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Autore: occhio
Campagna

Abstract: E' nato da sè questo scorcio di un pensiero ben più vasto. E' insomma una considerazione, generatasi dall'ascolto di "campestre" dei CCCP di "Epica Etica Etnica Pathos". Riconsideriamo la vita di campagna. Non è tanto agiata.
Riferimento: CCCP
Lo zufolio dell’erba, assecondato dal rugginoso tremolio di campani e gravi muggiti, s’incastra sui latrati oscuri e imperativi di cani, fra i passi e le note alte di pastori che volgono l’occhio alle assidue strade. Verso il desinare si dirige la mandria a muso basso. Tutto trema di vita solerte, a lavoro come in gita, come un dovere senza gioghi pesanti, ma anzi sì lievi e gentili da non infrangere la leggerezza del sussurro della campagna bambina, che ride pura e settembrina.
Ma l’idillio fra uomo e natura, l’umorale grigio autunnale, lo scintillio di colori e il vivace zampillare corale d’espressioni esiste per la città sola, costretta com’è fra ferrosi draghi, strombazzanti anatre, fischianti freni, debilitanti neon, istinti bruti da parcheggio, lavagne di voglie ai muri artificiali, smerigliate strade ferrate, angosciose inferriate. L’occhio abbracciato dall’alluminio, assuefatto dall’altezza dei palazzi, con impresse immagini di fuga e diversità, ha tutto bene sistemato nella mente.
All’alba la schiena inizia a tremolare, perché è una creatura indifesa di fronte al pensiero del lercio letame da portare. Le mani, ricoperte da calli di zappa si spaccano a zolla. Le ginocchia piangono all’altare dei filari di vite.
Tutto volge alla fatica del sole, al desio del desco familiare.
Quando i passeri nascondono il capo sotto il loro piumaggio di un solo colore, anche il contadino va a riposare. Le membra non paiono più sue. Se non glielo rammentasse il dolore ne dubiterebbe. Le stelle sono infami residui organici di piccioni.
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