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Autore: Alfredo
Survival

Abstract: In Tv l'immagine è più importante della musica, la fiction della realtà, il televoto dei giudizi. Per emergere si deve pagare prezzo. Non c'è scampo.
Riferimento: Grand Funk Railroad
Gigi era piantato davanti allo specchio da almeno un quarto d’ora. Non c’era nessun altro in camerino e regnava attorno un tenue silenzio. Carezzava i propri capelli lunghi, neri, naturalmente mossi e sembrava triste, per niente convinto. Di colpo la porta dietro di lui si spalancò, e qualcuno disse: “Ti attendono in prova, mi raccomando sbrigati, sono già tutti lì”. “Ok” rispose il ragazzo “arrivo”. La porta si richiuse e nella stanza tornò il silenzio.
Quando imboccò il corridoio c’era un rumoroso via vai. Qualcuno disse “ciao”, altri lo ignorarono perché indaffarati. Salì sul palco che stavano provando le luci. Gettò il gilet da un parte e guardò verso la platea facendosi scudo con la mano per vedere meglio. Riconobbe il maestro di canto, il direttore musicale, il presentatore, la sua manager. “Sono qui” disse cercando di apparire allegro. “Ti vedo” lo rincuorò una voce maschile. “Che devo fare?” chiese “proviamo subito?”.
“C’è tempo. Dobbiamo parlare un po’ prima” disse una donna che stava proprio sotto il palco. “Sono pronto” rispose Gigi, che volle apparire sereno anche se sapeva bene di cosa si dovesse parlare. “Si tratta dei tuoi capelli, non vanno proprio” spiegò il direttore musicale mentre saliva le scalette che portavano sul palco. “Ne ho parlato anche con Marisa, dice che il tuo visual non funziona, non sfonda nel televoto, ti fa da zavorra”. “L’ha detto Marisa?” chiese Gigi. “Si, si, Marisa, lei se ne intende insomma, ha curato l’immagine anche di Silvia, la ricordi? Dopo aver cambiato stile è salita subito nei sondaggi. La canzone non era granché, ma la scelta del colore azzurro ha funzionato, caspita se ha funzionato!”.
Nel frattempo erano tutti saliti sul palco. “Che devo fare, allora, tagliarli?” chiese Gigi con la morte nel cuore. “A me dispiace un po’, ve lo confesso”. Incrociò lo sguardo della sua manager, che però lo distolse subito. “Tu che pensi, Laura?” la incalzò allora il ragazzo. “Penso che va bene così” disse lei, apparendo persino un po’ scocciata di tutte quelle titubanze: “Gigi, capiscimi, ti stai facendo delle menate su questi capelli: il brano va, devi dargli una spintarella, deve sfondare un po’ di più nel televoto”. “Laura, scusa, a me pare anche che alcune scelte musicali non funzionino, non è solo il taglio dei capelli! Rispetto i vostri consigli, li ascolto, ma l’arrangiamento pop snatura un po’ la canzone: questo era un brano rock, nasceva così all’inizio. Magari, ritornando un po’ allo spirito originario, forse riesco a prendere qualche telefonata in più, che ne dici?”. Laura stava perdendo la pazienza, per questo prima di rispondere attese qualche attimo. Era rossa in volto, si voltò verso Gigi di scatto: “Parliamoci chiaro: pop, rock o valzer non conta niente, l’hai capito o no? Qui conta come appari, il messaggio che passa attraverso il tuo modo di presentarti. L’immagine colpisce subito, lo sai, il brano per certi aspetti è quasi secondario. Ma che ti credi, che il pubblico è fatto di critici musicali? Sono i tuoi occhi azzurri e quel modo di muoverti che resta impresso, altro che. Ma il taglio dei capelli è inadatto. Decisamente inadatto. Sembri uno dei Grand Funk Railroad, li conosci? In una copertina sembravano dei trogloditi con i capelli lunghi e incolti da fare ribrezzo. Andava bene negli anni settanta, non oggi, oggi ci penalizza, ok? Per favore fatti fare un taglio giusto, e facciamola finita. Stiamo perdendo tempo: questa è la TV, carissimo, non è un garage o una sala prove per dilettanti”.
A queste parole scese il silenzio attorno, e anche un certo imbarazzo per il modo diretto in cui Laura si era espressa. Marisa, dalla platea, abbassò persino lei lo sguardo. Il direttore musicale si voltò e diede un comando secco, di cui lui per primo non comprendeva l’urgenza. Gigi capì che non aveva scelta. Solo John, il maestro di canto, disse: “Grand Funk? Come no, quelli di Survival. Niente di che, insomma, ma ancora li ricordo con una certa curiosità”. Ma ciò accrebbe naturalmente l’imbarazzo.
“Marisa, ci pensi tu? Noi abbiamo da fare” disse Laura a voce alta, rivolta verso la platea. Poi si allontanò dal palco velocemente, senza nemmeno attendere un cenno da Marisa e già con la testa rivolta altrove. Gigi si limitò a chiedere: “E le prove? Quando le facciamo?”. Uno lì vicino fece il segno di non sapere, un altro guardò verso la regia per avere lumi. “Prima il taglio dei capelli” sentì dire dall’altoparlante. “Chiamate Meryl, intanto, ricominciamo da lei”. L’assistente di palco, che aveva la cuffia e impugnava un grande block notes, lasciò subito il palco e corse via ad avvertire l’altra concorrente. Meryl era entrata punk e ne stava uscendo neoromantica. Cantava un brano che aveva subito molti arrangiamenti successivi, e non sembrava nemmeno più lo stesso. Ma a lei non importava, avrebbe fatto di tutto per sfondare. Gigi, invece, già non sentiva più l’odore polveroso, metallico del garage di suo padre, né i brividi che salgono a pelle quando il brano che stai provando funziona. Erano sensazioni perdute, che nessuno gli avrebbe più restituito a pieno. Gli sembrava di essere entrato in una specie di tunnel, da cui sarebbe forse uscito con una certa notorietà, ma senza più la musica a fianco.
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