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Autore: riccardo

Vasco Rossi
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Abstract: Un po' di cose al riguardo

Riferimento: Vasco Rossi


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Vasco Rossi è molto più di un nome. Vasco Rossi sono mie sorelle che lo ascoltano. Liberi Liberi. Vasco Rossi sono io che parlo di lui con Osvaldo e Annarita a spasso per Firenze, mentre ci stiamo andando a vedere il concerto dei Radiohead, mentre risaliamo docili e ancora lucidi le strade che ci avrebbero portato a Piazzale Michelangelo, a contemplare Firenze dall’alto, a dirci di quanto sarebbe bello un giorno andare a vedere tutti insieme un concerto di Vasco, con la bandana, la birra e gli eeeeeeehhhhhhh da fare ubriachi lerci sopra un campo di calcio, sopra un Olimpico qualunque. Vasco Rossi sono io che parlo con Federica dei motivi per cui a me piace così tanto sotto gli archi di Roma Antica fra San Lorenzo e la stazione Termini, passando per dei vicoli che in tanti anni non avevo mai fatto. Che non la convinco, fondamentalmente. Vasco Rossi sono le due ragazze che mentre sentivano Colpa d’Alfredo ridevano sonoramente fra di loro lasciando intendere il loro desiderio poco recondito di essere portate a casa da un negro. É il padre di Brizzi, professore universitario, che rivedeva le bozze di un suo lavoro canticchiando E quella stronza non si è neanche preoccupata con un walkman nelle orecchie. Vasco Rossi è lui che scrive un libro in cui una pagina è dedicata alla sapienza delle emiliane nel saper fare i pompini. Vasco Rossi sono io che un’estate mentre andavo al lavoro la mattina mi sentivo Va bene così, Colpa d’Alfredo e Fegato Spappolato una dietro l’altra e mi sembravano le uniche cose adatte per commentare la situazione, perché ci vuol qualcosa per tenersi a galla sopra questa merda, sopra questa merda, e non importa se domani mi dovrò svegliare ancora, mi dovrò svegliare ancora con quel gusto in bocca, gusto in bocca. Vasco Rossi è Roma, Torino, Milano. Il Conero di Ancona e il Dall’Ara di Bologna. Fronte del palco. É mia sorella che l’unico concerto del primo maggio che si è fatta è stato quello di un casino di anni fa, un casino, nel quale partimmo con il motorino da Tivoli a San Giovanni e la sera lui suonò quattro o cinque canzoni. Vasco Rossi è Liberi Liberi, e mia sorella che canta ad alta voce non hai trovato ancora uno che ti dice no, sei solamente sola ancora quella, quella che invidia sempre a sua sorella, no oh… dici no oh… Vasco Rossi è Liberi Liberi, quell’album che a Veronica pure piaceva, che c’erano quei versi, uscirò dalla tua vita talmente piano che quando ti sveglierai non te ne accorgerai e invece ce ne siamo andati più volte, l’uno e l’altra, con fracassi monumentali. Assordanti. Che si sentivano e si sentono a distanza di tempo e di spazi. Vasco Rossi è Enrico Brizzi che lo intervista e lui spiega la storia dell’aperitivo prima di fumare, che lo doveva illustrare meglio, sennò i pischelli come Brizzi si fumavano Philip Morris prima del pranzo solo per imitarlo. É il Tango della Gelosia che esce troppo roco dalla stanza chiusa di mie sorelle mentre io sono sdraiato sull’androne dell’ingresso a giocare con i Lego. Esce che mi fa quasi paura. Vasco Rossi è Colpa d’Alfredo cantata senza sbagliare una parola in una spiaggia calabrese, con Osvaldo che ride forte per la mia interpretazione sentita. Vasco Rossi è “l’ultima cosa che si può sentire è Senza Parole, dove canta che non ha più pensato a tutte queste cose”. Vasco Rossi è lui che fa Generale di De Gregori, che cerca di spiegarla e sembra uno che lo sta imitando e invece è proprio lui che non sa parlare e dopo te la canta, a farci fare l’amore dalle infermiere. É De Gregori che fa Vita Spericolata, ma tu vuoi sentirla un'altra volta cantata solo da Vasco, che solo lui la sa cantare. Vasco Rossi sono i suoi occhi azzurri che mi ricordano Gianluca, che quando sento la guardo negli occhi con un sorriso strano, penso sempre a lui, in quella smorfia di chi ha capito di più quando si era troppo giovani per permetterselo. Vasco Rossi sono due album che mi ero riversato in cassetta, Cosa succede in città e Vado al Massimo, dove c’è lui che parla con il benzinaio, e te lo immagini, il benzinaio con la pompa in mano che gli dice Certo sei un bel fenomeno però, per farti prendere