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Autore: ben crood
Colori diversi, fatti di lacrime

Abstract: I Velvet Underground in soccorso di un'umanità deviata.
Riferimento: Velvet Underground
Sembra che i Velvet Underground sappiano donare libertà. Luccicano ancora come stivali di pelle, violentando chitarre senza essere patinati come i loro figliastri più recenti. Tendono all'infinito senza paura o timori riverenziali, imponendo all'ascoltatore un flusso di coscienza che diventa lontano parente della serigrafia di Warhol.
Disturbano, i Velvet Underground, perché impegnano ogni senso dell'ascoltatore, e sono chiaramente disturbati, al di là del tempo, delle morti e dello scioglimento del gruppo. I Velvet mettono un'angoscia che è libera e tranquilla, si sveglia e si riaddormenta senza distruggerci del tutto; e così la voce di Reed, colma di una sorta di libera tranquillità impossibile. Libera, liberi: rendono l'idea di un ascolto libero, con una ripetizione difficilmente riproducibile di suoni. Tendono all'infinito: così tutto ciò che è venuto dopo, le cazzate di Reed, gli addii, le perdite, non appartengono alla loro musica, non la inquinano, appartengono ad un umanissimo wandering, che i Velvet stessi hanno cantato. Un wandering umanissimo, il più infimo, quello poco spirituale di cui si ciba bulimico l'underground metropolitano.
I Velvet Underground rifiutano i fiori, perché il profumo non arriva in città, nelle fogne, nelle case dei drogati; e la droga stessa non serve a creare, forse solo a fuggire, ma soprattutto esiste, e per questo va cantata. Semmai liberatrice, la droga libera solo qualcosa di peggiore, che probabilmente ha la forma di un barbuto e immenso mostro, e ha a che fare col nostro inconscio.
Liberano, i Velvet Underground; così si sono fusi con "Heroin", perchè sono sporchi, ambigui, umanissimi; esorcizzano il baratro, il fondo, semplicemente cantandolo. In attesa di un giorno migliore.
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