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Autore: Brina_z
Ti scatterò una foto

Abstract: Io, emulsione fotosensibile
Riferimento: Le analogiche
Qualcosa non deve essere andato come doveva andare, o per dirla bene qualcosa non ha fatto quello che doveva fare. Se me ne sto in una casa fatta di letti sola a interrogarmi sulla tecnica del collage di foto. Altrochè le lucette mezzebone che stanno di là nell’altra camera e che fanno proprio quello che devono fare. C’è una amica mia che mi manca tanto che ne fa di bellissimi, anche se io nei suoi collage non sono mai stata compresa, e tutti gli splendidi di questo mondo, in camera loro, ne hanno avuto almeno uno bellissimo, cioè bellissimo per loro, perché poi magari loro sono pure brutti. E quindi mi sono detta che ci vorrà mai, so boni tutti, per dire esattamente come ho detto, anche io volevo il mio collage di foto bellissimo. Un amico sincero mentre mi ci applicavo mi avvertì di non cadere nel tranello del collezionismo: questo ce l’ho quest’altro pure ecco quell’altro. No. Per chi mi ha preso? Ho pensato io. Un bello scarto di partenza è quello che ci vuole. Volevo fare un intruglio terapeutico, che quando mi ci cadesse lo sguardo mi risollevassi, quindi bisognava selezionare accuratamente. Niente brutti sentimenti. Niente spiacevoli sensazioni. Neanche lontanissime sullo sfondo richiamate da qualcos’altro.
Primo o quarto o terzo nobile sentiero del buddismo: I pensieri negativi sono involontari, sono la manifestazione, la scarica, della tensione derivante dai traumi impressi nella nostra memoria. E, qui viene il bello, le emozioni dolorose sono solo generate dal pensiero negativo. Solo.
Quindi, per ordine, avrei dovuto scacciare i traumi dal mio collage, estrapolare i pensieri cattivi dalle mie giornate, per finire in bellezza col godermi questo nuovo stato di grazia.
Solo il bene impresso. Sorprendentemente ce n’era abbastanza di bene impresso. Qualche tempo fa amavo scrivere in giro che mi sentivo “come un’emulsione fotosensibile di cristalli d’argento, un po’ demodè un po’ impressionabile”. Impressionata, direi ora. Cioè mi sentivo una pellicola fotografica marroncina lunga e lucida, dove tutto sarebbe rimasto a impressionarmi. Finchè non arriverà un fascio di luce invadente e fedifrago a bruciare tutto. E a fare proprio quello che deve fare.
E’ un brutto bancone di prova un collage. Da quello che ne esce se ne potrebbero trarre utili riflessioni, ed evitare di andare al CIM a parlare del proprio divorzio per esempio, col rischio che sgamino che in realtà non sono mai stata sposata. Per esempio, chi non era innamorato di me non è stato in grado di farmi una foto decente, come si fa a non essere innamorati di me mi chiedo ancora, e ancora se certe espressioni non me le avessero fotografate avrei dimenticato per sempre che io sono anche altro, e ancora. L’intento sotteso al collage era creare una piccola capanna di bambagia, dove ristorarmi che non facesse male. Ebbene, il fatto che in tempi non sospetti della mia vita, talmente insospettabili che pensavo a fare le foto, sia stata così bene, fa per l’appunto molto male ora. L’unica volta che sospettai in corso che fosse uno di quei periodi di vita bella, piangevo una lacrimuccia più o meno tutti i giorni, per quando sarebbe finita, ma nessuno capì la tragicità di quei momenti. Avevo tentato con le mani e con i denti, e con le cose ferme che mi erano attorno, sbattendoci e sfregandomici e scartavetrandomici addosso, a tutto ciò che fermo rimaneva fermo lì, di strapparmi di dosso il male e il brutto che c’era, che si può descrivere in tanti modi ma non serve, era male e brutto per me, poi magari altri invece sarebbero contenti di metterlo nel proprio collage. Avevo voluto e c’ero riuscita, come mai nella vita sono riuscita a fare niente che volessi così tanto, e questa fu la felicità vera e la disperazione vera. Le uniche cose che mi facevano sopportare la Fine, più vicina dell’inizio, conosciuta fin dall’inizio, di quei tempi, erano: i Radiodervish, il pensiero che mi aspettava l’esame sul mondo arabo, Morgan che continuava a essere inesorabilmente innamorato di Asia, la birra a tutte le ore, la polacca che dopo aver lasciato uno che somigliava a Brad Pitt aveva trovato l’uomo della sua vita, dire a Sha che avrei voluto essere come lui, e che lo odiavo come non avevo mai odiato nessuno (e poi infatti mi aveva conquistata spacciandosi per fotografo), affacciarmi alle finestre, sia quelle del quartiere popolare (quanta felicità) sia quelle del quartiere chic (quante cose avrei voluto buttare dalla finestra) e basta. Dove vivo ora non ci si arriva nemmeno alle finestre.
