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Autore: Alfredo

Terrestri ed extraterrestri
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Abstract: Prima cresce la voglia di fuggire, poi insorge quella di cambiare

Riferimento: Eugenio Finardi Extraterrestre


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Non so se conoscete la storia di quel tizio che viveva in un abbaino… Quello che per un po’ scomparve, e non se ne seppe più nulla. Dopo qualche settimana cessarono addirittura di cercarlo. Sembrava volatilizzato, dissolto. Pfuf! Poi riapparve. All’improvviso, così com’era scomparso. Non disse nulla, non volle vedere nessuno, non volle spiegare nulla a nessuno. Ma da quel giorno visse meno ritirato, lasciò l’abbaino dove restava rifugiato per gran parte della giornata. Tornò a interessarsi delle persone e delle cose. Oggi si ferma persino a parlare con la gente al mercato e in piazza, e lo vedi spesso sorridere. Un’altra persona. Si chiesero tutti che cosa fosse successo nel frattempo. Ma quel che accadde nella parentesi della sua sparizione fu un mistero che rimase insoluto. Era inutile chiedere. L’argomento era tabù e le domande cadevano nel vuoto, accompagnate da un semplice sorriso di circostanza.

Poi ieri ho parlato con lui. Era titubante all’inizio, ma poi, senza che io insistessi granché, mi ha raccontato tutto. Era stufo di questo mondo, mi ha confessato. Voleva andarsene, lasciarsi tutto dietro. Ma desiderava andar via lontano, sino a dove di questo pianeta non vi fosse più ricordo, memoria, immagine. Aspettava un segnale dal cielo. Qualcuno che lo tirasse via di qui. Ecco perché viveva nell’abbaino, per avere il cielo sempre vicino, per passare sulla vita come un aeroplano. Non gli importava più niente della gente di qui, il desiderio di fuggire era più forte di ogni possibile attenzione agli altri uomini. Mi ha detto che aveva un’unica speranza, quella che qualcuno percepisse la sua presenza, cogliesse il suo desiderio folle di partire, e poi lo contattasse davvero, consentendogli di fuggire via per sempre.

Parrà assurdo, ma mi ha detto che la cosa è realmente avvenuta. Fu come un segnale telepatico, un messaggio direttamente agganciato alle sinapsi del suo cervello. La voce disse: sto per arrivare, ti porterò via di lì. Lui guardò in alto e vide un raggio azzurro, che lo avvolse con un lampo e senza strattoni, anzi dolcemente, lo condusse in un abitacolo. Dopo pochi attimi la terra non c’era più, i colori dell’universo si alternavano, le stelle, i sistemi, gli ammassi di asteroidi, il pulviscolo, e poi un globo verde, sul quale il raggio che lo aveva tratto adesso lo depositava. Era lui solo, e una natura meravigliosa attorno: c’era un po’ più viola del normale, un po’ più caldo il sole, ma nell’aria un buon sapore. Non vide altri, per quanto si sforzasse di cogliere presenze vitali. Era solo, solo davvero. Aveva un pianeta intero da esplorare. Poteva muoversi alla velocità che voleva, perché non valevano le leggi fisiche terrestri. Poteva volare, scavalcare montagne, nuotare in oceani meravigliosi, traversare foreste immense, respirare un’aria finissima. Una paradiso, insomma. Il sogno di tutti, in fondo.

Poi, però, sopraggiunse una terribile, invincibile solitudine. Si accorse che nulla era cambiato, che non era un altro mondo quello che avrebbe potuto fargli vincere la noia, la tristezza, le paure. Anzi, del tutto solo in quel mondo immenso, queste paure le sentiva persino crescere. Le notti erano lunghissime, i giorni sfavillanti ma tediosi. Quel nuovo pianeta era sconfinato, un’immensa distesa di colori, ma lui si sentiva in gabbia. Era una prigione enorme, bella e infinita, di cui non scorgevi le pareti e le grate, ma pur sempre una prigione. Mai nessuno per scambiare due parole, nessuno per raccontare la gioia dei suoi lunghi viaggi o le emozioni forti nel cuore. Iniziò allora a sperare che riascoltassero di nuovo le sue suppliche, che qualcuno lo riportasse a casa così come lo aveva trasportato sin lì.

Salì sul monte più alto, volse lo sguardo al cielo, e tornò a scandagliare il cosmo, lanciando messaggi in bottiglia ai tanti possibili viaggiatori che solcano infaticabili il cielo. Rimase lì tanto tempo, a sperare, a illudersi, a fantasticare, a piangere, a cercare l’occasione di un ritorno, in solitaria compagnia delle stelle cadenti e dei tanti desideri appesi ai loro tenui fili. Poi, un giorno, dopo anni e anni, lo stesso raggio che lo aveva tratto a sé, ora lo ricatturava. Fu un attimo eterno, e la terra riapparve sotto i suoi piedi. Attorno il solito caos e una folla di migliaia e migliaia di persone. Città inospitali, cieli sporchi, inciviltà, volgarità, rozzezza, incultura. Ma quella era casa sua, e fuggire non sarebbe servito. Gli bastava di essere lì, intanto, poi avrebbe fatto qualcosa. Ieri, proprio ieri, mi ha confessato che vorrebbe vivere in un mondo migliore di questo, è che adesso sente il dovere di provarci e di mettersi in gioco. L’ho visto sorridere. Ho sorriso anch’io. Lo specchio rifletteva la comune immagine di un uomo diverso da quello di prima.



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