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Autore: occhio
Una verità è una verità, anche a metà, ah, ah!

Abstract: ...Bugo è un genio, e io avevo scelto un'altra destinazione al pezzo quando mi sono messo a scrivere, però mi sono accorto che avevo sforato, che mi piaceva così, e allora l'ho rispettato e l'ho mandato senza toccarlo.
Riferimento: Bugo
Sera. Il sole stava procedendo imbarazzato verso il mare e l'attesa di un diversivo eccitante cresceva.
C’era l’atmosfera da domenica mattina in chiesa, solo che qui l’aria non era stantia, appiccicata a lenzuola mai troppo bianche, poiché veniva trascorsa dagli assalti e approcci confusamente distinti dei diversi odori e puzze. In questa rissa olfattiva s’azzuffavano quelli delle patatine, del hamburger ricoperti di ketchup, poi su tutti, in folate invasive, giungeva disinibita la calda postura dell’erba grassa, che qualcuno, a detta dei suoi amici opportunamente, aveva comprato il giorno prima.
Anche Gianluca non aveva dimenticato di farsi accompagnare dalla “sua signorina”, per dirla con Neffa. Ora la stava sbriciolando nel palmo della mancina, mentre sua sorella Chiara preparava un filtrino con i santini elettorali del padre, candidato al consiglio comunale, guarda caso, con un partito di destra. In meno che non si dica, la canna bruciava l’aria, la saliva di Gianluca crepitava e lui si sentiva bene. Chiara parlava con uno di Milano vestito apposto che diceva cose strane su una qualche questione di cui Gianluca non capiva un cazzo, sindacati, lotte…
“- parla, parla…na bella scopata 'sta sera con la Matilde e io sto apposto - pensò poi disse…Chià ne vuoi?”
“sì…”
Chiara smise d’ascoltare un attimo, poi ritornò subito al suo interlocutore, con occhi più attenti e vigili.Lui si voltò dietro, cercava Matilde “la lurida”, così soprannominata perché si diceva le puzzasse la fica. Se l’era fatta mezzo paese, tutti volevano toccare con mano la verità e lei ci stava perché sperava che qualcuno prima o poi smentisse la tesi, invece nulla, quella veniva confermata ogni volta. D’altronde se qualcuno avesse osato anche solo mettere in dubbio la credenza, lo si sarebbe detto innamorato. Ma di quella oramai era proibito innamorarsi, non fosse altro evitare risatine e chiacchiere da bar. Cadere in trappola significava acquisire l’epiteto di “cornuto”.
Alle sue spalle un botto di gente. A causa di una statura piuttosto modesta non era per lui facile rintracciarla fra quella selva di teste colorate, rasate e incappucciate, nonostante procedesse a camminare sulle punte, a mo’ d’etoile, e ad allungare il collo, tipo “op-op-gadget collo”. Finalmente la scorse. Parlava fitto fitto con uno. Non riusciva a capire chi fosse. Siccome la Matilde non ci metteva più di cinque altrimenti addio scopata.
“Scusa Matì c'hai del vino?” Matilde andava pazza per il vino, e in quelle occasioni portava sempre una bottiglia con sé.
Lei lo guardò come per dire… “cazzo vuoi”…Era fuori, si vedeva, ci aveva tutti gli occhi rossi e tremolanti. Fra poco avrebbe aperto le gambe e via.
Gianluca guardò il tipo e lo riconobbe. Marco, gay, aveva una storia con uno inglese, poi non ricordava più niente, anche perché non gliene fregava granché. Adesso aveva un problema in meno e Matilde a cui pensare; così le porse una canna, al che lei mandò affanculo i discorsi e prese a fumare. Marco sparì dietro all’inglese, nel frattempo apparso con una pinta di birra in mano. Ora, Gianluca era solo con Matilde: la serata prometteva bene, quando ancora mancava più di un’ora e mezza all’apertura dei cancelli. C’era tutto il tempo per fottere “la lurida” e godersi il concerto.
