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Autore: occhio
La amo ancora

Abstract: Chiaramente la storia che segue è un falso clamoroso, purtroppo per me! Cristina Donà è autrice splendida, cantante superlativa, donna estremamente bella. Vorrei tanto averla conosciuta veramente…Chissà che non avvenga un giorno. Certamente non potrà mai accadere quello che qui di seguito ho scritto, però ero veramente giovinetto quando ho ascoltato per la prima volta “Tregua”. Lo acquistai solo perché Wyatt ne aveva parlato bene. Esterofilo! Però mi sono ricreduto alla grande. L’album è bello, lei stupendamente donna!
Riferimento: Cristina Donà
Io ero molto giovane quando una donna mi disse - l’amore è puro egoismo, perché si ama per bisogno dell’altro.-
Non essendo esperto su tali questioni, non proferii parola. Non volevo né contraddirla, mi piaceva, né fare una brutta figura, per lo stesso motivo.
Ricordo che, la sera in cui mi svelò questa verità, aveva il viso segnato da troppe storie andate a male per potersi fidare di un altro uomo, in specie di uno semplice come me; scivolò via dall’auto dopo un sospiro, una nuvola di fumo.
Rimasi a guardare i passi che la conducevano verso casa sua. Nello specchietto retrovisore era un culo e l’indomabile desiderio di baciarla.
Mi interrogai su quelle ultime parole e che cosa volessero dire. Vivevano nel mio cuore, agitandolo. Erano per me? Per un altro? Per sé? Significavano: “avanti, fatti coraggio, non ti mangio mica…”, oppure “no, non sei il mio tipo; non credo di aver bisogno di uno come te, che non hai mai amato…”. C’è che arrivai sotto casa anch’io, e forse cominciavo a capirci qualcosa.
L’indomani mattina, aperti gli occhi, pensai a lei. Possibile che questo fosse amare?
Corsi a casa sua. E la trovai in pigiama, già sulla porta ad aspettarmi; aveva sentito da lontano il mio vecchio maggiolone bianco. Nonostante il freddo lei rideva, io pure. Aprì il vecchio cancello di legno e fui subito sulle sue labbra latte e caffè.
Facemmo l’amore, fregandocene del superfluo. Poi ridemmo ancora, anche se ci mordevamo, ci tiravamo i capelli. Solitamente lei aveva la meglio. In questo, e non solo, giocavamo a parti invertite.
La storia durò un 4/4 in tutto. Scandita una battuta, ne rimanevano presente a se stessa. Non riuscivo a rispondermi, e ridevo, facendola divertire. Forse era proprio quello che cercava, uno che la facesse ridere di cuore.
Mi sentivo nella sua pelle, lei nella mia. Nessuno chiedeva mai all’altro qualcosa. Si faceva l’amore a caso, tutto a caso, senza pensare. Io ero divenuto un mare calmo, di miele. Lei stava ferma a guardarmi. L’amore fra noi era un’astrazione carnale, eppure intenso quando lei mi diceva “canta ancora”. Se m’incitava a smuovere tutta la mia fantasia, io prendevo la chitarra, che suonavo in verità assai male, avendo problemi finanche nell’accordarla, e buttavo lì quattro accordi, qualche frase sguaiata sulla passione fra un uomo e una donna. In quei momenti era lei la bambina, io avevo ciò che lei non possedeva. Mi guardava affascinata le mani, la bocca, mordendosile labbra. Di colpo poi si lanciava su di me e si ritornava all’inizio. Alla fine, le insegnai quel poco che sapevo. E non le bastò. Prese ad esercitarsi anche quando io non ero da lei; non abitavamo assieme, decidemmo così.
La seconda battuta era andata.
Agli esami del primo semestre mancava veramente poco. Studiavo male, pensavo che la vita da studente non facesse per me; troppo interessato ad altro, troppo innamorato.
Lei intanto sbuffava. Il suo lavoro come cassiera di un supermarket non valeva un sorriso, e io non riuscivo più a distrarla dai cattivi pensieri come una volta; in compenso c’era la chitarra che suonava con un ‘anima nuova, che io avevo solo sospettato esistesse ma che non conoscevo ancora. Più scura appariva ai miei occhi, io non la capivo. Non so, colpa mia, sua…Intanto non riuscivo a penetrarla più, ad entrare confusione per le solite cose. Si era arrivati dove non si voleva. Sulla mia pelle niente
più stelle buone. Sulla sua vedevo solo quelle.
Mi trasferii a casa sua. Si cercava di risalire la china.
Terza battuta: fine. Ne restava solo una.
Si andava nel buio. Mi regalava sorrisi per non rattristarmi. M’amava a modo suo, ma voleva un scendere carezze dolcissime. Petto contro petto: il suo cuore lo sentivo come non mai, lo capivo, lei anche. Trasparenti uno per l’altro. Faccia a faccia. Vedeva dai i miei occhi che la spingevo nel vuoto della mia vita. Allora mi teneva sempre più stretto e mi prendeva.
Sostenni il mio primo esame. Lo superai con un ventotto, perché mi ero liberato.
Lei lascio il suo posto di cassiera. La spinsi io a farlo. Fece un colloquio di lavoro presso un’azienda locale. Pagavano bene e il responsabile del personale lo conoscevo anche, una brava persona, amico d’infanzia di mio padre. Però il colloquio andò male. Ricordo che ritornò a casa incazzata. Con il mascara che le scivolava via dal viso come inchiostro di china, piangeva, bella. Le andai vicino, per abbracciarla, m’allontanò, -siete, tutti porci voi uomini.- Mi feci da parte. Si rinchiuse in camera. Cantava, sospirava, e s’accompagnava con poche note basse di chitarra, che io a malapena sentivo. Tutto chiaro. Mi maledivo. Il rimorso per la sua delusione mi divorava. Oltretutto capivo che il suo posto non era più accanto a me.
Non uscì da quella stanza se non il mattino dopo. Io avevo dormito sul divano, davanti alla tv accesa. Mentre preparavo il caffè, lei m’apparve ridendo, così come l’avevo vista davanti al portone il giorno in cui facemmo per la prima volta l’amore.
Era serena, era l’addio.
-
E’ da tanto che penso d’andarmene di qui e lo sto facendo adesso.-
Mi diede un bacio.
Io ero proprio bambino. Gli occhi si erano fatti grandi.
-Probabilmente ritornerò qui al più presto.-
Dissi solo –capisco-
-Io se è vero che vivo è da tanto che penso d’andarmene di qui.- ripeté a voce secca.
Mi lasciò abitare la sua casa, la sua chitarra.
Baciandomi nuovamente, disse -
mi amerai ancora.-
Rimasi zitto. Andò via da quel portone. Io c’ero entrato, lei ora usciva.
Ad libitum
Mi laureai. Divenni un uomo dopo. Capì l’arroganza sprigionata in quella ultima frase, ascoltando la sua opera prima “Tregua.” E l’amai ancora.
* i corsivi sono riferimenti espliciti ad alcuni versi dei brani contenuti in "Tregua".
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