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Autore: ismael

Gli orsi di pezza
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Abstract:

Il concerto dei Nirvana nel 94. Il modo in cui i Nirvana hanno cambiato gli adolescenti della mia generazione, il modo in cui un adolescente crea il suoi idolo, che sia un gruppo o un suo stesso amico

Riferimento: Nirvana


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Adele e Sofia si conoscevano fin da piccole. Un pomeriggio, durante le vacanze in collina dalla zia, per colpa di un gioco stupido Adele era stata morsa da un cane, e la zia l’aveva portata da un vecchio che stava in fondo al fiume per farle segnare la gamba, che guarisse presto. Il padre e la madre di Adele tornarono a prenderla in anticipo, insieme a una coppia di amici conosciuti da pochi giorni. Adele, scossa ancora per lo spavento del cane e dello stregone, sentì la macchina dei suoi genitori parcheggiare nella ghiaia, mentre il sole tramontava oltre il cortile, e scostando le tende vide scendere Sofia dalla portiera di dietro, insieme ai suoi, con una scatola di semifreddi in mano.



Adele non aveva ancora dieci anni, Sofia li aveva appena compiuti. Quella sera cominciò un periodo felice. Le loro famiglie facevano tutto insieme. Cenavano fuori, guardavano dei film in videocassetta, giocavano a carte fino a notte chiacchierando, coppia contro coppia o mariti contro mogli, mentre Sofia e Adele andavano in camera a giocare, sempre in silenzio. Non c’era mai bisogno di sgridarle.



La famiglia di Adele e quella di Sofia fecero gite insieme in montagna, settimane d’estate al mare, capodanni in città. Questo finì quando i genitori di Sofia si separarono, quattro anni dopo. Ma Adele e Sofia s’iscrissero alla stessa scuola superiore. Sofia passò le sue crisi, e Adele c’era, tutti i giorni, anche senza parlare. Sul diario scrivevano le stesse cose. Collezionavano orsi di pezza. Le più belle città del nord Italia le videro per la prima volta insieme, saltando la scuola e salendo su un treno a casaccio. A fumare iniziarono insieme, con una canna.




Io ho conosciuto Sofia molti anni dopo, quando è venuta a lavorare nella mia stessa ditta. È stata lei a presentarmi Adele, e come è successo a tanti, mi è sembrato in poco tempo di avere un debole per lei. Che non ci fossimo visti prima era strano, perché, senza saperlo e senza mai sfiorarci, da un certo momento in poi avevamo frequentato gli stessi posti, guardato gli stessi film, e ascoltato le stesse cose. Il momento preciso in cui questo aveva cominciato ad accadere, fu il concerto dei Nirvana a Modena, nel febbraio del novantaquattro.



Per molti che, come noi, avevano fra i quindici e i vent’anni nei primi anni novanta, e nessun fratello maggiore a fare da guida, i Nirvana sono stati la cosa più importante, il salto in un nuovo mondo, il gruppo che ci fece scoprire ed amare tante cose che erano venute prima, e odiare tante cose che vennero dopo. Ogni generazione dovrebbe avere un gruppo così, nel bene e nel male.



Io mi ricordo la fatica di convincere mia madre, il pianto trattenuto al pensiero di non riuscire ad andare al concerto, quando in camera mia, il giorno in cui chiesi il permesso, le feci sentire solo Polly. Mia madre era in piedi sulla porta della camera dal soffitto di legno, una camera seria, tutta bianca e senza poster, tristemente diversa da quelle degli adolescenti veri con tutte le loro foto incollate di traverso, e i biglietti dei treni infilati negli specchi, così come una chiesa spettrale dipinta da un olandese del seicento era diversa dalle esplosioni di putti colorati del barocco. Ricordo che, oltre a scegliere con cura la canzone - le parole non erano un problema, visto che né io né mia madre sapevamo l’inglese - ricorsi ad ogni sotterfugio che mi sembrasse utile; citai l’articolo di qualche giornale, in cui un critico paragonava i Nirvana ai Beatles. Non mi era mai importato niente dei Beatles, e mai niente m’è importato fino ad ora. Ma li usai come grimaldello per aprire il cuore di mia madre. I Beatles a me sembravano buoni giusto per le feste coi palloncini, per i servizi del telegiornale in cui l’inviato da Londra parlava della moda applicata ai cappottini per i cani, e delle cabine del telefono laccate. Kurt Cobain, anche se non capivo una parola delle sue canzoni, sapeva come stavo io, e diceva la verità su come mi sentivo.



