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Autore: Alfredo
Il cuore danzante

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Abstract: Il ritorno è ritorno verso ciò che c'è, ma già non c'è più.
Riferimento: Talking Heads, Memories can't wait
Andarsene fu facile, come scivolare via. Bastò appena uno slancio, un lesto passo in avanti. Lo strappo fu naturale, mi apparve una cosa leggera, e non procurò nemmeno dolore, forse solo un lievissimo, sciocco fastidio. Un disturbo superficiale. Una stolta perturbazione dell’animo. Non fu neppure uno ‘strappo’, piuttosto un rapido, quasi istintivo divincolamento da impedimenti e radici. Ero già lontano di lì a poco. Mi voltai che tutto appariva ormai sfocato, come una cosa indistinta, di cui la memoria fatica a trattenere una sembianza. Un disegno incompleto nei tratti. Sembrava di scendere da un dirupo, tanta era la spinta che si opponeva anche a una lievissima indecisione. Anzi, tale era il deliberato ad andarsene, che mi appariva strana, inconsueta l’idea stessa di restare. Il futuro sovrastava il presente, figuriamoci il passato, che semplicemente non esisteva già più. Perché andarsene è cancellare il passato, la sua vischiosità, i sentimenti che suscita, i ricordi che spiattella, le radici che tende. L’avviluppamento dell’animo. E il presente è solo l’attimo della decisione, che diventa subito passato, così che la decisione, se è davvero tale, fugge in un istante, è solo un istante, è un presente sommerso.
Tanto fu semplice andare, quanto difficile tornare. Non perché non volessi, tutt’altro. Io desideravo assolutamente ritornare, perché quella spinta iniziale a distaccarmi era svanita, si era esaurita come d’incanto. A un tratto, inaspettatamente, presi a guardar dietro, a tentare di ridipingere i tratti mancanti, a ricomporre la figura sgranata. Fu uno sforzo immane della memoria. Ri-cor-danza pura. Cuore danzante nel ventre del ricordo. Rimestìo nell’utero ed escavazione delle memorie più buie. Il passato riprendeva corpo, riassumeva peso, diveniva sempre più gravità, pesantezza, era svanito ma non lo era affatto. Ora chiedeva conto. Chiedeva ritorno. Ritorno vero, fisico, reale. Concretezza del viaggio. Tramestìo di passi. Bagagli che assommano cose svariate nelle loro budella. Abbraccio reale dopo il ruvido guizzo.
Non fu semplice. Il ritorno non era un primo passo sospinto via e, poi, un altro e un altro ancora. Il ritorno era la fatica del ritorno. Era il tempo che torna a stagliarsi ma fugge via. Era lo spazio della memoria che faticava a essere di nuovo lo spazio reale, fisico; erano i luoghi che i ricordi stentavano però a trattenere nella loro effettiva concretezza. Il ritorno racconta cose che non esistono, mondi diventati altri, memoria che si dilapida e fatica a riconoscere questo o quello. Tutto appariva vicino, ma tutto sfuggiva. Puntavi lo sguardo sulla cosa, ma quella era sempre un passo oltre di te, procedeva con te, si allontanava alla medesima velocità del tuo riavvicinamento, sbarrava la porta che pure ti invitava a varcare.
Il passato non si lascia riacciuffare. Forse perché non esiste, forse perché l’abbraccio anche solo dopo un attimo stringe un nulla. È un gioco di specchi, di occhiate ostinate, svelte ma ingannatrici. È la caparbia sembianza di un mondo trascorso, tramutato in vento leggero, sospiro, refolo. Oppure bora. Il ritorno persevera in una ricerca inutile. Una cosa che c’è e non c’è, che ammicca ma corre via, un’esca, un arpione che abborda idee alla prova dei fatti inconsistenti. Andar via è un gesto improvviso. Tornare è un’impresa impossibile. Si muore, tutt’al più, di nostalgia.
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