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Autore: Alfredo

Suoni nel sottobosco
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Abstract: La musica spesso ha bisogno di silenzio e solitudine per cogliere a pieno il vibrare dei suoni del suo sottobosco

Riferimento: King Crimson


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C’erano momenti in cui mi rinchiudevo nella sala da pranzo. Restavo seduto sulla sedia, proprio di fronte allo stereo, al massimo sfogliavo e rigiravo tra le mani la copertina, oppure la busta bianca che custodiva il disco, dove magari erano anche stampati i testi e tutte le note. E poi restavo lì, per ore ad ascoltare, ed eravamo soltanto io e la musica. Guai a chi si intrometteva. Non volevo stordirmi coi suoni, non cercavo un ottundimento dei sensi, né alzavo i volumi per esserne sovrastato. Anzi, volevo il silenzio e la solitudine proprio per ascoltare meglio, controllare l’ascolto, penetrare più consapevolmente la trama. Non ero solo, in realtà. Il silenzio serviva a udire più sottilmente, e la solitudine a non sentirmi solo davvero.

In quei momenti mettevo sul piatto cose complicate. Brani che bisognavano di attenzione, concentrazione, rispetto. Incontravo quegli attimi in cui anche gli arpeggi più oscuri, lontani, di sfondo diventavano evidenti. Emergevano. Ecco, la solitudine e il silenzio servivano a far emergere le cose, che altrimenti sarebbero rimaste in un angolo, inascoltate, vittime del rumore e del fracasso della vita quotidiana. Parrà paradossale, ma stare soli era il solo modo per sentirsi in compagnia di eventi che della solitudine avevano necessità per esistere davvero.

Ricordo che sul piatto giravano spesso i vecchi King Crimson, non quelli attuali, un po’ chiassosi, ma gli antichi, con le chitarre arpeggiate, i flauti di Ian McDonald, il mellotron, il piano di Tippett, le atmosfere. Tutte cose che nel caos quotidiano sono destinate a sfuggire. Io, invece, andavo alla ricerca dei suoni di “seconda fila”, quelli che non appaiono facilmente e che rischiano di morire soffocati dalle trame musicali posizionate sul principale fronte sonoro. Una specie di caccia al tesoro, alla ricerca di ciò che non appare. Una specie di percorso nel sottobosco, che i gruppi prog-rock quasi ti incitavano a tentare, con quei brani a più strati e sofisticati, che il punk poi spazzerà via, e con essi anche i ritocchi e le pennellate che da dietro cercavano di emergere, dando colore e sfumature a ciò che diverrà, invece, gesto irriguardoso e monolite sonoro.

Nel chiuso della sala da pranzo era come aprire un’uccelliera e vedere tante ali colorate svolazzare. Era una questione di tinte attenuate, di brevi variazioni di tono, di livelli che si sovrapponevano restando distinti nell’ascolto solitario e concentrato. Era il discanto di Formentera Lady. O la cornetta di Islands. O gli archi che raccontavano di gabbiani. Ma era (ed è ancora) un’intera esistenza giocata sulle sfumature, che della vita quotidiana rigetta la corposità, lo schematismo, la “squadratezza”. E anche la noia di questo continuum esistenziale, dove gli istanti sono tutti uguali, e non ce n’è nemmeno uno a cui appigliarsi per sentirsi davvero su “un’altra orbita”, direbbe Montale. Anche qui vado alla ricerca di toni, vibrazioni, sfumature. Che solo il silenzio di chi è solo, anche per un attimo, sa cogliere a pieno.



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