- Matì ti vedo strana che c'hai?”
- No, nulla…male alla testa - e fece tintinnare i settemilanovecentoquattro bracciali che fasciavano i grossi polsi per massaggiarsi le tempie. Mamma mia, questa ragazzona era per lui proprio “tanta”. Alta, robusta, con faccione lungo, occhi piccoli, labbra carnose e due spalle da giocatore mancato di rugby.
Cominciava ad avere addirittura paura all’idea d’andare con lei; quella avrebbe potuto stritolarlo fra le sue lunghissime e sostanziose cosce. La via d’uscita era farlo come i cani, ma il luogo designato da Gianluca, ovvero i cessi chimici piazzati là intorno, non offrivano, a causa delle loro esigue dimensioni, questa possibilità. Tuttavia quanto più pensava ai problemi logistici e tecnici tanto più montava il suo desiderio. Bella tutta quella carne, bello tutto quel seno, quel culo grosso. Matilde rappresentava in pieno la cosiddetta “giumenta”, ovvero una donna immensa e meravigliosamente carnosa con cui fare sesso fino a smantellarsi il pene, inoltre era sempre viva in lui la leggenda sulla sua puzza.
Allora si decise definitivamente e la paura scomparì: doveva scoparsela a tutti i costi, altrimenti non ce l’avrebbe più fatta. Però Matilde non lo guardava nemmeno e si vedeva che non aveva per lui alcun interesse; forse lo stimava un bambino, un piccoletto innocuo…- il cazzo innocuo… ti faccio vedere io - aveva pensato. Non gli restava che approfittare di una situazione come questa, in cui Matilde era solita sballarsi. E poco gli importava che un tale comportamento fosse basso, vile, in quanto secondo lui non lo era affatto, semmai lo si poteva qualificare come giusto, giacché se la dava a tutti non capiva perché doveva essergli negato questo piacere, oltre che la possibilità di vantarsene al bar con gli amici, raccontando della peculiarità acre.
- Andiamo a sedere da quella parte, verso i bagni…-
- …va bene…- rispose Matilde, senza alcun entusiasmo, senza alcuna civetteria. Gianluca se ne accorse e, sebbene non si aspettasse niente di diverso, rimase deluso dalla pacata e presente resistenza di lei ad accondiscendere le sue richieste, quasi che intuisse lo scopo ultimo e non gradisse affatto. Emergeva in lui una strana stizza verso quella ragazza che doveva reputarlo il più insignificante bipede del paese, visto il suo atteggiamento. Anche solo per ripicca, orgoglio pretendeva averla.
Arrivati nei pressi dei cessi, entrambi si appoggiarono sulle transenne lì sistemate. Erano soli, ma mancava ancora l’intimità che Gianluca avrebbe voluto per affondare il colpo, così lui le rifece la stessa domanda - hai del vino? -
- Sì - secca e priva di fronzoli fu la risposta. A Gianluca parve un’enorme offesa alla sua virilità, poiché non lasciava spazio alla possibilità di smuovere quella situazione che stentava a decollare. Nell’atteggiamento di Matilde non era presente nemmeno un benché minimo di cortesia, semmai una dose di timore. Sì, le sembrava che fosse a questo punto intimorita da lui, fortemente inibita. E non se lo sarebbe minimamente aspettato; dunque occorreva condurre il gioco, perché lei di farlo o di venirgli incontro non voleva proprio saperne. La strategia prevedeva farla bere il più possibile, in modo che si sciogliesse e s’aprisse un po’, considerando poi la sua attitudine da zoccola, i racconti sulle sue imprese orali e di ingurgito avrebbe avuto gioco facile, così anche lui avrebbe raccontato di essere stato con la mitica “lurida” e d’aver sentito la celeberrima puzza. Il pesce cominciava a dare i primi, brevi copi di coda.