così, perché lui finiva appena allora di farsi il carcere, perché evidentemente qualcosa di male dovevo pur averla fatta, disse sempre nell’intervista di Brizzi. Vasco Rossi si è fatto intervistare da Livio quando c’era il dibattito sulla legalizzazione delle droghe, o meglio sulla loro scomunica totale, e non so se per merito suo o di Livio, ha detto delle cose molto sensate, come vorresti sentirle dire da un politico che ti rappresenti. Diceva che la logica del proibizionismo consente di mantenere un florido mercato nero di tutte le sostanze pericolose fuori da ogni controllo. E a quelli che dicono che il mercato nero esisterebbe ugualmente, rispondo: non vedo in giro un grande mercato nero dell’alcol. Diceva anche intanto ai miei figli non gli dirò mai che la droga fa schifo, o che è cattiva. Perché non è vero. La droga è uno sballo, purtroppo, il problema è proprio quello, ed è uno sballo che costa molto caro - a seconda di quale droga - in termini di salute e quindi di ricadute fisiche. Vasco Rossi ha il fegato spappolato. Vasco Rossi fa una vita spericolata. E’ stato molto ascoltato dalle mie sorelle e da tutta la loro generazione in un modo che nessun’altro potrà mai ascoltare e intendere, e nelle sue canzoni si trovava dolcezza nell’unica maniera nella quale si poteva trovare e provare a quei tempi, a certe latitudini esistenziali perlomeno. E questa sera nel letto metterò qualche coperta in più perché sennò, sennò ho freddo senza averti senza, senza averti sempre addosso, e sarà triste lo so… e così via. Vasco Rossi è chi mi ha accompagnato nei miei primi amori, e che importa se questo fa schifo oppure no, se è bello o brutto. Stai con me, oppure no, soltanto un attimo ti pagherò, ci stai per essere ancora mia, oppure ci stai per non andare via. E’ Bollicine che passa mentre si prende il sole in terrazza. E’ Adalberto che moraleggiava dicendomi che non trovava nulla di profondo nel parlare della Coca-Cola o della cocaina, e chi l’avrebbe mai detto che dieci anni dopo a salvarmi una notte in un pub era il pensiero del porta tovagliolini della Coca-Cola. Vasco Rossi è mezzo e messaggio. Siamo io e Riccardo che partiamo la sera della fine dei nostri esami scritti della maturità e, con il suo Zip, ci facciamo casa-Olimpico per vederlo suonare, e senza biglietto non riusciamo a entrare e ci accorgiamo che non è la stessa cosa di quando entravi a spingere per vederti la Lazio, e allora ci proviamo con le transenne e niente e poi scavalcando nella villa del Coni e niente e fuori siamo rimasti noi e un tossico con bandana, Moretti in mano e una maglietta di Vasco acetata, di quella da bancarelle che puzzi che accori, e alla fine ce la rifacciamo fino a Tivoli con i pezzi della Tiburtina buia che con un abbigliamento da giugno non puoi permetterti di farli in motorino, proprio come capire troppe cose prima del tempo. Vasco Rossi è Mi si escludeva, che si escludevano per primi quelli brutti come lui e poi quelli che facevano paura, chissà perché, è Stupendo, scritta perché ha visto che fine ha fatto Liguori, nel ‘68 parte del collettivo gli Uccelli de La Sapienza, a fine anni ‘90 direttore di Studio Aperto. Studio Aperto. È la colonna sonora del riflusso, altroché paninari. Sono i giovani intervistati ai suoi concerti, impallati, che non sviluppano frasi, ma slogan. Che franano sulla telecamera gridando ingrippati Siamo solo noi! Vasco Rossi è Vasco Rossi rifatto in un cd tributo del Mucchio dai Perturbazione, dai Ministri, dalle Luci della Centrale Elettrica, da Mao, dai Delta V e da altri gruppi che a Vasco Rossi non ci pensi. Vasco Rossi sono canzoni bellissime, la noia la noia la noia la noia la noia, io non ci vivo più, restaci tu qui, soffrirò di nostalgia, ma devo uscirne fuori da qui. Io devo io devo io devo io devo e come dicevi tu, tornerai qui, solo quando avrai scordato tutto, solo allora sì. Canzoni bellissime, non ti fidare mai, non sono gli uomini a tradire ma i loro guai. I loro guai. E quando ti accorgi che la sera è già lì, che qualcosa finisce o comincia così, sono i brividi, i brividi che senti salire, sono quelli che ancora non riesci a capire. Vaco Rossi siamo io e Osvaldo che ne parliamo, in tutti i modi possibili, nei testi, nella sua vita, nel perché lui ha cantato Amico Fragile di De André al suo tributo, del verso profondissimo e immenso Prendimi l’anima ma ridammi la radio. Che