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Autore: Alfredo

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Abstract: Il tempo è attesa di un evento. Che già è presente dentro di te, e attende solo di divenire realtà a tutti gli effetti. In un attimo il mondo sembra entrare in sintonia con i tuoi desideri, poi ritorna l'abisso di sempre.

Riferimento: Premiata Forneria Marconi


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Era stampata nella mia mente. Ma non era una donna ideale, un modello astratto, un simbolo letterario. Era reale, realissima. Ne potevo quasi percepire l’odore, e sentivo muovere l’aria ai suoi gesti. Però non camminava davanti a me, non mi era a fianco, non occupava il mio stesso spazio. Più che altro era una proiezione della mia mente verso uno schermo esterno, era una parte del mio “io” che cercava di assumere una configurazione fisica, materiale, un’esistenza indipendente insomma. Ma proiezione restava, idea semi-reale, profezia, intuizione, desiderio pressante, quasi-realtà e basta. Camminava in bilico tra due mondi, uno solo dei quali non era abitato da me. Un’equilibrista sospesa sul filo, indecisa se tentare il salto verso la mia dimensione o restare lì, piantata ai confini del mio cuore, all’unisono con il battito, ma sorda ai richiami.

Mi chiedevo se avessi mai potuto, un giorno, incontrarla. Se un’entità oggettiva avesse potuto davvero riempire di contenuto quel mio desiderio. E se un corpo avesse mai tentato di rivestire i panni che, per ora, erano solo correnti e impulsi che correvano nella trama delle infinite sinapsi del mio cervello: un filo teso, una tela bianca, ma senza macchie di vita, e niente più.

Vivevo il tempo dell’attesa. Che è il contrario esatto della nostalgia, dove vige il tempo della mancanza. Ma speculare al punto di condividerne il medesimo senso: in entrambi i casi c’è un vuoto, una lacuna, qualcosa che si è perduto nel passato, o che si annuncia in modo così forte per il futuro, da anticiparne il senso della mancanza. Io elaboravo il lutto dell’assenza di qualcosa che non c’era mai stato, ma sapevo che ci sarebbe stato e che avrebbe riempito quella lacuna in futuro. Si chiama speranza.

Tra me e la realtà c’era dunque un distacco profondo. Lei era dentro di me, la proiettavo al di fuori, ma restava un soggettivo, un sogno, un concetto seppur concretissimo. Mai avevo provato un tale abisso tra quella figura che frullava nella mia testa come essere realissimo e lo scenario attorno, così vuoto di ogni corrispondenza con la mia mente. Ero solo. Ma non lo ero affatto. Perché lei era pure un ponte, l’unico ponte che ancora stabiliva una connessione efficace con il mondo attorno. Lei era la proiezione dei miei sentimenti nel deserto che mi circondava. Era la mia ginestra.

Fu così, finché un giorno quell’odore non mi avvolse, più di quanto già non avvenisse nei sogni. Fu così, finché non percepii l’aria mossa da un suo gesto. E poi sentii una voce, mai udita ma che riconobbi subito. E poi intravidi un abito, e le sue pieghe, e dietro l’abito i gesti, e dietro i gesti un’anima. D’improvviso la realtà parve accogliere le mie proiezioni, che cessarono di essere tali, e divennero una figura reale. Lei disse: oggi è un caldo terribile. Si, risposi, e intanto guardai per la prima volta i suoi occhi. Se piovesse un po’, aggiunse lei, forse questa umidità soffocante cesserebbe… Già, è così, sarebbe la cosa migliore. Speriamo che passi presto, così dicono le previsioni… Si, ho sentito anch’io. E intanto il cuore batteva fortissimo e io mi sentivo quasi paralizzato. Era un miracolo che quelle parole riuscissero ad uscirmi di bocca. Poi lei disse: be’ ecco il mio autobus, la saluto… Io rimasi lì, piantato sul marciapiedi, sotto la palina dell’Atac, incerto sul da farsi. Dovevo prendere quell’autobus, mi dico ancora, chissenefrega che avevo un’automobile parcheggiata a due passi! Dovevo dirle: anch’io devo prendere questo autobus, che coincidenza! Anch'io! E invece no, non l’ho detto, e quel ponte si è disteso solo per un attimo, e solo per un attimo realtà e sogno si sono sovrapposti dentro di me e fuori di me. E poi lei è andata, ed è andata via davvero, dal mio mondo e dalla mia mente, un lutto vero stavolta. Perdita. Mancanza effettiva. Nostalgia.



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