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Autore: ben crood
HEROIN, SI CHIUDERA' MAI IL CERCHIO?*

Abstract: Finalista Primo Concorso Writeup.it Parole sulla Musica, sezione Giornalismo
Lou Reed, Heroin (1967)
Riferimento: Lou Reed - Heroin
Oh… Heroin. Questa è l’ultima volta che mi farai del male. Io non ti sto simpatico e tu sai che, beh, ti amo e ti odio allo stesso tempo. E lasciamo stare Lou, lui non c’entra. Heroin è un esempio di come un’opera d’arte sfugga al suo autore, campi ben oltre i miseri anni e le misere dichiarazioni di chi l’ha composta.
Heroin. Io che non ho mai toccato un ago, che non mi drogo nemmeno con quelle leggere, che una volta ho donato il sangue e sono svenuto.
Ho conosciuto Heroin perché non sono riuscito a beccare Lou Reed a Otranto vicino casa mia. E ho voluto conoscere il personaggio, attraverso la sua musica, ed è finita piuttosto maluccio; nel senso che quel mix di musica bianca e nera mi ha fregato per un po’ il cervello, con le sue velleità letterarie. E tutto il resto, ovviamente.
Ricordo di aver scritto qualcosa su Heroin per la prima volta sulla mia fanzine. Dicevo che Heroin “parla di fuga, di ricerca di qualcosa di bello”. Vero. Quelle canzoni dell’album con la banana parlano di depressione, di ricerca, di crescita. Non sono scritte da adolescenti, e non sono nemmeno scritte per adolescenti.
Infatti c’è tutto il discorso filologico su Heroin. Ecco, Lou Reed dice di non essersi drogato ai tempi, però ammette di aver introdotto una tematica nuova nel rock. Nessuno parlava di droga così esplicitamente, dichiarando il proprio disagio verso tutto e verso tutti. Eppure Lou Reed parlava della New York degli anni ’50-’60, quando le droghe cominciarono ad entrare prepotentemente nella vita a stelle e strisce. Ma il dibattito filologico non mi riesce bene.
Scrissi che Heroin era una canzone che parlava di bellezza. Non mi importava dei fraintendimenti. Non volevo dire, “drogatevi che state meglio”; volevo dire che chiunque dovrebbe avere qualcosa come l’eroina per i giovani degli anni ’50. Cioè, la possibilità di chiudere gli occhi e mandare tutti a quel paese. Quei versi… “Non so proprio dove vado… se riuscirò a raggiungere il regno…annullare la mia vita…”… la commistione di vita e morte, ammettere che questa non è vita e che chiunque abbia il diritto di desiderare il meglio per se stesso.
Le mie ipotesi partivano evidentemente da un contraddittorio. Spalare la cacca per poter dire di esser liberi. Ma all’epoca non sapevo dove mi stava trascinando il perverso gioco di Heroin.
Forse si è capito… Ma sto facendo i conti con Heroin, lei mi deve qualcosa, e probabilmente in questo momento Heroin rappresenta la musica stessa…
Toccare il fondo per poi risalire. Nulla di nuovo per me, e sostanzialmente non un luogo unico nemmeno a livello di testi. Soprattutto letterari. Eppure mi ci sono incagliato per un anno almeno. E così a pensare che valesse la pena sfiorare la morte per conoscere la vita… e cose di questo genere. Condividere depressioni incipienti per poter rivedere la luce. Analizzare ogni singolo pezzetto di questa carne, e della carta che voleva tirar fuori le mie budella ogni volta che scrivevo per qualcuno o per qualcosa o di qualcosa o di qualcuno e poi sei pazzo sei pazzo e vorresti che tutti lo fossero, come le accelerazioni di Heroin, e poi rallentare e sentirsi morire ancora, e poi partire di nuovo e del resto chi è che non vorrebbe essere nato più di mille anni fa navigare per mari oscuri ed essere un pirata e poi tornare VIVI! a raccontarlo a voi poveri politici di questa città e di voi ragazzi e ragazze coi vostri schiamazzi non potete aiutarmi con le vostre parole dolci e ammetto che non so proprio nulla.
Ecco, dev’esser stato quell’ “ammetto che non so proprio nulla” a fregarmi. Una canzone può attrarti per tanti motivi, ma se il tuo idolo ammette che non capisce nulla di quello che gli accade, esattamente come te… E’ quello che cerchi, un sano spirito del tempo per il tuo disagio. E poi quel “via dalla grande città dove un uomo non può essere libero via dai mali di questa città da quelli come lui e da quelli attorno a lui”. La Grande Città divenne ben presto la dipendenza dalle cose e dalle persone, ed Heroin la bandiera delle mie battaglie per la libertà individuale da tutto ciò che di brutto annebbia il cervello. Dalle brutture del mondo, dalla guerra che non sapevo accettare, dalle ingiustizie e dalle volgarità della mia città che non sapevo capire. E dovevo affrontarlo l’inferno, per poterne fuggire. Senza sapere che inferno chiama inferno, nel piccolo cervello di un uomo, e senza aiuto di droghe.