Un adolescente ha il suo idolo: non è che ti identifichi in lui - magari ti infastidiscono quelli che lo fanno, quelli che esteriormente ci riescono meglio di te. Piuttosto credi che lui, magicamente, sappia ogni cosa della tua vita, e ne parli, e non occorra dirgli o nascondergli alcunché. Dopo, normalmente, non succede più. Ma a quell’età ognuno ha il suo idolo, e lo difende contro tutto e contro tutti, e contro gli idoli degli altri.



Una cosa che adoro ancora riascoltando i Nirvana, adesso che non riesco più a coinvolgermi in niente a quel modo, è che Kurt Cobain riusciva a scrivere canzoni malinconiche - no, cose ben più dure della malinconia - usando sequenze di accordi maggiori, addirittura di settima. Davano angoscia e forza al tempo stesso.




A quel concerto rimasi impressionato per come lui cantando guardava nel vuoto e sembrava che guardasse tutti in faccia. Penso che chiunque avrebbe potuto giurare di essere proprio lui quello che Kurt Cobain stava fissando. In realtà non guardava proprio nessuno e sciorinava le canzoni come un compito inutile.



Adele e Sofia avevano preso il biglietto mesi prima, sicure che ci sarebbero andate comunque, grazie a una balla che avevano tutto il tempo di costruire. Avevano passato qualche ora fuori ad aspettare. Sofia attaccava discorso coi ragazzi, Adele leggeva e scroccava sigarette. Erano entrate, erano riuscite ad arrivare sotto al palco, e avevano visto il concerto a pochi metri da me, schiacciate tra la folla che si muoveva come un onda, sollevandoti, di modo che potevi anche staccarti da terra e stavi in piedi lo stesso, e respiravi dentro i capelli lunghi sudati del tizio che avevi davanti. Come me, Adele e Sofia erano rimaste attaccate alla radio nei giorni seguenti, quando Kurt Cobain provò ad ammazzarsi a Roma, la prima volta. Urlavano agli amici di tacere, con lo stomaco stretto.




Il giorno in cui Kurt Cobain si sparò morì mio nonno. Mio padre, chiuso e incapace di parlare di niente che non fosse solido e visibile, come chiuso era stato suo padre, tornò che era notte, con gli occhi rossi. Io l’aspettavo ma non seppi cosa dire. Che mio padre avesse pianto, per me era una cosa inconcepibile. Stavo guardando il telegiornale, c’era la villa del suicida e un’inviata idiota. Mio padre guardò la televisione, poi guardò me e disse in dialetto:



- Ce l’ha cavata, poi.



Nessuno dei due aggiunse altro.



Due giorni dopo piansi anch’io, ma forse solo perché vidi piangere mio padre. Pioveva, e tutti seguirono la banda che suonava e le bandiere, perché mio nonno era un partigiano, brigata Stella Rossa, e da casa sua la madonna della processione era sempre tornata a mani vuote, in quanto mio nonno diceva che se la madonna voleva le offerte doveva scendere dal baldacchino e andarsele a prendere.




Adele e Sofia passarono quell’aprile in camera, a strimpellare il basso. Adele era andata a noleggiarlo il giorno dopo il concerto e l’aveva portato a casa di Sofia. Aveva deciso guardando Krist Novoselic suonare. Per il momento sapeva solo allentare la cintura e tenerlo in fondo alle ginocchia come lui. Il mese dopo conobbe i Joy Division e il suo modello divenne Peter Hook. Dopo un altro mese lasciò perdere, ma il basso restò a casa di Sofia, e a luglio Adele gliene regalò uno nuovo. Sofia cominciò ad andare a lezione e in poco tempo divenne molto brava. Ma il suo progresso tecnico prodigioso, invece che entusiasmare Adele, la infastidiva: Sofia teneva lo strumento alto sul petto e suonava con le dita.