nella stessa canzone ha scritto la frase, ma che clemenza la delinquenza la vuole trattata così, che neppure a Welsh gli è mai uscita fuori una cosa simile. Vasco Rossi è Riccardo che si compra l’album di Massimo Riva, l’unico che lo abbia fatto di tutta la gente che conosco, e naturalmente Gli Angeli. Vasco Rossi sono mie sorelle, Maria che mi regala il doppio album di Rewind alla vigilia dell’esame di maturità. Anna che lo ascolta e lo canta, nel modo in cui solo una come lei può averlo ascoltato e cantato. Vasco Rossi è Valerio che si arrampica sul balcone della campagna dove facevamo le feste del liceo e finto ubriaco, o forse un po’, canta Jenny è pazza, con grossolani gesti di rabbia simulata e un’essenza molto forte di liceali di provincia, che smaccavamo là sotto. Vasco Rossi è la sessualità deviata che ci portiamo appresso, e quando sei riuscita a farmi cadere nella tua logica di calze nere. Sono le logiche di calze nere che ti fanno venire un brivido lungo la schiena. E’ La nostra relazione, che la cantavo molto a bassa voce perché mi sembrava una canzone piena di peccati, e io ero troppo piccolo, ma Anna quanto la ascoltava. Quanto! Vasco Rossi sono tutti i discorsi inutili fatti su di lui, che invece si ritrova negli anni ‘80 a soffocare in un appartamento di Bologna a fare una canzone reggae che Osvaldo tra l’altro avrebbe cantato con molto gusto nei lugli assolati dove ci ritrovavamo a boccheggiare noi, annaspando verso l’esame del sudore, nei punti dove via Salaria incrocia le vie con i nomi dei fiumi del nord e le vecchie bagasce di Piazza Fiume si incrociano con i calabresi fuori corso imbottiti di caffè a imbottire canotte e le filippine che vanno a giocare al Bingo imbottite di soldi dalle vecchie bagasce di piazza Fiume a cui fanno da accompagno, e che a distanza di anni sarebbe stata riproposta in una compilation della Mondadori che aveva come copertina un accendino della bic giallo, e se in tutto questo non c’è qualcosa di sociologicamente profondo domani riconsegno la laurea. E nella canzone, reggae, non parlava di Jah e neppure di maria, ma delle tette nude. Vasco Rossi è lui che fa il gesto della fica ai concerti. Sono i suoi abbigliamenti tamarri (come gli arrangiamenti e le canotte dei calabresi e dei pugliesi fuori corso o ai primi anni) e i suoi video anni ‘80. I suoi fantastici video anni ‘80. Sulle moto, con la pelle, con l’aspetto da tossico. Vasco Rossi è la combriccola del Blasco, vieni giù in fondo al mare, eeeeeeeehhhhhhhh, è Sballi ravvicinati del terzo tipo, è Tropico del Cancro, dice che è in America e che non vuole tornare più, è la sua sbandata per Pannella, è la sua sbandata per Ambra di Non è la Rai, è Anima Fragile. E tu, chissà dove sei, anima fragile. E la vita continua anche senza di noi che siamo lontani ormai, e con il tempo cambia tutto lo sai e cambiamo anche noi e cambiamo anche noi e cambiamo anche noi, naaaaaaa, nnnnnnnaaaaaaaaaana, nana, nanana. E’ una canzone molto bistrattata che fa le anime calde si fusero insieme sospese in mezzo alla stanza, che a me è sempre sembrata ricchissima. E’ qualcosa che nella mia vita ci sta, Vasco Rossi. Nella vita di mie sorelle anche di più. Ermanno, il dj, l’amico di mia sorella Maria, quello più vero, alla mia festa di compleanno di diciotto anni ha messo Una splendida giornata di Vasco Rossi, dopo la torta, ma questo come faccio a spiegarlo. Vasco Rossi è molto di più di un cantante. E’ molto di più di un nome. E’ qualcosa di assolutamente inclassificabile. Poco c’entra che sia o no tra i cantanti preferiti. Che si continui ad ascoltare. Che sia stimato o no. Aristide, cuoco di Parma, dice che sarà il prossimo grande funerale d’Italia. Quello nella quale un paio di generazioni, o forse tre partiranno verso nord, o verso sud, a riempire le piazze. Come dargli torto. E se prima è stato il funerale di Berlinguer, che io non so nemmeno chi sia, ma mia sorelle sì, e Maria infatti mi ha raccontato che ancora oggi, lei, a sentire Dolce Enrico di Venditti le vengono i brividi, e se poi è stato il funerale del Papa con i pullman da Cracovia e da Craiova e da qualsiasi altro luogo, che vogliamo farci se il prossimo momento in cui la gente che vive la vita si mobilita lo farà per lui. Se sarà lui il prossimo bagno di folla collettivo. Vasco Rossi è Toffee e Brava Giulia, quel periodo di canzoni morbide e soffuse, che mi