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Autore: ben crood

L'intelligenza è meschina
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Abstract: -

Riferimento: 2.0


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«La razza umana è una brutta bestia. Proviamo a ritoccarla con Photoshop.»
Un po’ di marxismo ci vorrebbe.
Detto da un individualista come il sottoscritto. Detto da uno che è sempre quello più a destra degli altri. Detto da uno che ad aprile non associa tesi, al massimo antitesi; insomma, un po’ di rigore, ragazzi miei, solo un po’ di rigore.
Detto da uno a cui i marxisti da secolo scorso hanno fatto due palle così.
E così via, ma: un po’ di marxismo ci vorrebbe.
Cosa ne vogliamo fare di questa intelligenza collettiva, intelligenza 2.0 che seminiamo in rete con perfida solerzia? Che ne faremo? Là fuori il mondo continua ad essere buio. E noi ci inventiamo un mondo baio. Al chiuso delle nostre stanzette.
Qualche anno fa, un film scemo sui Beatles, un musical, non ricordo nemmeno il nome, ma la regista disse: «Vorrei solo che i giovanotti d’oggi la smettessero di stare nelle loro stanze, la rivoluzione si fa per strada».
Rivoluzione! Parolacce! Mi mordo la lingua pur di non dirlo!
Stanotte, invece, gira in rete un video su Gabriella o Milly Carlucci, non so quale delle due, che dice delle cose improbabili a proposito della rete a un altro tizio che non so chi sia. Mi immagino già il giro della morte che farà questo video: il tam tam da blog a blog, da twitter a twitter e l’indignazione generale su Facebook.
Bene. Ma poi? Che succede?
Mi fa un po’ paura pensarmi coetaneo di tanti miei coetanei. Intelligenza, pura, purissima intelligenza a manetta, a palla, meravigliosa intelligenza, conoscenza senza limiti: siamo tutti brillanti, ironici, caustici, cinici al punto giusto perché il cinismo è quanto di più azzeccato e cool (cool!) al momento. Conosciamo l’ultimo disco dei Greenwood Stories from Hell, l’ultimo film di Jean-Pierre Minchiamotou, l’ultima cappellata di Berlusconi: ma nulla sposta di uno sputo la nostra esistenza. Rielaboriamo cartelloni dell’UDC, scavicchiamo nelle stronzate di Franceschini e soci, la religione è come un fumetto Marvel e l’editoria un percorso obbligato. Perché al massimo si scrive un libro: e un libro non si nega a nessuno.
Siamo smart (smart!), veloci e furbi, gli anni ’80 ci fanno schifo ma ci salvano da un amore finito male, siamo giusti e perdenti (perché perdere ingrassa il cinismo, e il cinismo…), disincantati ma pur sempre moralmente in forma. Domani le nostre idee – brillanti, gaudenti, giuste, giuste per l’amor del cielo! – fluttueranno da mente a mente così come la nostra musica e il mondo, che là fuori è buio, ci sembrerà almeno un po’ baio, almeno nella nostra mente, che prima era la nostra stanzetta (insomma, si restringe un po’, questo mondo, ma è il prezzo della libertà).
Per questo canto: un po’ di marxismo ci vorrebbe.
Dal 2.0, in questo modo, non si esce vivi. Internet non ammette altro al di fuori di sé, per come la utilizziamo. In giro ci sono dei pazzi fottuti che vanno in giro cantando come degli Hare Krishna: «Web is my ’68!». Per Giuda, ma abbiamo bisogno di un altro ’68? A Casini gli prende un colpo: fermatevi immediatamente! Noi subiamo Internet: non stiamo imparando nulla. Sputtaniamo parti importanti della nostra vita: i nostri movimenti, le nostre idee politiche, è tutto tracciabile, e il primo problema non è la censura o il potere politico: ma il mercato che ci sta ingoiando. Proletari e proteiformi, proletari e proteiformi, come dice Rifkin: perché per quanto io possa apparirvi brillante (scommetto già sugli applausi alla fine del pezzo) fuori da qui non ho un soldo e uno straccio di prospettiva come molti di voi (e finisco già qui la retorica sul precariato, perdonatemi).
[Certo poi ci sono quelli che vanno via. Via dal Sud. Via dall’Italia. Fuori dall’Italia è tutto più bello. Quella barzelletta delle angurie americane che in realtà sono piselli. Cose del genere. E poi, via dal Pianeta Terra.]
E anche qui, a meno di accodarmi alle indignazioni e alla disperazione generica che gironzola su Internet in circostanze straordinarie (terremoti; vittorie di Berlusconi; vittorie di Obama; guerre termonucleari) io non sono libero; non sono libero di usare termini – messi così vuoti, ma all’occorrenza pieni, molto pieni – termini come pietà, dignità, frustrazione. Internet non ammette violenza: l’uso che noi facciamo della rete è punk nel senso di «fallo da te», ma non ha la violenza del punk. E’ fighetto. E’ modaiolo. E’ una versione cretina di Uomini e donne. Il gesto violento, persino il pensiero violento, qui è annacquato, è un cocktail d’intelligenza meschina, persino facile, e acqua, tanta acqua.
Se metti una scimmia davanti a un pc connesso a Internet per 365 giorni, qualcosa impara anche la scimmia.


