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Autore: occhio
Nulla più che musica: Dio perché non parli. Di ragionamenti in ragionamento, ma conta più l'istinto?

Abstract: Dei Royal trux e di "Twin Infinites", del resto come loro. Gigantesca massa di sensazioni, proprio come l'oggi. Stronco all'incontrario, diversamente non riuscirei.
Riferimento: Royal Trux
Quando ho letto l’invito rivolto a noi writeuppers di stroncare qualcuno, mi sono detto “lascia stare”. Amici, non ne sono capace, e non perché io venga sopraffatto dalla compassione, dalla riconoscenza verso l’artista amato. No, niente dietrologie ideologiche o pietismi di elevazione religiosa. Niente di così moralmente nobile, socialmente accettato. Peraltro non sono nemmeno vittima del potere, neanche di quello di cui sono privo. Sono solo ignorante, perché le cose che non amo non le cago di pezza. Però, però, la provocazione fa parte della mia natura di buontempone perditempo mangia pane a tradimento, e quindi ne lancio immediatamente una. Voglio operare una stroncatura al contrario, ovvero dire della bellezza di un disco che pare vomitato più che suonato, nulla più che musica, e come tale contiene ogni cosa, che se io dovessi un giorno partire verso una meta desolata solo questo disco mi porterei dietro (oltre che una donna), perché c’è tutto e non c’è niente altro che non sia l’uomo, quindi io, quindi la musica del mio mondo e di quello di altri sei miliardi di persone, molte delle quali schifano la verità dell’anima, nutrendosi di immondizia. Appunto l’immondizia è nobilitata come la bruttezza, la depravazione, il senso della morte, ecco…ma andiamo con ordine. Innanzitutto l’album in questione è Twin Infinites dei Royal Trux, ovvero i sogni non sono mai stati così reali; parlare: Avevo venti anni, mi pare, inseguivo le uscite della Warp e altre figate elettroniche , però era sempre ben presente in me quel
retroterra indie-rock che ogni tanto, se lo sorprendevo a lacrimare, andavo ad asciugare con i Sonic Youth e altra roba americana, che un mio amico allora ascoltava assiduamente, mentre ora si dedica molto di più all’elettronica, al contrario di me. Mi capitò fra le mani l’esordio dei Pussy. Fu subito ammmmore. Tutti sti rumori metallici e quell’energia rock in quattro miseri accordi, o note, o solo tam-tam o solo ritmo-sudore-sangue. A vent’anni cosa si vuole di più: pugni in faccia e fica. Perciò il disco andava bene, mi appagava. Ok,
that’s all right.
Ma l’amore non si accontenta. Siamo tutti poligami in musica. Siccome tutti i giornalisti musicali del mondo parlavano dei Blues Explosion e dei primigeni Galore presentandoli sempre assieme ai Royal Trux, segnai il nome di questi sull’agenda.
Faccio una premessa, forse l’ho già detto in altre occasioni. Non scarico nulla da internet; arcaico: mio negoziante di fiducia d’allora, adesso è un altro, il primo chiuse proprio a dicembre di quell’anno, il quale mi disse che era in liquidazione e per tale motivo non ordinava più merce nuova (sta parte mi pare divertente riletta con la giusta cadenza sicula, molto fiction italiidiota) e quindi “accelleretor” rien (se dice così in francese niente?) però aveva un disco che stava lì da quasi dieci anni che non se lo cagava nessuno e che se lo volevo gli davo un deca e stavamo apposto. “Ecco a te”
Tornai a casa con sto disco che pesava gia in mano. In copertina un nero squarciato dal bianco. Ora io mi ero preparato ad un suono a metà strada fra i Pussy
e John Spencer. Ecco, non c’entravano un bel niente. Delusione massima, candore zero. Su e giù per tutto il disco allo scopo di individuare un brano che fosse leggermente ascoltabile. Mi aggrappai disperatamente alla sua coda “Ny Avenue Bridge” E’ una cavalcata molto non so cosa di piano che ripete sempre la stessa frase e sopra ha una voce scazzata di donna. Non pareva essere il pezzo pop per antonomasia ma almeno resistevo sino alla fine senza piangere causa disco di merda che avevo acquistato. Non ne facevo una questione di soldi, d’altronde avevo speso quasi nulla, si trattava solo di goduria mancata, di coito interrotto.