parevano riversarsi sulle vite di mie sorelle, ma forse sbagliavo. Vasco Rossi è Ogni volta, che avevo eletto mia canzone preferita. Vasco Rossi è Domenico, asociale, che non parlava e però ogni tanto ti raccontava aneddoti di Vasco o canticchiava le sue canzoni. Vasco Rossi sono io, lasciato da una ragazza che a malapena sbaciucchiavo e preso dalla polizia mentre tentavo di occupare il mio liceo, che ero tutto soddisfatto perché sul motorino potevo canticchiare a ragion veduta la ragazza mi ha lasciato, è colpa mia, sono stato anche beccato dalla polizia, e a Domenico Lunedì gli piaceva un tot. Vasco Rossi è una macchina di soldi e molto probabilmente se la Emi darà la possibilità a un gruppo proveniente dal mondo indie o come volete chiamarlo di pubblicare un disco con la sua etichetta rischiando calcolatamente qualcosa, si dovrà al fiume di denaro entrato dall’ultima stronzata discografica di Vasco Rossi. Che venderà anche in tempi di crisi. Che venderà con cifre da rockstar internazionale. Molto probabilmente chi insulta di più Vasco Rossi sono quelli che senza di lui neanche avrebbero una saletta per suonare. Vasco Rossi è lo show che comincia, io sono qui e tu conti su me, pensa che ridere, per me che conta soltanto la mia di solitudine, per una sera speriamo che sia almeno utile. Vasco Rossi mi fa ribrezzo. Vasco Rossi lo amo. Vasco Rossi nel mio romanzo era quello che portavo un fumo un po’ scaduto e che di mattina faceva colazione con un tramezzino. É via Empolitana, dove era molto ascoltato, è tutte le periferie d’Italia dove si ascolta. Perché le ragazze si innamorano se le si dedica una canzone per te (come non è vero, sei te). Perché è l’unico che l’ha raccontato il sapore della festa, il gusto di campane che non è neanche male. É Io no che si propaga da qualche stanza del vicolo dove sta Ragioneria, verso via Acquaregna, Acquafregna per i giovani classe ’80 che frequentavano quei posti e che tutti, nessuno escluso, lo ascoltavano a Vasco, così come tutti i frequentanti di Ragioneria e del Geometra. É il ragazzo dalla cui stanza Io no si è propagata a decibel altissimi per mesi, che a me dava la nausea quella canzone per quanto era inascoltabile, brutta e ridicola cantata da un cinquantenne, quel ragazzo che mi sa che ci era un po’ rimasto sotto. Che doveva essere molto incazzato e molto innamorato di lei. Vasco Rossi canta negli stadi e per questo i suoi fans sono prima di tutto ultras. Vasco Rossi sono le scene alla Vasco Rossi che ci continuano a capitare, che continuiamo a vivere. É un datore di lavoro con moglie e figli che tiene aperto il locale perché ci sono due giovani imputtanite e ubriache, una spagnola e una americana, che sono interessate al fatto che lui sia cuoco perché anche l’americana è cuoca e li lascio lì alle due di notte e la mattina lui mi racconta che perlomeno un paio di palpate pesanti al culo gliel’ha date, quando lei lo ha messo al muro. É un maitre che sfranto dalla vita e dalle notti e dai whiskey, nelle ore pomeridiane nelle quali non entra neanche un cane, dalle 5 alle 8, se ne va al salone di sotto, mette cinque sedie in fila e si mette a dormire con un pacco di tovaglioli a mo’ di cuscino. Vasco Rossi è mia cugina, occhi neri come i nostri, che viene a casa e mentre parla nella mia stanza chiede a mie sorelle se l’hanno sentita l’ultima di Vasco, che faceva così, e se la mette a cantare. Sono le frasi che dette da lui non vanno prese sul serio, farsi la barba o uccidersi, che differenza fa, e l’album dove c’era quella canzone, che ascoltai mentre stavamo in macchina e andavamo al mare, con una combriccola pietosa, e non mi parve neppure così brutto come credevo dovesse essere. Sono i suoi occhi chiari come quelli delle persone dagli occhi chiari che ho perduto durante la mia vita. Sono i suoi occhi azzurri così diversi da quelli di noi tre, di Maria, Anna e Riccardo, tutti e sei molto scuri e che non permettono di vedere le cose in modo chiaro, semplice. Sono i suoi occhi azzurri, così diversi da quelli di noi tre e da quelli di mia madre, di mio padre, dei miei zii, dei miei cugini e cugine, di tutta la nostra santa famiglia fatta di occhi neri neri meno quelli di mio nonno, che erano grigi come quelli di un gatto imperiale, che avevano lo stesso colore della luna nelle foto satellitari. Dio mi perdoni.



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