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Autore: ben crood

Produrre, consumare, cercare di restare in vita: Offlaga Disco Pax,
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Abstract: Ecco l’ennesimo punto di vista sul tema “Socialismo o barbarie?”. Ci hanno provato sociologi politologi critici e tuttologi, e anche i Cccp nell’emblematico “Socialismo e barbarie”.

Riferimento: Offlaga Disco Pax


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Ecco l’ennesimo punto di vista sul tema “Socialismo o barbarie?”. Ci hanno provato sociologi politologi critici e tuttologi, e anche i Cccp nell’emblematico “Socialismo e barbarie”.
Forse gli emiliani ODP avrebbero potuto chiamare il loro primo disco “Socialismo nonostante la barbarie”, nel senso che, appartenendo a quella generazione che non ha costruito il socialismo in terra italica ma lo ha subito nel bene e nel male, attingono a un immaginario che mescola amarcord sovietici in Emilia ad affetti puramente occidentali, come possono essere le astronavi di Space Invaders e le canzoni di Al Bano. Gli ODP, collettivo neosensibilista da Cavriago, sostengono di essere figli non per scelta di due universi in espansione che sono entrati in collisione negli anni ’80 (e se sono esplosi non tocca a loro dirlo); quindi, sono consapevolissimi di essere contaminati -consapevolezza che manca forse alle ultime generazioni- e traducono tutto questo nel linguaggio musicale che ne consegue: chitarre, tastierine giocattolo, batterie Casio, valzer dinoccolati, disco music e atmosfere new wave. Sopra tutto ciò, non un cantato, ma una declamazione di amori post-comunisti, di ricordi di infanzie aperte ai videogiochi con in testa le rivoluzioni di qualcun altro, di sogni rossi già infranti, di certezze da quartiere in cui “la DC prendeva il 6%”, di adolescenze italiane indecise sui modelli da idolatrare.
Si, il cantante degli ODP, Max Collini, non è un cantante, ma un declamatore, un cantastorie con un forte accento reggiano, uno speaker disilluso e ironico come solo i post-qualcosa sanno essere. DECLAMA! Non è forse finalmente qualcosa di nuovo? Non che si debba sempre cercare il nuovo, pensate che ultimamente apprezzo addirittura i Velvet, i Subsonica e altri gruppi puramente italici. Però, nemmeno il francescano Ferretti Lindo si lasciava andare a declamazioni dure e pure (sia dure che pure, perché quando declami e non hai idea di cosa voglia dire farlo per lavoro, c’è da esser certi che il tuo accento verrà fuori nella maniera più vergognosa, cioè dura, e pura, perché sincera, - e Ferretti ha invece rappresentato quanto di più vicino possibile, in Italia, a lucertole come Iggy Pop, gente che con una voce brutta si è inventata un cantato, e un lavoro).
E allora ci troviamo questo gruppo che declama su tappeti sonori semplicemente efficaci, nulla di particolare, ma esattamente ciò che serve per creare atmosfere azzeccatissime per i testi del Collini. In Italia, soprattutto ultimamente, qualcosa di nuovo, per quanto qualcuno si ostinerà a presentare gli ODP come eredi dei Cccp; in comune hanno probabilmente la terra-rossa d’appartenenza, e nulla più; giacchè i Cccp avevano uno sguardo più intellettualistico e smaccatamente futurista sulla “Cosa”, e il loro interesse era rivolto soprattutto all’estetica comunista; gli ODP di futurista hanno poco, semmai la tendenza all’ammasso catalogante di ricordi dei più svariati, e sono anche molto meno ermetici o criptici rispetto ai Cccp; gli Offlaga rispecchiano invece un atteggiamento più passivo e nostalgico, degno di queste ultime generazioni di diseredati che si sono affacciate al mondo; in loro il problema della rivoluzione nemmeno si pone, figuriamoci se poi ci possano essere prospettive intellettualistiche; il socialismo è roba intimista, come solo dopo è accaduto a Ferretti, che peraltro ha preferito rivolgere il suo cuore a cose più spirituali e meno politiche, o al massimo a grandi temi politici, come la Liberazione; in “Socialismo Tascabile” i grandi temi sono solo accennati, giacchè l’ideologia morente non può dare certezze oltre al fatto di potersi innamorare di una qualche ragazzina più o meno rivoluzionaria. E le certezze, piccole e calorose, si sgretolano davanti a un mondo sempre più in espansione, quello che prima forse solo soggiaceva in regioni rosse come l’Emilia Romagna, e che negli anni ’80 cominciava a vincere la propria KulturKampf: il mondo dei consumi di stile occidentaleggiante. E così, mi pare di capire, ai tempi, lo stesso Collini si abbandonava tanto alle mura diroccate della sua terra rossa tanto ai videogiochi, ad Al Bano e al paninaresimo che avanzava nei paesi dell’Europa dell’Est.
Che noia, allora, questo disco, che palle, che pesantezza. Tutta questa decadenza finirà con l’ammazzarmi.
E invece no. Qui c’è solo da divertirsi. Gli ODP sanno essere romantici e leggeri come ogni ricordo d’infanzia al confronto con la durezza dell’attualità (il presente è sempre meno romantico del passato-dove romantico sta nel senso letterario del termine- ; passato, che dolce o amaro che sia, richiede quasi mai un’analisi realista, passato che è sempre come un film francese o come “Yesterday” dei Beatles, quando l’amore era un gioco facile da giocare); romantici non come certe fighetterie pop italo-svedesi; ironici nei testi, come in “Khmer Rossa”, in cui sorgono insieme i primi dubbi sul socialismo e sulla consistenza dell’imene delle adolescenti; ironici nella colonna sonora, furbescamente e appassionatamente new wave, che guarda a citazioni dei Cccp (c’è anche un accenno sincero a Emilia Paranoica) nel mescolare suoni da Europa anni ’80 a cazzeggi danzerecci.
In più, e chiudo (come si direbbe in un’assemblea di soli soci di qualche associazione o partito o posto nuovo dell’Arci), “Socialismo Tascabile” accontenta anche quella parte irredentista del mio cervello, che vorrebbe ancora che la musica conquistasse i suoi territori in ambito di mente e di cuore: non è un disco che si può ascoltare in sottofondo, per quanto divertente e leggero, visto che è pur sempre fatto di racconti declamati. Al massimo potete ascoltarlo mentre stirate, o lavate i piatti, ma non mentre giocate alla Playstation 2 o state bevendo con gli amici.
Gli ODP hanno tirato fuori questa genialata (oltre al fatto, questo sì forse un po’ intellettualistico, di numerare tutto ciò che producono come collettivo), ovvero accontentare la parte più cazzeggiona degli ascoltatori italiani, e anche quella più snob e indie, che troverà sicuramente alternative questo disco quanto basta per tirarsela un’altra decina d’anni.
E quindi, e chiudo davvero: macchè socialismo o barbarie, qui si chiede, ai contemporanei disillusi e ai padri sovietici, semplicemente, si chiede un po’ d’umanità, in barba alla barbarie, al socialismo, in barba al produci-consuma-cerca di rimanere in vita.



