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Autore: ben crood

Fino a prima di esplodere
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Abstract:

Wilco - Lester Bangs - Buffalo Springfield - Stooges.

Riferimento: Wilco


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Intro: Se avete paura che vi manchi del litio, o se patite della paranoia di andare prima o poi fuori di testa per via di un’illuminazione poetica stile poeti romantici o (peggio ancora) scemo del villaggio, se temete che il vostro attuale amore finirà in tragedia portando con sé oggetti e sentimenti, allora dovete restare fermi con la testa fra le mani sul letto e ascoltare i Wilco. O gli Wilco.



Chapter I: Jeff Tweedy and a bottle of pills
Veniamo al dunque.
Non è capodanno, e la questione può essere affrontata serenamente… Qual è il disco dell’anno? Ho pensato, sin da quando l’ho ascoltato, che “A Ghost is born” degli Wilco potesse essere tra i migliori dello scorso anno. Eppure non è musica per le mie orecchie, non il genere che io posso prediligere. E invece sì: questo folk post-atomico mi ha scombussolato i sensi, mi ha attirato dove non pensavo, mi ha fatto cambiare idea su un paio di cosette nel giro di qualche mese.
Ovviamente “A ghost is born” non è stato giudicato album dell’anno, c’è chi ha preferito cose più mainstream o più indie (ovvero quei dischetti da sfigati che conoscono solo in 5 o 6 al mondo), e in fin dei conti a me non frega nulla riguardo alle classifiche.
Però quest’album è denso: un raro caso di opera completa o, se preferite, che vale quel che costa. Non un solo pezzo da buttar via, tutto così pieno nonostante la sapiente valorizzazione della polvere e dei buchi neri (leggi distorsioni e silenzi piuttosto lunghi).
Mah, dicevo, eppure non è questo il mio genere: di fondo un folk condito da sperimentazioni e citazioni e tutto quanto fa post, e dico post-atomico date le quasi-esplosioni di alcune canzoni e la rassegnazione che ispira il frontman Jeff Tweedy.
Tutto sommato, a chi non piacerebbe tutto questo? Nel giro di sei mesi ho cominciato ad amare “A ghost is born” e altre cose di questi maledetti Wilco. Ma come mi ci sono avvicinato? La risposta è, appunto, in Jeff Tweedy…
Per citare Lester Bangs su Astral Weeks, era estate ed ero al minimo storico: paranoia ecc ecc, fui colpito dalla storia di questo songwriter dell’Illinois: malato di emicrania e depressione, ne esce con l’aiuto di farmaci però poi deve uscire dalla dipendenza da questi, e insomma l’album “A ghost is born” è in dubbio, chissà se si fa. Poi si fa, e mi dico, “guarda un po’ chissà che musica suona questo depresso…” Metti su il disco e pensi: altro che depressione.
Divido la musica pop in due categorie: spaziale (Pink Floyd, Radiohead…) e terrestre (Velvet Underground, Neil Young…). Gli Wilco sono terrestri, come appunto Neil Young, interpreti di un folk intelligente nell’alternare umori scanzonati e tristi, malinconie e allegrie nel giro di pochi secondi; capaci di musicare poche parole d’amore e di vita (“When the devil came, it was not red”, “Come with me come with me come with me come with me”, “When she sat on the bed she started to cry”) sostenendole con qualche tasto di pianoforte o con qualche accordo sussurrato, e di farle quasi esplodere in code di accordi che rivoltano la canzone e la fanno crescere fino a poco prima dell’esplosione, appunto. Perché le canzoni degli Wilco sono tiratissime, non lasciano scampo, sia quelle minimali e cupe, sia quelle più british e poppeggianti.
Altro che depressione, dicevo. Soprattutto inventiva nel musicare una condizione terrestre partendo dal folk e dal rock’n’roll, quella degli Wilco, consapevoli che, tra il rumore velvettiano e le melodie dei Buffalo Springfield e il folk dei giorni nostri è passato tanto tempo, e altrettanti rumori e rivoluzioni. Così, il folk diventa uno scheletro, un’attitudine, per parlare di amori mai troppo felici e mai troppo tristi, di vite ancora da vivere e quasi da buttare, in un equilibrio che deve appunto servirsi di rapidi cambiamenti di tono, deve rappresentare allegria e malinconia quasi contemporaneamente. Ma sullo sfondo, la rassegnazione: e qui entra in gioco la voce di Tweedy, che mentre dice di amarti ancora o che è meglio lasciar perdere, ha in gola sempre la stessa disillusione.
Il folk come scheletro: e su questo elettricità di fuzz e feedback (eccolo, Neil Young), arpeggi vitali, lunghe suite psichedeliche, drumming minimale o tribale o beat o tutto ciò che si può chiedere a un gruppo e che si osa chiedere.
La chiave di lettura è appunto Jeff Tweedy: se temete il peggio per le vostre vite inadatte alla creazione, per le vostre menti che non sanno più nemmeno dove sbandare, ci pensa lui, che il vomito l’ha già passato, e per quanto possa essere triste saprà rassicurarvi.