Ho passato un brutto quarto d’ora, insomma, e l’ironia della storia ha voluto che coincidesse con quello warholiano della mia celebrità. Si realizzò quello che avevo predetto: divenni una sorta di celebrità in piccolo, un critico musicale, non più un uomo, ma un libro aperto su cose che non lo riguardavano, su disagi letti altrove (quando Heroin si incontrò col suo antesignano “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” di Pavese…), su mostruosità che celavano senza equilibrio alcuno la bellezza della vita, e che non lo rappresentavano più. Non ci si può impegnare così tanto a dispensare sermoni sulle brutture del mondo senza rischiare di dimenticarsi delle persone a cui si vuole bene. Senza dimenticarsi che vale la pena comunque di vivere senza dover conoscere l’abisso, della mente e del corpo.
Stupido io, Heroin. Perché per me questo rappresentavi, tu e tutta la musica che ho ideologizzato, riempito di valori così alti che non erano più umani. Ho dimenticato che la musica ci accompagna, e non ci sostituisce.
Ero conosciuto per quello che dispensavo e scrivevo, e non più per quello che provavo. Anche questo è un piccolo inferno. E me lo sono scelto io.
Dovevo prenderti per un avvertimento, Heroin, come “Il giovane Holden”, di cui sei il seguito, o il remake drogato. Dovevo riuscire a cogliere il tuo lato romantico, e bruciare il resto. Invece mi sono fatto prendere la mano, mi sono incagliato in cose che non avrebbero dovuto riguardarmi, e ci ho messo la passione del suicida, le conoscenze del ribelle perenne e la voglia di un rivoluzionario. E mi sono perso la vita.
Oh, ma non preoccuparti. Ora ho capito. Ora, non capita spesso che ci incontriamo. Non mi piaci nella versione live piena di assoli e chitarre invadenti che ho qui a casa. Per me sei sempre quella di due accordi, chitarre e batteria pulsante e minima, che acceleri e rallenti, e ti giuro, ti prometto, che tornerò a guardarti in maniera romantica. Senza più battaglie.
Niente più battaglie ingenerose verso me stesso e il genere umano… ne va di mezzo la mia salute. E non si può passare una vita ad angosciare le persone con disagi che non si provano, quei disagi mutuati da altre fonti che non appartengono al nostro corpo, in una specie di bovarismo-al-massacro…
Ma non c’è un lieto fine. Il problema è che non c’è una fine, non riesco a terminare questo come un regolamento dei conti fra me e te, Heroin. Il cerchio non si può chiudere, forse. Non posso dire che è finita, che le pulsazioni che ho imparato dopo averti conosciuta siano cessate. Ma devo riappacificarmi con te e con me, questo sì. Decisamente.
Non voglio più fare guerre. Non più lamenti o cantici delle sofferenze, non più opposizioni sterili. Forse è l’età che mi spinge all’equilibrio, ma sempre giovane sono, e non mi va d’esser giovane, bello ma morto. Giovane ma morto, giovane ma morto, giovane ma morto, questa deve diventare un opposizione, non può essere più vero che i martiri devono essere giovani e belli? Dobbiamo proporre eroi, e non antieroi. Non è più quello che desidero per me, non è quello che posso augurare a nessuno. Non è il messaggio di cui sarò portavoce. Forse non ho messaggi.
Perché se c’è una cosa che mi è rimasta, qui, in fondo allo stomaco, è sempre quell’ “ammetto che non so proprio nulla”. Io non so ancora proprio nulla, della vita, dell’amore, del bello e del brutto. Nonostante le mie pose da critico degli ultimi anni. Nonostante io abbia conosciuto tante cose, anche grazie a te, Heroin, negli ultimi anni. Ma queste non valgono abbastanza per non conoscerne altre.
Oggi devo scegliere. Scegliere per me, almeno per me, anche se “non so proprio nulla”, so cosa non voglio per me. Almeno questo mi hai insegnato, e di questo, in fondo, ti sarò grato.
Scegliere la vita, nonostante la morte, scegliere la vita nella morte, scegliere per una piccola parte, perché forse solo quella ci è data conoscere…
Oh, forse avrei voluto semplicemente scrivere un’ultima strofa per te, Heroin… forse solo quello volevo…
* “si chiuderà mai il cerchio?” è un omaggio alle polemiche futuriste su “L’Acerba”, un omaggio a una cultura intellettuale che non ho mai conosciuto ma che mi affascina e che, vi giuro, in qualche modo è collegata a tutto ciò che ho scritto in questi anni su Heroin.
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