L’essere di sinistra è il piacere intellettuale d’aver sempre ragione: una volta mi hanno detto qualcosa del genere. Internet ci va molto vicino.
In questo caso no, un po’ di marxismo non ci vorrebbe proprio.
Ma nel senso di struttura, di poter strutturare il casino che sta andando avanti, allora sì. A meno che non vogliamo continuare a fare il gioco del G8-banche sfasciate-incazzatura sopita-Chavez che canta El pueblo unido. Che non è il nostro gioco. Io non ho soluzioni. Cito solo quello che leggo in un’intervista che ho fatto a un mio ex-professore, Carlo Formenti: «Le tecnologie del Web 2.0 sono l’anticamera di nuove forme di sfruttamento capitalistico di un’intelligenza collettiva che, almeno a tutt’oggi, non appare dotata di consapevolezza politica né, tanto meno, degli strumenti organizzativi per far valere i propri interessi». Io non so se il professore in questione è marxista. Non lo so, anzi, proprio lui parla di Cybersoviet, e di come l’autorganizzazione del web 2.0 sia simile alla farsa dei soviet. Ma quelli che vanno cianciando di 2.0 e ’68 dovrebbero stare attenti e guardarsi attorno: quelli per cui Internet è la Via dovrebbero farsi un giro per la rete verso blog meno impegnati, quelli delle persone “qualunque”, che non hanno film o libri o artisti dritti da citare su Facebook e che usano Internet in un modo così pecoreccio (e legittimo) che poi è chiaro perché tutto, là fuori, rimane uguale. Perché la cosa che gli adepti della Sacra Rete non vogliono capire è che Internet non è né più né meno che ciò che c’è là fuori: un mondo intero, in cui c’è la persona interessante e quella terribilmente banale ai limiti dell’offesa al buon gusto. C’è la persona consapevole e quella che mette on-line persino le foto del proprio amante nudo con le palle al vento. Su Internet stiamo trasportando le nostre vite: e ciò implica un trasferimento d’ogni cosa, dalle virtù alle miserie. Solo che i nostri corpi rimangono qui. Il sollazzo mentale – persino spirituale, a volte – di Internet non risolve un bel niente.

Leggevo un’intervista a Serge Quadruppani. Che è uno scrittore francese (ma a chi importa?). E quest’uomo dice che apprezza molto la resistenza culturale italiana. Si riferisce al New Italian Epic. Che la maggior parte della gente non sa nemmeno che minchia è. Giustamente. Si tratta, in sostanza, di un manipolo di folli scrittori dotati di un talento spropositato – questo è indubbio – e che si è però autoinvestito del titolo di salvatore della patria. Ma che tristezza: la Patria non s’è neppure accorta di loro.
Questo è quello che viviamo. Un pugno di mosche che ronza nervosamente nella mia testa. Nella mia testa. Perché sono convinto che se spengo il computer – ne sono certo – tutto questo non esiste più. E fanculo alla vostra bella intelligenza.
Scrivendo scrivendo, mi sono già stancato di quell’adagio che faceva più o meno così: un po’ di marxismo ci vorrebbe. Siccome non sono Giulietto Chiesa, non divido i miei interventi in due parti, di cui la prima è apocalittica, così apocalittica, da dar vita a una seconda più rassicurante.
Non ho soluzioni. Per anni ho pensato che la soluzione, possibile, a un problema, fosse il voto. Il periodo storico fa così pena che votare è una cosa così delicata. La maggior parte della gente qui attorno non vota. E chi vota usa Internet per tifare per il proprio candidato. Il piccolo paese in cui vivo ha una sola qualità: è, nel piccolo, la replica esatta di ciò che accade su larga scala. Quattro candidati identici, identici nel ricercare la conferma di se stessi, del proprio essere un politico prima che un uomo, una città che cade a pezzi, ridicola nel suo cadere a pezzi, la gente che rivoterà i Padre Ubu che giocano con la disperazione del posto. Stop.
Ho aperto blog, collaborato con siti, fatto questo e quell’altro, tutto questo perché fuori da qui, anche per ragioni geografiche, ogni cosa era morta. E sarà lo stesso motivo per cui smetterò: perché, fuori da qui, ogni cosa continua, imperterrita, a esser morta.
La razza umana è una brutta bestia. Proviamo a ritoccarla con Photoshop.
[Spengo il computer. Le mosche non ronzano più. E’ tutto nella mia testa.]














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