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Autore: ben crood

Quer pasticciaccio di via Hansen
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Abstract: Odio parlare di dischi quando questi escono, stare cioè ai giochetti delle case discografiche. Ma devo chiedere scusa a qualcuno.

Riferimento: Beck - Guero


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Odio parlare di dischi quando questi escono, stare cioè ai giochetti delle case discografiche. Ma devo chiedere scusa a qualcuno.



Una settimana fa, dopo aver ascoltato distrattamente Guero e aver visto il conseguente live-Supersonic su Mtv (che pensavate, che non la guardassi?), avrei scritto di Beck:



“Ecco cosa succede a santificare la gente. Ora ci ritroviamo a dover santificare il signor Hansen per un album oggettivamente geniale, com’erano geniali Mutations, Odelay e il resto della sua produzione. Solo che ora essere Beck non può più bastare a Beck, che tra l’altro tra chitarre scordate e voce un po’ giu’ di tono non ha fatto nemmeno una bella figura su Mtv. Santifichiamo Beck, ed ecco che Beck si dimostra uno dei tanti…”



Oggi io chiedo scusa a Beck Hansen. Prima di tutto perché in bocca mi ha lasciato un bel sapore il suo live, conclusosi con la genialata del secolo, che penso rimarrà cosa irraggiungibile fin quando qualche pazzo non farà altrettanto sin dall’inizio di un concerto, ovvero lasciare gli strumenti al pubblico alla fine dell’esibizione.
E poi perché Beck va ascoltato fino in fondo; non sai mai cosa ti potrà nascondere in un pezzo, non sai cosa tirerà fuori dalla chitarra “I LOVE FOLK MUSIC” che imbraccia; va ascoltato prima di essere giudicato, un po’ come il Carlo Marx dei marxiani che dicono:”Prima Marx devi leggerlo, e poi criticarlo”. Cosa che nessuno fa, perché in effetti è troppo divertente contestare il marxismo per vedere i marxiani che insorgono.
Ovviamente di marxista in Beck non c’è nulla; a voler essere sofisticati e illeggibili, c’è tanto post-modernismo, citazionismo, ma da qualche settimana ho smesso con gli – ismi, sicché la speculazione intellettuale finisce qui. Anche perché i motivi delle mie scuse a Beck partono dal fatto -fondamentale -, che il signor Hansen compone per divertire e divertirsi; le speculazioni intellettuali sul post-modernismo, sulla fine della storia, sul recuperare pezzi virgolettati di musica giàssentita le lascia, insieme a me, ai critici di "Deserter Song” dei Mercury Rev.
Qui vogliamo solo divertirci – perché è vero, comunque, che in Guero non troverete espedienti retorici che Beck non abbia già utilizzato: folk, rap, rumoristica, sample cadenzati e ubriachi, beat spezzati e stralunati, un cantato ironico/scazzato, assoletti assolutamente disinteressati di ciò che gli capita attorno. Come ha detto qualcuno, è da qualche anno che Beck ha segnato l’orizzonte della musica contemporanea, una miscellanea divertente e fluida di generi, tradizioni e umori. Che, a un certo punto, però, non è più il nuovo, e io povero fesso dovrei ascoltare chi saggiamente mi ricorda che non possiamo stare sempre ad ululare solo per le lune nuove.
Per lo meno, il signor Hansen non cavalca l’onda, che non a caso qualcuno voleva chiamare new new wave, che consiste nel mixare anni ’80 e ruvidità rock’n’roll e dire che è la Cosa Nuova. No, il biondino di Los Angeles è capace di farci scompisciare (ascoltare “Rental Car” per credere, in cui una chitarra pesante incrocia un cantato esilarante) e ballare essendo semplicemente se stesso. Ha imparato la lezione del global equilibrato dei Clash con personalità sbalorditiva; e perché?
Perché Beck è il più grande esempio vivente di vero amante della musica; lui ama tutta la musica, e per questo la mischia, nel suo cervello non c’è alcuna sterile distinzione tra roba colta e volgare; se ascoltasse Gigi d’Alessio lo campionerebbe e ci metterebbe dei beat ballabili, e nello stesso brano troverebbe il posto, nella maniera coerente che lo contraddistingue, per secondi animati da una parlantina rap più vera di quella di un nero del Bronx; Beck ha il merito di ricordarci che la musica è semplicemente un giochetto con cui passare in modo migliore il tempo sulla faccia della terra, che non può avere confini; probabilmente, il caro Beck converrebbe con la mia teoria secondo la quale, e non sto impazzendo, dovremmo smetterla di categorizzare la musica, e inserirla tutta sotto il nome di musica popolare, in quanto appartenente e prodotta tutta dal genere umano.
E poi Beck è capace di usare la musica come linguaggio; per citare Lester Bangs, avrei potuto chiamare questo articolo “Beck parla esperanto?”; non so se la musica del signor Hansen sia avvicinabile all'esperanto; però è un crogiolo di tradizioni e sonorità, rielaborato e spesso coerentemente caotico; il più classico dei pastiche, un pasticcio come le narrazioni arrovellate e barocche di Gadda o i collage di qualche beat; e mi fermo qui - non avremo mica voglia di andare a capire se il linguaggio (meta) musicale di Beck vuole rappresentare una realtà distorta e inconoscibile…
Non scherziamo, non facciamo gli intellettuali a tutti i costi: anche la realtà di Guero è semplicemente colorata, semplicemente divertente.





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