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Autore: Alfredo

Anime fragili
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Abstract: Percorri alcune strade senza meta e ti imbatti in un addio

Riferimento: Vasco Rossi


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Appena fuori di casa volto a destra, poi a sinistra. Il passo all’inizio è lento, di fatto mi limito a camminare, e uso il tempo per selezionare i brani sull’ipod. Quando parte Anima Fragile ancora passeggio, forse raccolgo le forze per la lunga salita che mi aspetta, subito, quasi a freddo. Chissà dove sei. Dapprima sembra facile, e ogni volta mi convinco che resisto un po’ di più allo “strappo” iniziale. E forse è così, anche se a metà percorso, duecento metri prima della strada principale, il passo si aggrava, diventa pesante e ancora non ha acquisito la calda leggerezza di chi ha spezzato il fiato. Chissà dove sei anima fragile che mi ascoltavi immobile. Con la scusa di dover traversare la strada, mi pianto sul posto muovendo appena le gambe, come in surplace. Guardo a destra e a sinistra. Le automobili corrono veloci, ignorano il passaggio pedonale, alzano un vento che mi colpisce a ondate. Ma senza ridere. Attendo un po’, poi ricomincio a correre e traverso la strada velocemente, scendo la piccola scarpata sull’altro lato e inizio a percorrere la controstrada in direzione sinistra. Le auto continuano a sfrecciare come saette, ma sulla mia destra le vigne sembrano compensare quel dinamismo, attenuandolo con il leggero, sottile ondeggiare dei pampini sul loro stelo. Avrai trovato amore, o come me cerchi soltanto avventure. In terra sono indicate le distanze, tracce di vernice rossa che ritmano e cadenzano la strada ogni 100 metri. Da qui in poi è un minicircuito di 1.600 metri, che percorro 3-4 volte, durante le quali vedo ciclicamente lo stesso mondo (le stesse case, le stesse buche, gli stessi recinti, gli stessi cani che abbaiano, le stesse automobili parcheggiate), che varia soltanto grazie alle persone che mi affiancano correndo o che mi fronteggiano nella direzione opposta. E la vita continua anche senza di noi, che siamo lontani oramai. Appena svolto a destra c’è una casa, con un cortile ben curato, e dei bambini che giocano, e poi una donna che sembra occuparsi della casa e dei bambini assieme, alternando amorevolmente la sua presenza dentro e fuori dall’edificio, indaffarata con la cena, probabilmente, ma anche con i ragazzini che la chiamano continuamente. Mamma. In un ritmo biologico e affettivo assieme. Da tutte quelle situazioni che ci univano. Ha i capelli castani, lunghi, si muove leggera, non sembra toccare nemmeno il suolo. Da tutte quelle piccole emozioni che bastavano. Dietro l’angolo successivo incontro un altro jogger molto affaticato, che, non appena mi scorge, si erge un po’, offrendo l’immagine di uno che resiste bene allo sforzo. Ha una certa età, quasi lo invidio, la sua sembra una sfida, io così la interpreto, alla vita stessa, alla morte, e mi vengono allora pensieri tristi, depressivi, che scaccio con un gesto del capo. Da tutte quelle situazioni che non tornano mai. Svolto a destra per l’ennesima volta, e sotto la targa di via Borghesiana ora staziona una ragazza col cagnolino. È al telefono, trattiene l’animale che vorrebbe proseguire la sua passeggiata, mentre lei è totalmente concentrata sulle proprie parole, e sulle parole che provengono dall’altro capo del filo, in un andirivieni nervoso, teso, ma stavolta solo linguistico. Fa un passo in avanti, poi si ferma di nuovo. Quando mi avvicino sento dire: ma che stai dicendo, ma come ti permetti. Perché col tempo cambia tutto lo sai e cambiamo anche noi e cambiano anche noi. E allora abbasso istintivamente il volume dell’ipod: lo sai che non è così, ma che dici, non ti permettere, dovevi dirmelo subito, non dovevi aspettare tutto questo tempo, lasciami in pace adesso. Sono già lontano quando lei appare ormai silenziosa, ha ancora il telefono all’orecchio, ma la comunicazione sembra essere caduta. Così com’è caduta una parte della sua vita. E cambiamo anche noi e cambiamo anche noi. Riprendo la mia strada e non sembra mutato nulla attorno, in realtà. Edifici lontani e scrostati nell’intonaco si alternano a lotti in edificati, con l’erba alta, e i cassonetti vecchi e usurati accanto ad altre case ben curate, in un paesaggio vario, quasi caleidoscopico. Un via vai di italiani, romeni, cinesi, albanesi, giovani, vecchi, donne, uomini. Ed io che affretto il passo per tornare al più presto possibile sotto la targa stradale per vedere se lei è lì. Fatico un po’, allungo il passo, poi la scorgo da lontano subito dopo l’angolo. Non ha più il telefono all’orecchio, cammina piano, il cagnolino tira il guinzaglio e il vento delle auto li sferza. E la vita continua anche senza di noi, che siamo lontani oramai. Quando sono a pochi metri gli sguardi si incrociano, vi leggo una profonda amarezza, e poi anche la rabbia, ma di più il vuoto, come di qualcosa che ora non c’è più. Perché col tempo cambia tutto lo sai e cambiamo anche noi e cambiano anche noi. Sono lì lì per salutarla, ma non lo faccio, perché poi?, soltanto perché provo umana simpatia, solo perché quel vuoto mi mette paura, e sembra più un abisso profondo che una mancanza. I suoi capelli sono chiusi da una molla, il collo è stretto dal bavero del soprabito leggero che indossa. Sembra di sentire il freddo che avvolge la sua anima. Quando mi allontano percepisco ancora la sua presenza. Stavolta non percorro velocemente il circuito, non ho fretta di incontrarla ancora. I bambini sono rientrati in casa. Dell’anziano jogger non c’è più traccia. Quando scorgo la targa di via Borghesiana lei non c’è più. Non mi guardo attorno, non la cerco. Mi basta sapere che se n’è andata. Perché col tempo cambia tutto lo sai e cambiamo anche noi e cambiano anche noi. Il sole sta scendendo dietro le case tutte diverse, belle e brutte, grandi e piccole, intonacate o meno. Le luci si accendono dietro i vetri delle finestre, le famiglie si riuniscono, mentre io riprendo la strada di casa. Al ritorno le ultime centinaia di metri sono in discesa. Meglio così.





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