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Autore: Brina_z

Record
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Abstract: Record (tutti vogliono la stessa cosa, che potrebbe anche essere leggere la gazzetta sportiva)

Riferimento: PGR Cronaca Montana


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Avrei dovuto scrivere di un festival trance, ma non c’è stato nessuno stato di trance per nessuno, e pure questo era facile da prevedere, perché nessuno si era presentato all’appuntamento storico con aspettative né ricordi, anche se tutti vogliono la stessa cosa.

Tutti vogliono la stessa cosa. Cosa. Lo disse Morgan in chiusura al concerto. Io sapevo esattamente cosa intendeva in quel momento mentre lo diceva, anche se non lo spiegherò qui, ma lo sapevo perché ero stata innamorata di lui per tutto l’anno, ma sul serio, e quindi lo sapevo che significava mentre lo diceva.

Appunto 1:

Lui legge Record, io guardo nel bicchiere della Coca Cola, dall’alto, ghiaccio sciolto, due semi di sesamo del mio panino, nero che si macchia di lucido freddo, e penso che anche noi non facciamo più le bollicine.

Apro la borsa quella che si vede che sono italiana, e sale una vampata di odore di fumo, anche Zarathustra che avevo deciso di leggere finalmente in questo viaggio è marcio di fumo, perché l’Adelphi sarà anche bella ma assorbe come un asciugamano umido, come tutti i miei vestiti nello zaino.

Lui fuma, e non se ne cura. Lui legge Record, gazzettina sportiva identica a stile e contenuto all’unico quotidiano sui tavoli di tutti i bar. Lui va al bar tanto per iniziare.

Io mi prendo sempre un caffè molto lungo con tanto latte bollente, anche se è agosto, così impegno il tempo e ho da fare per due tre minuti in più.

Poi mi guardo intorno, lui legge tutte le pagine, non l’ho mai visto indugiare su una più che sulle altre però. Intorno ci sono sempre case, panni stesi, qualche pappagallo.

Non capisco perché si ostinino ad andare a questo baraccio dove il caffè fa proprio schifo, altrochè se mi concentro il Brasile lo invento. Però non lo dico, qui non sembrano essere ironici.

Mi si chiudono gli occhi dal sonno, in fondo è domenica anche per me.

Appunto 2:

C’era un tempo in cui pensavo che tutto poteva essere semplice, solo perché tutto mi era semplice.

Ma tutti vogliono la stessa cosa, eppure semplice non è.

Ho le ciocche più corte dei capelli alzate e arruffate per tutta la nebbia che hanno preso, e gli occhi molto chiari, come quando era semplice.

Vorrei tanto essere più forte e più morbida. Ma forse non succederà ora e qui.

Mi sfugge come riuscivo a esserlo per queste strade tra queste case piene di panni stesi. Tutta la cosmogonia, è facile buttarsi via, e mi ci butto anch’io.

Devo sembrare molto strana qui, molto bianca, molto sola, a scrivere su un tavolo di un baraccio che se non ci sei cresciuto non sai nemmeno come arrivarci.

C’è un tizio in t-shirt bianca che mi fissa da una finestra da dieci minuti, una t-shirt molto bianca candeggiata che ora va a dormire, perché domani è mercoledì, e le sue quattro cinque birre se l’è già scolate. Io le ho già digerite, e ne bevo un'altra aspettando il taxi che ci porti al concerto.

Le macchine nere passano e rallentano, e credo proprio che, se non la finisco di scrivere, mentre dormo mi prenderà il taccuino intentando a leggerlo. Forse qualcosa capirà pure.

Finchè scoppiai a piangere, perché aveva ragione, su tutto, come sempre, anche quando non diceva niente aveva ragione su di me, questa volta invece aveva detto molto, e aveva ragione, non proprio con le parole dette, ma aveva ragione lui, io capivo perfettamente. E lo adoravo, e piangevo. Io per la prima volta in vita mia non riuscivo a parlare a spiegare a giustificarmi ad avere ragione insomma. Perché lui stava come me. Identici. Come sempre. Riuscii solo a mugugnare uno stupido non pensavo che tu fossì così.

Bisognerebbe bisognerebbe

Niente

Però avevo ragione anche io, ma non era colpa nostra, era colpa degli anni che avevamo avuto.

Lui avrebbe voluto piangere quando tutti si scattavano foto ed erano contenti, quando la gente mostrava di avere fiducia, e l’aveva, quando sul quel prato era possibile che una con la camicetta bianca e lo smalto rosso si innamorasse di lui e io mi innamorassi con un altro, quando quello cantava (I know that it's a wonderful world But I can't feel it right now Well I thought that I was doing well But I just want to cry now, ed erano le uniche parole oltre al nome che conoscevo di quel cantante) e la gente pensava al suo innamorato o che avrebbe voluto un innamorato uguale identico a quel bel ragazzotto che cantava, lui avrebbe voluto piangere e io lo vedevo, ma mi stavo un po’ innamorando di un altro, e non me ne curai. Quella sera, qualche sera dopo, piansi soprattutto per questo, perché non me ne curai, perché i miei anni sono stati pessimi, come me. Piangevo perché lo adoravo, e non ero in grado. Lo adoravo perché era come me. E perché era qualcosa di inestimabilmente buono diverso da me.

La sera che io piansi lui voleva parlare, io avevo il cervello bianco. Non un pensiero non una parola. Colta di sorpresa, colta in fallo. Colto in fallo anche lui, ma non riuscivo a dirglielo, e lui non aspettava altro che io glielo dicessi. Non ci riuscii. Non quella sera, non con le parole, glielo dissi poi con piccoli insulti e con piccole carezze. Fu una spettacolare routine, fu casa, fu la spalla, fu un sospiro di sollievo, fu la simmetria che ricordavo, fu l’incontro di due ricci prima, di due cani poi, fu il sonno finalmente, fu l’impensabile comodità, l’insperata vicinanza, fu meglio. Divenne ora e qui. Anche se ora e qui fummo solo quello che siamo. Fu tutto. Perché tutti vogliono la stessa cosa, ma noi stavamo a pezzi. Fu più della stessa cosa, pensavo e ora penso.

All’inizio quando arrivai nella città proibita, per lo scalo, scrissi a una mia amica: non mi manca nessuno, ma mi manca qualsiasi cosa. Vero in parte. Avrei voluto scrivere anche a qualcun altro che quel viaggio avrei voluto farlo con lui. Ancora meno vero che in parte.

Durante lo scalo notturno del ritorno pensai solo a farmi foto, guardavo nell’obiettivo perché volevo fermarmi. E non volevo pensarlo, volevo viverlo. Volevo esserlo ancora, era ora ed era lì, e invece mi trovavo sola in un altro letto, dalle lenzuola molto arancioni, di una città molto proibita, faceva molto più caldo, e non volevo niente, nemmeno un bicchiere d'acqua, solo stare così, con quell’obiettivo in mano, e quell’occhio a guardarmi.

Certo le circostanze non sono favorevoli.

Vivo sui monti tra i morti.

Certo le circostanze non sono favorevoli, e quando mai.

Bisognerebbe bisognerebbe

Niente

Bisogna quello che

Bisogna il presente.



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