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Autore: Brina_z

Infinitezze
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Abstract: Guai a chi ti guarda, a chi ti sfiora, a chi ti tocca. Guai a chi ti taglia a chi ti brucia a chi ti fetta.

Riferimento: Infinite possibilità, Hiroshige


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Vorrei scrivere del sole che sorge, è un alba o un tramonto? Di quadri di pesci e di fiori, di arte fluttuante, soprattutto di uno che si chiama ragazzo sul monte Fuji, di samurai, e aspiranti tali, di suicidi nipponici e di quelli virtuali, di osterie giapponesi sulla via del mare, di amici radical che hanno cambiato il nome in Gyoshu, di amici chic la cui canzone preferita è Lovers in Japan, di riso bianco con cui ho sostituito il pane da tempo. Vorrei scrivere di case, di tetti e di cuscini, e poi anche di sogni che le case schiacciano, di sonni fatti dentro le case, di gente che vuole dormire ovunque fuorché alle case sue, di morti di sonno, di morti e basta. Fiori di loto, arabe fenici, Cristo risorto. Ce la fanno tutti. Continuo a volermi scrivere sotto il piede un’unica indicazione stradale, sospettando che solo questo sarà per sempre, il fatto che mai arriverò al punto in cui non ne avrò più bisogno. Ho visto un alberello legato a un palo che lo sosteneva. L’ho invidiato. Il ragazzo sul monte fuji è sospeso tenuto sostenuto da un ramo infilzato nella terra, solo solissimo, lui e anche il ramo, con solo quel ramo. Mi pare già tanto, e quando dico tanto credi è molto.Ieri ho tentato di costruire un albero fiorito e fogliato e molto colorato proprio di fronte al mio letto, con i rami staccati che se ne vanno ognuno per conto suo, fluttuanti. Quando avevo 16 anni mi sono disegnata una quercia secca sull’ombelico.

Sciabola

brilla e

decapita

questa mia

testa

Che altro non è che un qualche ramo di qualcosa.

Che magari risorgo anch’io.

Tendo ad ingigantire le cose, da quando non mi fido di quello che dicono gli altri. Non degli altri, che è un altro problema, di quello che dicono. Alle mie orecchie difficilmente le facce e le parole altrui godono di credibilità. Non che pensi di essere circondata solo da bugiardi senza vergogna, ma da incompetenti-pressappochisti-svolazzanti come fruscelli al vento sì, non necessariamente tutte e tre le cose insieme. Se mi si spiega una cosa che ignoro, io non ci credo. Fatico a trovare una faccia credibile. Questo mi fa sentire più sola. Ingigantisco le cose, anzi mi si ingigantiscono davanti agli occhi e mi inghiottono, proprio come nel mio sogno da febbre, sempre lo stesso da che ricordo di avere avuto la febbre, dove c’è una rigida valigetta di pelle nera, quella di mio padre quando ero bambina, che gira su un percorso tutto avvoltolato di curve finchè si avvicina sempre più a me ingrandendosi man mano che gira, e mi mangia. Mi sono stancata di stare sola in questo posto dove c’è bisogno di risposte e di domande. Mi sentivo già sola, per via dei piani e dei pianti paralleli e non inclinabili, manco cascasse la luna, per via delle incomprensioni non solubili, in nessuna sostanza, a causa di non si sa bene cosa ma sicuro è strutturale, per via della presenza che era assenza, e poi dell’assenza che è presenza, della Great Depression (mia), ma soprattutto per via dei pezzettini di me che si staccavano da me e anziché andarsi ad attaccare a qualcos’altro o qualcun altro andavano perdendosi nell’universo, così fluttuando, al massimo attaccandosi alla luna, che comunque non è cascata. Non ci è voluto molto a passare alla versione 2.0 della mia vita. Quella precedente non era stata un granchè. C’era stato un terribile equivoco, soprattutto, che ha sfasato la percezione di tutto il resto, che chissà come sarebbe stato, però a sua volta causato da chissà quale altra sfasata percezione. Insomma le cose non erano andate lisce neanche nella versione casereccia della vita, nonostante fossero andate con molta solerzia per le lunghe, ed era finita che ad andare giù lunga fossi stata io. Il web 2.0 mi si è comprato per poco, questa è la verità. Se il Male nella mia vita precedente, quella vera fisica fattuale, era stato the Big Misunderstanding, figurarsi quale sarebbe stato nella vita virtualeggiante. Non avevo molto da temere. Non è vero per nulla, come dicono quelli, che si rischia di meno e si rischiano cose di peggior qualità, io ho rischiato uguale e cose della stessa mediocre qualità. Solo, non ero più giustificabile a me stessa, ben ti sta se ti perdi nelle curve di una para-vita pensi in questi casi. Ho proceduto ad eliminare pensieri abbozzati, commenti pensati, cose ascoltate, umori malcelati, risate sguaiate, confidenze strappate. Persone. Ebbene sì. Nei miei sogni di ordine e disciplina infantili vagheggiavo di poter eliminare persone con una passata di spugna, una porta sbattuta in faccia, una bella riga solcata sopra il nome, facevo raccolte di chiodi. Nel mondo 2.0 si può, con un gesto formale, standard. Purtroppo si può tornare indietro, facendo la parte dello scemo, un altro po’. Una volta ero convinta che le seconde possibilità non esistevano. La versione 2.0 le ha, vive di seconde possibilità, campa sulle infinite possibilità, come campano le nostre scelte sulle nostre infinite piccole vergogne. La vita nella piattaforma 2.0 è per sempre, tutti sono per sempre, tu stesso ti riproporrai per sempre all’infinito a te stesso, se non si prendono provvedimenti, è per sempre. Per sempre saprai, per sempre sapranno. I mezzi contemporanei, per starci in ballo, richiedono una forza e un’integrità e una pressappocaggine che io non ho. Bisogna capirlo. E allora mi eliminerò, dopo averti eliminato. Il contatto con un filo, un dito allungato, una parola soffiata, un aggiornamento su quello che ascolti e che pensi, a che ora torni, tutto questo è dolcezza, è un’agonia lenta, è un distacco indorato, è una fine eterna, è un nulla eterno. Tutto questo è una bugia. Tutto si crea tutto si distrugge e niente si trasforma, e questa è la verità. La morte è un’altra cosa, una cosa che c’era e poi non c’è più per sempre, e questa è la verità.

Soltanto il sogno ti dà infinite possibilità. Lascia pulite le stanze che ci voglio dormire ancora. Lasciamoci senza parlare, non ti accorgi che è tutto perduto. Se chiudo gli occhi il tuo sangue si gela all’istante. Vedo il ghiaccio che cola, dentro la tua bocca ancora.

Ancora. Muori ma solo se io finalmente chiudo gli occhi. Eppure parli ancora. E parli Male. Parli una vita che può solo colare. Perché io rimango ad occhi chiusi. E’ colpa mia. Ma questa è roba vecchia, e difficile, e c’è bisogno di confidenza per pulirsi le stanze.



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