Chapter II: Fino a prima di esplodere
L’equilibrio in tutto ciò diventa fondamentale. Questi Wilco sembrano dire: “Ok, tutto o quasi è stato già cantato, suonato… Qual è il problema?”. Il punto è che non possiamo farci un problema per ogni cosa che vogliamo fare, sicchè facciamola e basta; gli Wilco decidono di partire dal folk, evitando i rischi della finta poesia e del miele gratuito, aggiungendoci la propria consapevolezza; che è appunto cresciuta su un secolo di folk già suonato, di rock e psichedelie già assaggiate; gli Wilco riprendono folk e rock e ci aggiungono un proprio punto di vista, che è ovviamente frantumato e incapace di coerenza, una vera e propria anima in pena, tra bellezza e abbrutimento, tra divertimento e rivelazioni di infinita tristezza. Ma questi sentimenti sono incompleti, proprio perché nessuno di essi prevale (come potrebbe?), l’uomo Wilco è capace di provare sensazioni diversissime e contrastanti in pochi istanti, in pochi accordi (ascoltare “Company on my back” per credere), di voler stare chiuso da solo in una stanza e poi di voler uscire e amare nuovamente; ma nessuno di questi sentimenti è mai quello definitivo. Si è sempre proiettati oltre, e non è un caso che l’esplosione, nelle canzoni degli Wilco, non sia mai completa del tutto (diversamente dai Low, ad esempio), oppure sia casuale, inaspettata (nella psicopatica “Spiders-Kidsmoke”), quasi fuori luogo; i tempi sono sbagliati, perché provare troppi sentimenti e troppo contrastanti è pur sempre da inetti (=inadatti a vivere). Eppure queste esplosioni sono al tempo stesso bellissime: anche l’errore viene mostrato come artisticamente eccitante, ma sempre in quel tempo ristretto in cui c’è, perché poi, ormai l’avrete capito, si deve cambiar pagina.



