Leggi scritto




Autore: zucca

La pretesa di un omaggio
Aggiungi questo scritto ai tuoi preferiti

Abstract: La morte di Fernanda Pivano

Riferimento: Il paradiso dei calzini (forzato, eh)


Condividi su Twitter



Volevo scrivere qualcosa di grandioso per Fernanda Pivano, morta l'altra notte. Qualcosa che facesse capire che io a Fernanda ci ho sempre voluto bene, benché di tutto quello che ha fatto, sono molto in debito ancora. Però ho letto l'antologia di Spoon River (pur non avendoci capito molto, ero ancora più stupida), ho letto Sulla strada (che sì, mi è piaciuto ma non lo rileggerei. Giusto quel pezzo all'inizio che dice dei fuochi d'artificio da fare “oooooohh” a bocca aperta), l'ho ritrovata quando mi hanno fatto ascoltare De André, ho letto Tenera è la notte, uno dei libri più eleganti finiti tra le mie mani finora. La Pivano era una di quelle persone che mi sarebbe piaciuto essere come lei, essere capace di andare e parlare con Hemingway, ad esempio, ed essere abbastanza convincente da poterci tornare. Non che io la Pivano la seguissi chissà come. Cosa mi resta di solito dei nomi, sfilze di citazioni, date, titoli? Niente. Quelle rughe, quegli occhi lì, piuttosto. Una cittadina del mio paese ideale.





Chissà come stava in mezzo alle persone la Fernanda, avrei potuto imparare molto a stare a modo, non sembrare scontrosa, gelida, troppo sarcastica o semplicemente stronza. Chissà se fosse nata nell'82, la Fernanda, come sarebbe, se mi sarebbe piaciuta lo stesso o l'invidia mi avrebbe mangiato la faccia. Chissà se ne avrebbe capito di calcio o di Facebook. Chissà se avrebbe portato le converse, preparato un buon risotto, riparato la mia bicicletta. Come sarebbe stata come coinquilina, in via gigli al primo piano a destra. Chissà se avrebbe riso con me a guardare stralci delle trasmissioni trash del pomeriggio, o come avrebbe imprecato in risposta al “scarica questa simpaticissima suoneria” che rovina l'aria. Chissà le sue imprecazioni. Se sarebbe stata disposta ad accompagnarmi a sentire quei 4 sfigati che mi piace tanto ascoltare.



Mangiavo pane e stracchino ieri quando il giornalista del tg1, quello con le parole impastate che sembra che gli hanno montato la bocca a testa in giù, ha liquidato in un'unica frase e nel solo gesto di tirar via la pagina davanti a lui la notizia della sua morte.



Oh bè non so perché ma mi son venute le lacrime agli occhi. Con la sensazione di quelli che restano fuori dalle squadre, non scelti dai due capitani. Che ci si guarda un attimo attorno e tutti hanno iniziato a giocare, e tu no.



Di tutta la grandiosità che avrei voluto srotolare qui non resta che il fondo del bicchiere d'acqua in cui mi vedevo a 17 anni, e poi a 23, e poi a 27. E in quel preciso istante eroin mezzo all'allarme caldo e consigli per difendersi dall'afa, in una zoomata da film malfatto, lasciata sola nel mezzo del campo di sabbietta, senza che nessuno dei capitani m'avesse chiamata.



Mi dispiace, volevo dirlo.



Era vecchia, lo so.



Se non ci fosse stata lei saremmo orfani di un sacco di cose. Oppure ci avrebbe pensato qualcun altro, sicuramente già tardi, ma in altro modo, in un altro modo non bello come il suo, che era lì per davvero.





lascia un commento :: 3 commenti

stampa
Versione per Stampa

Torna

writeup Messaggi






informativa