Presi ad odiare questo disco e i suoi deliri. Dov’era il suo scopo, la sua funzione? Era solo cazzeggio gratuito; paragonavo a quelle cazzate elettroniche ambientali, che tanto ho odiato fino a poco tempo fa, vedi Giuseppe Ielasi, gli Starfuckers di “in frantumi” o una compilation di fine secle come
“end Id”. Pensavo che non era giusto che si facessero album con il suono delle scarpe, con il suono di uno scanner, perché a sto punto ne avrei registrato uno ruttando o scoreggiando, che poi ho scoperto che Herbert ha campionato un suo rutto e i Clouddead lo fanno apertamente nel primo album e tanta altra gente compie e cha compiuto genialate di sto tipo, però questa è un’altra maledetta storia che mi sta impedendo di arrivare al dunque.
Il tempo mi ha detto che non si può ragionare in questo modo, avete presente Cornelius Cadew? Avete presente il punk? Gli stessi Galore? Sai quanti ragazzini hanno preso a suonare il punk? Tutti coloro che hanno impugnato una chitarra. Pochi sono divenuti i nuovi Ramones, anzi in verità ancora nessuno. Lo stesso accadrà e accade con sto benedetto homemade. Una volta “fatto in casa” era l’equivalente di “alla buona” o “alla cazzo” o “poco professionale”, e questo non era esattamente fare un complimento, però oggi sì, ma questa è ancora una volta un’altra storia. Avete presente l’istinto?
Tornando a noi, tornando in me, dicevo? Ah sì,Twin Infinites. Insomma lo odiavo, e odiavo tutti i segaioli giornalisti che parlavano degli autori come dei rivoluzionari del suono. Io li fanculizzavo e mi regalavo la mia sacrosanta house (appunto casa telefono) e qualche pezzo dei Rolling Stones. Ma avevo compreso i Rollling Stones e avevo mai parlato con i fantasmi della house?
Poi un
mattino tornai a casa completamente ciucco. Avevo appena attraversato il nuovo millennio guadando il mio vomito. Tornai a casa con i pantaloni ricoperti di sostanze acide e rosse, le scarpe piene di fango. Dove ero stato? Ah sì a sfondarmi di Jack e grappa e rum, come un coglione a stomaco vuoto. Uno, due, tre, quattro, cinque bicchieri uno dietro l’altro e via, evviva, dopo un sorso di vino spumante per brindare alla mezzanotte dell’anno 2000 e poinulla più se non una spudorata offerta sessuale ad un donnone niente male , anche super troia come poi ebbi modo di sapere, che mentre io collassavo c’era chi se la stantuffava alla grande. Misi su sto disco visto, che qualcosa mi richiamava verso di lui, i latrati della notte forse, la mia voce e il mio stomaco probabilmente.
Il dolore di testa ti permette di pensare a quanto sei fesso, a quanto sei debole fisicamente, e a che cazzo ci fai seduto sul cesso a lavare viscere che vorresti gettare via. La puzza ti soddisfa ed è un piacere la cacca.
E questo è il disco; che perché è glam, perché è metal e metallo puro, perché è duro e maledettamente pastorale, perché è onirico e reale, perché sei tu così e stai male a non ammetterlo, mentre loro sanno e stanno bene col loro dolore. Come chi? I royal per dinci e bacco appunto.
Di cosa parla questo disco? Dico - dice dell’amore per la verità, perché esiste un dolore che esiste anche se i tg non ne parleranno mai, perché esiste un amore possibile anche se le istituzioni di qualunque tipo non ne parleranno mai, perché esistono realtà che vanno ben oltre l’immaginazione, perché esiste tutto ciò che ancora io non ho potuto vedere e sentire, ma che posso ancora, attraverso questo disco immenso e immondo, di vedere di sentire.
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