Un altro amico sincero mi ha fatto riflettere sul fatto che sfascio sempre tutto, soprattutto ogni dolcissimo accenno di stabilità, perché ho una paura ottenebrante della Fine, al contrario di quello che potrebbe sembrare. Ma non è sentimentalismo, né psicologia, è il meraviglioso mondo della sociologia. In breve la colpa è un’altra volta della precarietà. Terrore di stare sotto l’onda anziché sopra. E allora mi è parso indispensabile mettere anche la grande onda incastrata da qualche parte tra cieli vaniglia e mio fratello che non mi dà più i baci da anni.
Questa faccenda del collage, in verità, si sta protraendo senza che riesca a giungere a un risultato guardabile, sicuramente perché ci sono una tecnica e una logica che mi sfuggono, quasi quasi rinuncio e faccio un bel collage di pensieri, intitolato “Pensieri da non fare”. Ieri sera mi era venuta la voglia di metterci pure una bella foto di Ben Harper, perché è lui ma soprattutto perché è tanti altri, perché se lui canta there are sooooo many special people in the world io ci credo, è il più credibile di tutti, anche se poi non appena è uscito dal palco e mi sono guardata intorno non ho visto così tanta gente speciale, insomma sarete tutti delle brave e belle persone, e anche se non siete belle non fa niente, ma io generalmente non vi trovo nulla di speciale, quasi nulla che mi distragga dalle mie banalità, perché generalmente vedo solo tante altre e diverse banalità, il più delle volte perfino ridicolizzate da bruttezze oggettive o da patetici moti di autoaffermazione (come direbbe l’amica delle lucette l’abbiamo capito l’abbiamo capito… non c’è bisogno) o da ancor più struggenti (nel senso che mi muovono a lacrime) accanimenti a fare quelli che non si è. Insomma anche se Ben Harper canta la specialità del mondo la canta perché è figo lui, e secondo me lo sa benissimo che in pochi sono fighi quanto lui, solo che gli si è allargato il cuore dalla sua stessa beltà e quindi cantasse tutto il bene che vede, anche se io non lo vedo. L’importante è che lo canti lui, che è credibile. Quindi avevo proprio deciso di inserirla questa foto, a ricordarmi che quando avessi visto il bene del mondo avrebbe voluto dire che ero diventata figa pure io, ma a ricordarmi anche di non vederlo finchè non diventassi figa per davvero, quando a un certo punto appaino macchinette fotografiche da tutte le parti. In particolare una. Di un tizio sulla quarantina, il classico mezzobono e mezzointellettuale, s o l o, sotto il palco vicino a me, arrivato lì chissà da dove, oltrepassando una piazza che era una bolgia, in mezzo a frastornate ragazzine che urlavano Ben ed accaniti fan che si immedesimavano, a rovinare quel momento magico a me, con quel suo braccio malefico sempre per aria a fare le foto, mesto e soddisfatto, e mi ha fatto pena, oltreché stizza. E mi ha ricordato qualcuno, soprattutto in tutta la tristezza che mi ha messo. Allora non l’ho più potuta inserire questa foto-monito, rischiavo sensazioni negative pronte a sbrodolare giù alla prima vista distratta di quella foto, stavo inseguendo sguaiatamente il precetto buddista.
Se riesco a fare una foto di un treno che ripassa, m’impegno ad ultimarlo per bene questo collage. Ma mi domando come si fa a fare una foto del genere, come si capisce che è un treno che passa per la seconda volta. E vorrei scriverci sotto treno-che-se-non-ripassava-era-meglio. A onor del vero, personalmente non mi è mai capitato di temere per nessuno che fosse uno di quei treni che non ripassasse più, ma forse invece l’ho temuto, però ogni tanto a qualcuno capita, e vorrei dir loro che le insegne luminose attirano gli allocchi (cit.) ma quelle scalcinate attirano gli stupidi, e che per allocchi e stupidi in ogni caso non c’è redenzione, a prescindere dai treni.
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