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Autore: layla
Il giorno dopo ieri

Abstract: Il viaggio più arduo: il lungo percorso per fuggire dalla mio vissuto, da un passato spesso troppo pesante. Spero che un giorno il mio oceano troverà la sua riva.
Riferimento: Nick Drake
Speravo che correre mi portasse lontano dalla realtà, ma in quanto mia, mi seguiva ad ogni passo: un ombra disegnata sull’asfalto.
Credevo semplicemente che il mio vissuto non mi appartenesse, ma fosse solo il frutto di un capriccio divino, o di una più improbabile coincidenza di situazioni, un intreccio di storie e di vite disgraziate, accomunate da un tempo ed uno spazio che erano il teatro della mia esistenza.
Ed invece tutto era me e tutto era in me. Tutto continua ad essere in me.
E tutto è stratificato nel tessuto della mia anima come la pelle.
Tutto diventa la mia essenza, la mia stessa vita, il senso del mio io ed al contempo la mia prigione, ciò che resterà immutato fino al mio ultimo giorno.
Un’etichetta che mi presenta al mondo, al mondo che no sa leggere, al mondo che non parla la mia lingua e che non guarda con i miei occhi.
Ed allora tutto ciò diventa l’unica dimensione possibile del vivere, non ne esistono altre.
Niente alternative solo ciò che sono, che non muta.
O meglio, che sembra in continua evoluzione, perché mi illude il semplice trascorrere del tempo, il mutare del contesto contingente in cui mi esprimo, la quotidianità inarrestabile delle azioni, che minimizza e soffoca l’irrequieto essere dell’animo.
Ma è solo una labile illusione, una stupenda illusione che mi consente di svegliarmi ogni giorno e di guardare il sole.
E come brace sotto la cenere arriva il tempo in cui soffia quel vento che spazza via le polveri, che solletica e riattizza il fuoco sopito dell’inquietudine, delle passate disgrazie, dell’odio nascosto e soppresso.
Allora ogni cosa riacquista il suo vero nome ed il suo peso specifico nella mia esistenza e mi rigetta nel profondo buio degli incubi che da bambina erano così veri.
Rivedo ogni singola situazione, ogni minimo particolare che mi faceva correre con le mani pesanti sulle orecchie e gli occhi strizzati dalla paura di vedere cose che immaginavo, cose così reali che il loro suono riusciva a profanare ogni tentativo di isolamento dal mondo.
Qualcosa si insinuava ugualmente e feriva.
Dunque cosa può il tempo, il progresso individuale, le battaglie perse e quelle vinte.
Inutile tentativo di dimostrare a me stessa che riesco a risuscitare, che riesco a cambiare solo perché ho la volontà di farlo.
La volontà santa, la chiava per ottenere, per arrivare dove si vuole: è una dolce sensazione, non lo nego, rassicurante direi
Mi fa correre verso mete sempre nuove, senza guardarmi intorno, senza godere del passaggio irripetibile attraverso un periodo unico dell’esistenza.
Che stupidaggine. Che imbroglio della mente.
Non ho compreso che anche questo è un inganno, un tranello teso alla mia anima.
Ho continuato a tapparmi le orecchie, a chiudere forte gli occhi come facevo da bambina.
Sono cresciuta, sono diventata una donna, ma oggi come allora corro con il grugno sul muso, come fossi inseguita da terribili mostri, come se la vita potesse volgere nel modo in cui io avrei voluto solo con il non interrogarmi, solo con il non fermarmi mai.
Un po’ mi fa sorridere tutto ciò.
E’ fantastico e romantico ed allo stesso tempo coraggioso.
Solo ora riesco a comprendere che in un modo o nell’altro bisogna tirare la spina e spegnere le luci.
Non riuscirò mai ad impedire al vento di soffiare, posso solo spegnere le braci roventi sotto la cenere, anche se quelle braci sono la sola fonte di calore che anima il mio cuore.
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