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Autore: riccardo

I terzini avevano paura
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Abstract: È un percorso laterale, una fluida divinità, una convergenza stilistica con il primitivo preistorico, è l'attualità, è l'attualità (Noia - CCCP/Fedeli alla linea)

Riferimento: La dura legge del gol - 883


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Due anni dopo che il Liverpool rimontasse il Milan in una finale di Coppa dei Campioni memorabile, il destino volle che le due squadre tornassero a incontrarsi nella finale della stessa competizione, la piú importante. Tutti la chiamavano rivincita, però tutti pensavano vendetta. I protagonisti erano quasi gli stessi. Carlo Ancellotti, l’allenatore del Milan, disse prima della gara che aveva pensato a quella notte ogni giorno durante gli ultimi due anni.

Quella notte il Milan stava vincendo tre gol a zero. Il primo lo aveva segnato Maldini, il simbolo di venti anni di trionfi. I milanisti se n’erano andati al riposo pensando che giá avessero la coppa in mano. Il Liverpool tornó in campo como se non fosse successo niente e fece tre gol in quindici minuti. Il resto è storia, come si dice. Dudek, il portiere polacco del Liverpool, tiró fuori dal cilindro, a due minuti dalla fine, la parata più bella della sua vita, impedendo che entrasse un pallone che Shevchenko, ucraino con la faccia da bravo ragazzo, aveva calciato a due metri, non di più, dalla porta. Durante i rigori tutto andò male. Per il Milan, s’intende. Dei cinque che dovevano tirare ne sbagliarono tre, mentre Dudek ballava sulla linea di porta. Era una notte di maggio del 2005, a Istambul.

Una notte di maggio del 2007, ad Atene, tornarono a incontrarsi. Naturalmente la sfida era carica di qualcosa che andava molto più in là di una partita di calcio. Quelli del Liverpool credevano che, qualsiasi cosa potesse accadere, il timore del Milan dopo quel precedente sarebbe stato un incantesimo indistruttibile. Quelli del Milan continuavano a ripetere che si sarebbero concentrati solo nella sfida di quella notte, pur non riuscendoci. Per chiunque altro quell’evento era una metafora della vita capace di contenere qualsiasi episodio dell’esistenza che avesse a che fare con sconfitte, ritorni, seconde opportunità e cose di questo tipo.

Fu una partita abbastanza brutta, ma di una poetica unica. Quello che più impressionò fu l’atteggiamento dei terzini, i laterali di difesa della squadra italiana. Terzino è una parola che non ha corrispettivi nelle altre lingue latine e porta con sè un certo grado di goffaggine. Nelle giovanili solitamente finiscono a giocare terzini i piú scarsi. Chi possiede meno qualità. A volte ci sono mancini che non sono così pietosi (pur solo per il fatto di essere mancini) però il terzino destro è, quasi senza il rischio di sbagliarsi, il peggiore degli undici che scendono in campo. Anche arrivando a giocare ad alti livelli, è difficile che i difensori laterali arrivino a liberarsi completamente di questo marchio infame. E durante la loro carriera, viene a galla. Per questo, quando ai terzini le giocate gli riescono, spesso è l’anno buono per tutta la squadra. È l’anno che si vince una coppa, un campionato, che si entra in Europa. L’Europa. Ma, quando meno uno se lo aspetta, dopo una stagione che li ha consacrati giocatori di primo livello, che sono stati convocati in nazionale, un anno di cross decisivi, discese fino il fondo del campo e gol di testa, all’improvviso tornano tutti i vecchi fantasmi. Il terzino che ti sta davanti ti ferma senza problemi, i tuoi cross finiscono in tribuna, l’ala avversaria ti rimbambisce con le sue finte e, un brutto giorno, con la primavera vicino ma non troppo, il tuo retropassaggio sciagurato è intercettatto dal giovane attaccante di provincia che puntualmente segna ed è adocchiato dalla grande squadra.

Quella notte i terzini avevano paura. Si vedeva da lontano. Per la cronaca erano Jankulowski, ceco, e Oddo, abruzzese. La Repubblica Ceca è un paese esteuropeo. L’Abruzzo un luogo dell’anima. Erano Oddo e Jankulowski, ma erano tutti i terzini del mondo in quel momento. Ricevevano la palla e nemmeno cercavano di passarla al centrale di centrocampo che accorreva in loro aiuto. Di lanciare il compagno que stava giocando sulla loro stessa fascia, neanche a parlarne. Si appoggiavano ai centrali di difesa, che erano Nesta e Maldini e possedevano tutt’altro carisma e autocontrollo. Erano patetici e incantevoli. Erano regrediti al grazo zero del terzino. Nei loro occhi, ma soprattutto nei loro passaggi innocui e timorosi, c’erano tutti i difensori laterali e le debolezze psicologiche che questo ruolo perverso si porta appresso. Laterali, candidati all’alcolismo domestico, condannati a sposarsi con una ballerina di seconda fila. Saranno dimenticati dalla tifoseria o resteranno nella memoria solo per quell’autogol ridicolo che fecero in uno dei momenti nei quali il loro cervello diventava bianco e nel naso tornavano a sentire quell’impasto di sangue e terra che gli si formava nei campi di paese dove giocavano quando erano esordienti, giovanissimi, allievi, senza mai spezzare il fiato veramente. Durante i primi trenta minuti non fecero altro. Si nascondevano e se gli arrivava la palla la restituivano in fretta e furia al centrale. In loro la epica della partita e la enormità del caso si erano trasformati in una paura monumentale, in una entità fisica che poteva essere vista da fuori.

Il Milan vinse quella finale due a uno. Fece due gol Pippo Inzaghi. Il primo di ombro, con la palla che gli sbattè addosso casualmente. Inzaghi è un attaccante che non ha nessuna qualità. E che è stato il più grande goleador europeo di tutti i tempi. Il suo segreto è che esulta come un disperato, o come un bambino, anche se segna il settimo gol in un’amichevole di precampionato contro i tagliaboschi del villaggio montano dove stanno in ritiro. Sarà per questo che segna sempre, perchè niente è più importante per lui che buttarla dentro, qualunque sia il posto dove sta, sia Atene o Tagliacozzo. Questa teoricamente si chiama voglia di vincere.

I terzini si comportarono bene quella notte. Fecero la loro parte. Senza esagerare perché non potevano permetterselo. Mantennero la posizione e la consegna. E la loro forza fu tenere a bada la paura, senza che li spingesse a fare spropositi irreparabili. I gol arrivarono per vie centrali.



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