NB: Visto che si è parlato di socialismo, umanità e occidente capitalista, sarà bene specificare alcune cose, spendendo alcune parole laccate su questi temi così tanto sulla bocca di tutti da qualche anno a questa parte, tanto sulle labbra violacee d’odio dei militanti tanto su quelle rosse dei qualunquisti che giocano sul contrasto col colore biancastro della loro pelle.
Ci stiamo riempiendo bocca e stomaco di paroloni. Dimenticando che proprio i “movimenti”, che spesso si accompagnano a masse di ascoltatori di Musica, che prende presto le forme di un’entità superiore immacolata e divina, proprio i movimenti e le sotto\contro-culture si sono resi corresponsabili della crescente bulimia conoscitiva dei nostri tempi, altrimenti nota come creazione del bisogno; da Marcuse in poi abbiamo condannato questa come male della società occidentale, e abbiamo chiuso entrambi gli occhi (e non contenti ci abbiamo pure messo davanti non delle fette di prosciutto ma dei maiali ancora vivi e urlanti) davanti al fatto che chi bivacca nei non-luoghi che sono i movimenti è il primo a sbavare per quella mostra o per quel nuovo disco di quel nuovo artista; non a caso sono proprio questi che scaricano l’impossibile da internet anche quando sapranno che non ascolteranno, che vogliono assolutamente quella chitarra, che si espongono insomma a quell’incessante offerta di immateriale e materiale che finirà coll’ucciderci, o quanto meno per farci dimenticare quand’è il compleanno di nostra madre. Non a caso sono proprio quei movimenti che hanno prestato idee ed estetica alle mode contemporanee, che oggi vengono celebrati negli ambienti accademici, e che si intersecano con quell’insieme nel diagramma di Venn dei consumatori che si chiama Bobo’, cioè bourgeois e bohemienne, ovvero ancora, detto in soldoni, quell’ammasso di figli di papà che amano fare gli scoppiati e che si vantano di acquistare roba scacata, pensando che questo li svincoli dal peccato originale che, tornando all’ottica militante che ha contraddistinto questo pezzo finora, si chiama appunto consumare; e via ancora col produci-consuma-tenta di rimanere in vita.
Voglio dire, insomma, che se proprio vogliamo riempirci la bocca di contenuti militanti socio economico politico spirituali, almeno guardiamo chi siamo: non siamo poi tanto nobili, anche se consumiamo in maniera “indie” o “alternative”.
Il punto è ancora l’anomia: se non ci diamo delle regole, nel consumare, nello scaricare cultura da Internet, nell’esaurire i rapporti umani per eccesso di velocità, non saremo diversi da ciò che vogliamo distruggere. Paradossalmente, non sono stati i governi di destra di questi anni a darci delle regole, seppure ostili per partito preso ai movimenti. Anzi, sembra che proprio questi governi abbiano letto meglio “Saggio sulla liberazione” di Marcuse, regalandoci perle del pensiero contemporaneo come “tutto è vero”, “dipende dai punti di vista”, “questi dati sono faziosi”, “io non parlo con lei”.
Allora, forse l’unica soluzione è guardarsi in faccia e capire che non stiamo facendo nulla di rivoluzionario in questi anni, nemmeno ascoltando un disco della serie “In the fishtank”, con una collaborazione tra Dirty Tree e Low; stiamo facendo forse anche più di altri il Gioco Senza Regole del liberismo ultrà, in cui l’assenza di regole è l’essenza primaria, non importa che tu ascolti James Blunt o l’ultimo dei Velvet o i PGR, gli ODP, le Vibrazioni. Stai consumando.
A meno che non si voglia uscire davvero da certe logiche culturali che contraddistinguono tutto l’occidente:e allora facciamo quello che i rockettari falsi e odiosi in “Almoust Famous” non hanno il coraggio di fare: molliamo tutto e andiamocene in Marocco, o in qualche altra parte del mondo in cui l’anomia del produci-consuma-cerca di rimanere in vita è solo una paradossale, lontana e magari sconosciuta barzelletta.





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