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Autore: occhio
...a meno che (il titolo non c'entra nulla, perchè mi arrovellò così? Troppo tempo per pensare a cose inutili mi concedo)

Abstract: Scritto ieri, inviato oggi. Il computer faceva i capricci. "Voodoo" di D'Angelo è inebriante, come un buon vino, che anche se non senti la sua qualità all'inizio, poi dopo...va bè...sarai costretto a fare i conti con lei.
Riferimento: D'Angelo
I dischi che a noi piacciono accentuano, accelerano, dilatano i momenti, cosicché di essi
venga meno la nostra stessa percezione, facendoci precipitare in un presente che è eterno, poiché virtuoso virtuosismo dell’ Assoluto.
E’ una sensazione piacevole l’azzeramento. La mente diviene un “non-luogo”, dove si incontrano senza scontrarsi, si amano senza pretendersi la memoria e le previsioni. In questa utopia perde di significato il tempo. Acquistiamo, per un attimo, l’occhio dell’Eterno, ci guardiamo attraverso di esso, eppure ci sentiamo lontani nella nostra intimità, stranamente sperduti, perché siamo abituati a non conoscerci. Però qualcosa è avvenuto, niente appare come prima, la luce è diversa, le ombre anche. Pare di essere dentro una bolla di sapone, capace di inglobare tutti i mondi possibili senza esplodere in contraddizioni. Si viaggia, percorrendo sentimenti sconfinati, strade che non le si chiamerebbe così, se ci fosse anche solo una parola che esprimesse assieme l’idea di libertà, disciplina, stupore, paura, abnegazione, clamore, entusiasmo. Anzi forse c’è, ed è “anima”. Che piaccia o no, esiste, ed io non nutro dubbi di sorta a riguardo. Ma se anche tali dubbi dovessero un giorno cogliermi di sorpresa, senza andare a rileggermi Platone e compagni o a scucugliare fra i versi poetici e le trame romanzate, m’affiderei innocentemente alla musica; e lì la scoverei, sinceramente fanciulla, spontanea, elementare e ardita, arzigogolata.
E’strano introdurre in questo modo un disco che inizialmente non ho amato, tuttavia, riponendo vasta fiducia nell’esercizio di indagare su ciò che non apprezziamo al fine di comprenderlo per amarlo, io ho finito per non poter fare a meno di esso. L’album in questione è “Voodoo” di D’Angelo.
Il titolo fa intravedere un misticismo che vuole ritrovare le proprie radici, servendosi della voce di un orgoglio puro ma non duro, al contrario aperto, flessibile e flessuoso. Di fatti la musica inscena una parata “soul –anno2000” fantastica. La vocalità di D’Angelo mi pareva inizialmente sommersa da i suoni lenti e cardiaci del disco, dalle percussioni timide, dalle andature funky. Invece ora mi si concede con discrezione sincera, slegando via tutto il suo charme.
Alla fine più che un disco pare un invito a riscoprirsi umani, capaci d’amore e bisognosi di Dio, perché entrambi passano dall’uomo per l’uomo utilizzando tanto i desideri della carne quanto le coniugazioni spirituali; esprimano con i canti africani, la tradizione della grande musica nera urbana, come Hendrix, Sly e Gaye, nominati da D’Angelo, non a caso, nella pagina di presentazione della busta interna, dove prende le distanze dalla mercificazione dell’ hip-hop, quando illustra la sua intenzione di riscoprire l’inspirazione che guidava questi grandi autori e performers.
La prima volta che misi sulla piastra il disco rimasi deluso. M’aspettavo, con un titolo simile e abituato al verbo hendrixiano esposto elettricamente in “Voodoo child”, fragorosi scossoni funk, sferragliate di fiati e tamburi. Niente di tutto questo, piuttosto l’esatto contrario, poiché i modi erano calmi, sornioni, lenti. Era d’inverno ed esso non rispondeva alle mie esigenze, ovvero quelle di “maltrattarmi” con maggiore grazia e profitto gettandomi fra le braccia della musica, anziché crogiolare inutilmente sul divano, arrotolandomi in vani pensieri; così la mia scelta cadde su “Closer” dei Joy division, che ora non ci azzecca niente, però guarda caso in quell’album compare un brano che si intitola “hearth and soul”, queste due paroline vi dicono forse qualcosa? Tornando a noi, riposi “Voodoo” nello scaffale, sezione “da dimenticare”, e non lo ascoltai più, finché non arrivò un caldo pomeriggio di primavera, in cui non avevo un cazzo da fare e bramavo il possesso di nuova musica. Non riuscivo ad individuare la giusta colonna sonora per quel torpore d’aprile che mi stava pian piano avvolgendo senza pietà. I dischi della Trojan avevano addosso il sapore dell’estate,Aphex Twin era troppo “space”, Beach Boys troppo movimentati, i Clouddead troppo intellettuali; insomma, per farla breve, non sapevo come uscirne. Oh dio, non è che questi siano i reali problemi della vita, altrimenti staremo benissimo, eppure scocciano in un pomeriggio assolato d’aprile-dolce dormire in cui, come già detto, non si ha un cazzo da fare. Suonai perfino qualche compilation sfigata, e nel momento in cui oramai ogni speranza stava per svanire, la mia mano incerta toccò “Voodoo” . Non ero sicuro, avevo paura di farlo girare, mi aveva troppo deluso quell’album e oltretutto non era nemmeno accompagnato dalla bontà di qualche ricordo che fosse capace di testimoniare in suo favore. Cedetti, comunque; d’altronde era la mia ultima carta da giocare, se non volevo mettere mani al portafoglio e comprare ancora altra musica.
Sorpresa. Si spiegavano tutti i suoi aromi. La primavera mi colpì al cuore, puntando tutto su quel torpore che mi stava seducendo con la noia. Mi emozionai molto nell’ascoltare i movimenti astuti di “left e rigth”, le dinamiche melliflue di “send it on”, le vampate, come le chiama D’angelo, di “Untitled (How does it feel)”, i moti etno-vellutati di “Africa”, la dichiarazione di intenti di “Chicken Grease” dove dice: “I know u love me cause i’m funky cause I just wanna show u some love”, i moti spiritual-wutang-solari di chiara matrice blues che governano “devil’s pie”.
In conclusione, d’allora “voodoo” fu il mio disco per un caldo pomeriggio primaverile in cui non si ha un cazzo da fare.
Perciò lo sto ascoltando ora, che è un caldo pomeriggio d’aprile in cui non ho nulla da fare… a meno che…
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