Adele cominciò allora ad accorgersi di tutte le cose in cui lei e Sofia erano diverse. Sapeva che doveva essere un fatto normale, ma sapeva che lei non riusciva ad accettarlo. Perciò doveva esserci un errore. Perciò doveva esserci una colpa, e la colpa era sua.



Alle feste Adele era stupenda, e odiava andarci. Sofia passava ore allo specchio.



- Vorrei essere come te - diceva. Adele la guardava da sopra le spalle, con la lampadina che le scaldava la testa, e tutti i mobili del bagno incupiti dietro la mano che passava la matita sugli occhi.



- Perché?



- Non lo vedi come ti guardano?



Sofia suppliva all’insicurezza per il proprio corpo con l’esuberanza. Aveva la battuta sempre pronta, sapeva far ridere tavolate intere. Adele se ne sbatteva di risultare simpatica. Era capace di passare tutta la serata a troncare in gola decine di battute che avrebbero ammazzato ognuno dei presenti, uno per uno. Questo non detto però si vedeva, non so come. Giocava con le posate, guardava i vetri, ma niente da fare, lo sentivi; la rendeva inevitabile, rendeva elettrici. C’erano tanti ragazzi che ridevano con Sofia per tutta la sera e te ne avrebbero parlato come della tipa più in gamba del mondo, eppure tornavano a casa persi di Adele senza averci scambiato più di due parole scortesi.



- Vorrei essere come te - diceva Sofia. Adele non poteva sopportarlo. Perché Sofia ci teneva così tanto a quelle persone da niente? Sembrava che Sofia dovesse dimostrare chissà quale valore, e l’ammirazione dei ragazzi fosse per lei l’equivalente di una raccolta punti.



- Come fai a essere così affascinante? - chiedeva Sofia.



- Non li cago - rispondeva Adele.



- Bella fatica... Ma se io non li cago non mi vedono!



Sofia sbuffava e avvicinava le labbra allo specchio. Adele la guardava.



- Perché, io sono affascinante?




Sofia, secondo Adele, continuava a sciupare le giornate. Con la sua curiosità divorava ogni moda che le passasse a tiro. Passò il periodo jazz, quello reggae, quello tecno, poi cominciò a vestirsi solo di nero, dopo aver visto il corvo.



Adele arrivava e Sofia era là a dondolarsi con i Cure nello stereo.



- E basta con questa musica da fighe - diceva Adele.



- Scusa, io che cosa sono?



Poi Sofia prese una cotta per il cameriere di una birreria e per due mesi sembrò appena arrivata da San Diego in autostop. Subito dopo cominciò con la cover band.



Al primo concerto che fece, Adele non c’era. Era il suo diciassettesimo compleanno. Sofia per due settimane non aveva fatto altro che parlare del suo concerto. Le aveva detto che era emozionata, le aveva detto che si sentiva tranquilla, le aveva fatto sentire i giri di basso che aveva cambiato... Non aveva fatto niente per spostare la data, non le era neanche passato per la testa. All’ultimo momento, Adele si diede malata con un SMS. Mangiò coi suoi, scartò il loro regalo e andò a letto. Mise i Nirvana a tutto volume, maledicendo il giorno del concerto e il giorno in cui le aveva regalato il basso.



Immaginò i sorrisi di Sofia agli amici radunati nel locale. Per ognuno c’era un abbraccio e una coincidenza da raccontare. Immaginò i fari delle macchine e le birre. Le scrisse una poesia e l’accartocciò.



Sofia si fece sentire il giorno dopo. Le chiese come stava e le raccontò tutto al telefono, com’era venuto ogni pezzo, chi aveva sbagliato un attacco e chi un altro, chi dei presenti aveva urlato cosa. Ci mise quaranta minuti. La sera passò per darle il regalo.



- E’ di sopra - le dissero i suoi.



Dopo aver bussato tre volte Sofia entrò in camera. Adele non aveva risposto, ma era lì seduta sul letto. C’erano gli orsi della loro collezione appesi al lampadario, alle mensole, e attorno alle pareti, coi fili che pendevano dai chiodi dei poster. A differenza della mia, a diciassette anni la camera di Adele era piena di poster. Quel giorno Adele li aveva tolti, e ai chiodi aveva messo quegli orsi di pezza, tutti a testa in giù, poi si era seduta sul letto.





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