Il vino scendeva tranquillamente, la bottiglia di plastica aveva riacquistato per metà il proprio azzurrognolo, le parole cascavano sempre più scomposte, quasi accartocciate fra la lingua e l’ultimo appiglio delle labbra, di contrappasso c’era che erano sincere. Il tempo passava, Gianluca oramai non avvertiva più né la frenesia, che l’aveva colto impreparato all’inizio, né la voglia di oscurare la persona di Matilde, al fine d’averne la carne. Anzi scoprì sensazionali novità e inaspettate sensazioni.
-…lo sai…la testa va meglio…-
-…deve essere il vino…visto?…un po’ d’erba, del vino, e altro che aspirine…- Gianluca non sapeva nemmeno cosa dire, che fare, si ritrovava completamente spaesato, dacché aveva deciso di rinunciare al suo obiettivo. Invece lei era molto più disinvolta e naturale, non artefatta come solitamente appariva, molto meno grezza e irruente.
-…ah…i medicinali…mia madre l’hanno rovinata…- disse Matilde sbiascicando.
- perché? - chiese Gianluca spontaneamente, poi pentendosi della sua indelicata curiosità. Anche se non conosceva la risposta, era comunque una domanda che ne presupponeva una amara.
-…da quando mio padre è andato via da casa, non fa che ingoiare gocce e pastiglie, per andare a dormire, per andare al bagno…non la riconosco più, si è svuotata…prima era allegra, leggera, non si lamentava mai, ora invece è una malata che sta fisicamente bene… -
Un fiume di parole, di soffi, pause e sguardi distratti, occhiate lanciate qua e là, fra la gente che sempre più si accalcava davanti all’ingresso, fra le bancarelle che venivano abbandonate spoglie e depredate, al cuore di un cielo cosparso di stelle che non si vedevano, era corso a terra, fino a bagnare i piedi di Gianluca.
Lui, che le parole le aveva perse tutte, l’abbracciò, stringendola forte a sé.
In quella posa, probabilmente, suscitavano le battute facili di chi passandoli davanti si intratteneva a guardare quella strana coppia. Lei che, immensa,L’aria s’era fatta importante, qualcosa stava per accadere.
Matilde disse, col naso immerso nella chioma riccia di lui: - voglio fare l’amore con te-
Gianluca rimase turbato, eppure aveva inizialmente pianificato tutto al solo scopo di farlo. Non rispose, non si mosse, sgranò unicamente gli occhi, puntandoli di fronte inebetito. Dolcemente lei gli accarezzò le labbra con le sue e guardandosi dentro lui disse - sei il mio primo ragazzo -
Gianluca mica capiva più niente. Era completamente andato.
- scusa…e la puzza?- così parlò solo.
Matilde le stampò una pizza in faccia e andò via piangendo fra la folla, che veniva inghiottita dentro il palasport. Lui rimase un minuto immobile a pensare a quanto accaduto, a quanto non lo era. E non ci capiva nulla veramente!
Non sentiva né odori né puzze né frastuoni, ma solo il tipo che cantava e diceva: “dammi una verità, anche se la sai a metà”. Gli scappò un sorriso e una lacrima. Pensò che valeva la pena andare a sentire 'sto Bugo e che con la Matilde non era mica finita là, nemmeno con quei chiacchieroni da bar. Il sangue bolliva e le palle gli giravano. Entrò dentro e iniziò a gridare saltando “pa, pa, ra, pa, pa, in questo tramonto d’arancia, io ti do un fazzoletto, e mi sbuccio le ginocchia/pa pa ra pa pa, attenta a non sporcarti gli orecchini/mi sorridi con i pezzi fra i denti/ hai mangiato una pantegana/pa pa ra pa pa sta sera va così un altro conato poi stiamo insieme…”il pensiero corse a Matilde, prese a cercarla. Ne sentiva il bisogno.
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