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Autore: occhio

luna rosa e una ragazza che capisco e non conosco
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Abstract: Un disco che mi penetra l'anima, una voce che sento mia. Grazie Nick per l'emozioni di "pink moon".

Riferimento: Nick Drake


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…e che sono solo in casa mentre scrivo. C’è il mio gatto che pretende una ciotola di carne in scatola mista a ceneri (così dice la confezione, che cazzo gli do da mangiare a st’animale? Bahhh). Pare il cibo più adatto in questo periodo quaresimale anche per un essere umano. Ascolto “Pink moon” di Drake, uno sballo di sabato pomeriggio: si rovescia completamente il significato del “sabato del villaggio”, anche se a quello ci aveva pensato già il marketing, la moda, l’assalto ai saldi, l’inflazione. I negozi sono sempre aperti, e forse meno male, altrimenti mi deprimerei ancor di più, invece le luci delle vetrine, la gente che corre ad acquistare qualcosa, o che corre e basta, mi stordisce un po’, anestetizza le inquietudini di un pomeriggio che è troppo “azzurro e lungo per me”. Salgo anch’io con i miei pensieri sul treno dei desideri e attraverso le lande nascoste di un’anima con questo disco, così familiare eppure alieno, esagerato, eppure minimale; mi fermo qui perché il gioco degli ossimori è stato brillantemente svolto da un altro writeupper. In fondo lo splendore di quest’album si sgrana come un rosario, fra una nota e l’altra. Come direbbero gli americani è veramente “soulful”. A Nick non è servito nient’altro se non una chitarra, qualche tocco di piano e la sua efebica voce per confezionare( brutta, brutta espressione) un capolavoro, che è così universale e personale, ci risiamo? Perdonatemi, ma non so trattenermi dal cader in tentazione, non so reggere l’emozioni, distrarle. E che sono solo in casa, anche il gatto è andato via, a reclamare un po’ d’amore. Io ho preso a sbucciare un’arancia. Sapete ho tre grandi alberi in giardino. Li ha piantati mio nonno, quello che si chiamava come me; non l’ho mai conosciuto, ogni volta che mando giù uno spicchio ci penso. E’ strano pensare a chi non si conosce, poi quando non c’è più nessuna possibilità di farlo, ancor più strano. L’arancia mi è apparsa rossa, una di quelle che dalle mie parti chiamano “sanguinaccia”. Allora io ho subito messo a girare sul lettore “Pink moon”, perché c’è una luna rosa fra le mie mani; deve essere mangiata tutta, assaporata, poiché è colma di zuccheri sebbene abbia l’aspetto insanguinato. Uhhh, veramente buona. Appena raccolta dall’albero ne reca l’odore. Si sente quello delle foglie, della terra, di una vita.



E che sono solo in casa e sul tavolo della cucina c’è il giornale che ho comprato stamattina. Non l’avevo ancora guardato. Fra le notizie d’assalto, i titoli neri e di lutto, campeggia una foto: una donna è in bici, col suo bambino seduto sul seggiolino attaccato al manubrio. La bici è bianca, come la mascherina che indossano sul viso. Di primo acchito penso alla sars, alla Cina, a un miliardo e mezzo di persone, come strano pensare a gente che non si conosce. Guardo bene, per i giornali non è possibile morire di sars, ora. I tratti dei due esseri umani non sono orientali, bensì molto più familiari. Si stanno incuneando fra due fila d’autovetture. Si è in Italia, si parla di un’altra emergenza, quella dello smog. Penso che oramai ci si è abituati pure a questa e le persone intervistate dicono che fa bene camminare a piedi, però a quanto pare solo se c’è il blocco, altrimenti si perde troppo tempo, si rischia di vivere una socialità dimenticata. Al di là del problema, che resta, questo è alquanto chiaro(strano destino quello delle parole), a questo punto quella mamma è incosciente a regalare al proprio bambino una passeggiata in bici, in mezzo alla città. Lo so, non conosco le ragioni del suo gesto, perciò mi limito a sottolineare questo divertente e assurdo paradosso della civiltà. Camminare a piedi costa più che fumare, come anche pedalare. Ma la gente corre, la gente va, e io che sono solo in casa penso a questi false questioni, perché i nodi sono ben altri, quando arriveranno al pettine, ci accorgeremo che il pettine non serve più, capelli adieu. Per fortuna sono ancora su quel treno, che sfoga un sacco di fumo, nonostante i progressi tecnici è alimentato col carbone. Sapete il fumo; span: " mso-spacerun: yes>M’affaccio dal finestrino. Vedo i muri delle case, sono rossi. Sono a Londra. C’è il Tamigi. Un uomo alto, giovane, magro, passeggia con un cane, anche quello come il mio gatto cerca attenzioni che non ci sono. Il ragazzo, avrà la mia stessa età, cammina a testa bassa con i suoi pensieri. Le spalle sono un po’ curve, lo svela il profilo. Il portamento è elegante, discreto e fuori da ogni cosa. Lui potrebbe essere altrove, mentre io sono piantato in casa, da solo. Lo rincuorano le acque, queste acque grigie, quest’aria aperta che sa di morte? Vorrebbe che qualcuno gli dicesse le sue parole:



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