doloroso e gioioso assieme, di triste ma consolatorio, di angosciante ma anche capace di ridarti indietro l'umanità che sembravi aver perduto. Una cosa che fa leva sull'animo e lo solleva verso una piena soddisfazione. Quasi verso la salvezza. Quasi.



Ma serve poi “dire” la malinconia? O è meglio far scorrere queste note, perché parlino loro? Queste note di pianoforte che sembrano rincorrere nulla, questa mattina che sembra solo accendere, custodire, trattenere timidissime emozioni, cullandoti in un piacere che stenti a definire gioia, ma che in fondo lo è. Eccome se lo è. Pur non essendolo, di fatto, pur sembrando tristezza, pur apparendo solo volgare e languida nostalgia. O banale mestizia. O semplice abbandono, senza altre ambizioni.



E in fondo un po' abbandono lo è, ma non a questa o a quella cosa. Solo abbandono, senza attributi, senza appendici, senza complementi. Un piangere senza lacrime. Un vuoto che potrebbe riempirsi, e si riempie, subito di altro. Ma lascia il cuore leggero, l'animo sollevato. Senti dentro una specie di compagna di viaggio, che ti sostiene col suo piacevole senso di nulla.





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