Chapter III: Punti di vista
E così, su arpeggi e accompagnamenti folk, ci troviamo a digrignare i denti su feedback che piangono, chitarre che sussurrano svogliate, che quasi si negano, amplificatori che prendono vita
e vorrebbero mangiare il cuore agli stessi Wilco. Tutto ciò, ovvero nientedimenoche la consapevolezza nell’uso delle macchine (la stessa auspicata dagli “spaziali” Pink Floyd…), rientra appunto nella questione dei punti di vista: gli Wilco non ti dicono ascolta questa musica, che probabilmente hai già sentito altre volte, no, devi ascoltare gli Wilco, ciò che noi abbiamo da dire.
E, come abbiamo visto, il punto di vista di cui parliamo è sempre decentrato, incapace di mettere a fuoco il proprio tempo. Un po’ come nella nouvelle vague cinematografica, con la macchina da presa alla ricerca di una verità diversa da quella mostrata, l’irregolarità stilistica degli Wilco vuole riprendersi il suo tempo, che è appunto indefinito. Qui rientra appunto l’incapacità di esplodere al momento giusto, o di esplodere solo in maniera parziale, perché l’esplosione sarebbe qualcosa di troppo definito e definitivo. E ci sono poi alcune canzoni che spiegano bene queste scelte stilistiche. Una è la già citata “Spiders-Kidsmoke”, una lunga suite krautrock (dicono gli esperti, a me l’idea di ascoltare tedeschi che suonano rock sembra un po’ strana), in cui una chitarra impazzita si diverte ad andare qua e là, a esplodere di fuzz e di riverbero, e poi a gettare di tanto in tanto in un riff a dir poco eccitante. E il tutto, mentre Tweedy canta “It’s good to be alone”, sempre in maniera casuale. A me questa canzone eccita, oppure deprime, a seconda dei momenti, al mio amico la chitarra all’inizio fa ridere. E il punto è proprio questo: puoi ascoltarli da più punti di vista, gli Wilco, sapranno sempre dirti qualcosa di diverso, ma pur sempre parziale e incompleto. Tweedy, del resto, è lo stesso uomo che prima di proclamare che è bene starsene per i fatti propri, aveva già detto di essere l’Uomo Che Ti Ama, (“I’m the man who loves you”), con in sottofondo assoli totalmente sballati e impazziti e arpeggi che se la ridono fra una corda e l’altra, probabilmente perché sanno che subito dopo questa dichiarazione d’amore Jeff Tweedy fuggirà paranoico a scrivere una canzone per solo piano in accordi minori. E la questione degli assoli poi… merita un capitolo a parte, l’ultimo, il più entusiasmante mai scritto sul mio computer.
Basti dire, per chiudere con la questione dei punti di vista, che la soggettività degli Wilco cambia da accordo ad accordo, come in “Company in my back”, in cui da un arpeggio cazzone iniziale si passa ai quasi spensierati accordi che profetizzano il ritornello tristissimo, in cui a un secondo ascolto noterete un piano infinitamente e poeticamente depresso, per poi ripartire, con l’aggiunta di rumorini e tastierine idiote, quasi a dire, “aspetta, non va poi così male”… Per poi ripartire con strofa spensierata e ritornello tristissimo.



Chapter IV: Rumori e AssHoli
Un altro elemento divertente dei Wilco sono le melodie di tastiera, che accompagnano il riff principale. Anche queste servono a decentrare l’attenzione (l’inquadratura?) da un sentimento che sarebbe altrimenti troppo definito, troppo caldo. Spesso si tratta di rumori, o di piccole melodie dissonanti, che l’ascoltatore potrebbe bollare in un primo momento come inutili o addirittura fastidiose, ma di cui in realtà è ormai chiaro il significato. Macchè, senza questi accorgimenti, non sarei qui a parlare degli Wilco.
E poi, appunto, c’è il motivo principale, diciamocelo, per cui sono qui a parlare degli Wilco: gli assoli. Delle vere e proprie prese per il culo, semplici ma non minimali, a volte incompleti, a volte completi così tanto da sembrare parossistici (come il primo dei due in “I’m a wheel”), a tratti carichi, a tratti un po’ tristi, quasi piangenti o urlanti (in questo degni eredi della tradizione-Stooges). E soprattutto, spesso fuori luogo. In “I’m the man who loves you”, un fuzz impazzito introduce una canzone che altrimenti sarebbe fin troppo banale, nella forma e nella sostanza; in “At least that’s what you said” è un assolo a far ripartire la canzone, che sembrerebbe incapace di rialzarsi come il protagonista-Tweedy dopo la crisi depressiva, attraverso un’evoluzione melodia-autoripiegamento, fino a lascaire nell’aria solo la polvere e l’amplificatore bucato.
Gli assoli degli Wilco sono probabilmente l’emblema del gruppo, il punto massimo della soggettività, quasi elementari, incapaci di vita senza appoggiarsi a sapientissimi (questi sì) feedback e al silenzio che segue spesso le note; così semplici a volte da farmi pensare al “do it yourself” punk, giacchè, ascoltandoli, si può ancora pensare che la complessità non sia sinonimo di bellezza; che chiunque possa cercare e trovare il sentimento, l’espressività che più lo rappresenta senza doversi inventare una sequenza interminabile di note.





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