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Autore: Alfredo

La musica non si lascia catturare
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Abstract: Negli anni settanta, a un concerto dei Jethro Tull, scopro la differenza tra l’ascolto di un disco e la musica dal vivo

Riferimento: Jehtro Tull


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Il primo concerto non si scorda mai, come l’amore. Erano i primi anni settanta. Da poco si trovava nei negozi l’ellepi dei Jethro Tull, Thick as a brick. Opera controversa, che aveva suscitato grandi adesioni ma anche palesi stroncature. Non sembrava esserci una via intermedia tra giudizi così contrastanti, e il dibattito critico era davvero molto acceso, anche tra i fans del gruppo. Ricordo che il primo ascolto non mi aveva fatto saltare dalla sedia, anzi. Mi pareva ci fosse molta qualità in alcuni singoli episodi del disco, ma una certa piattezza generale. Forse si trattava di un lavoro con poca personalità, trattandosi di un album concept, e dunque costretto nei limiti di un’idea o di una storia generale, che a mio parere finisce per limitare sensibilmente la creatività musicale dell’artista. Fatto sta che i Jethro Tull erano attesi a Roma per il tour promozionale dell’album. Occasione ghiotta, soprattutto per me che ancora giovanissimo non avevo mai assistito a un concerto e vivevo di resoconti giornalistici o di enfatici racconti degli amici che avevano invece avuto già la fortuna di vedere qualche band dal vivo. Decisi allora che era giunto il momento di andare. Non che i Jethro mi attirassero molto, ma l’evento era quello e, se davvero volevo finalmente vedere un gruppo sul palco, l’occasione andava colta al volo. Claudio mi disse che potevamo andare assieme ad altri nostri amici, che avrebbero acquistato i biglietti in prevendita. Pagammo la nostra quota e iniziammo il conto alla rovescia. Il tempo che ci separava dall’evento fu occupato, ovviamente, da ragionamenti e dibattiti sulla musica dei Jethro, sulla situazione del rock in Italia e nel mondo, e persino da argomenti più terra terra come: chissà a che ora passa l’autobus notturno che dovrà riportarci a casa. Nel mezzo raccontavamo anche storie altamente improbabili, vere e proprie leggende, che tuttavia si autoalimentavamo sospinte dal desiderio di ognuno di raccontarla più grossa degli altri. C’era persino chi diceva che Ian Anderson suonava il flauto facendolo ruotare attorno alla testa, nascondendo questo virtuosismo con i folti capelli, di modo che nessun altro flautista potesse tecnicamente imitarlo (!). Insomma, se la data non fosse arrivata rapidamente, le panzane prodotte dall’adrenalina sarebbero cresciute in modo tale da “toccare” in modo pericoloso il nostro senso della realtà. E invece il momento arrivò.





Fino ad allora non immaginavo nemmeno lontanamente cosa potesse significare un concerto rock. Sì, le riviste ne davano notizia, gli amici raccontavano le loro esperienze ed io provavo ad amplificare le sensazioni prodotte dal semplice ascolto del disco, per ricreare in casa un'atmosfera anche sommessamente live. Pur tuttavia, si trattava di eventi la cui portata mi era di certo ignota, e per questo mi avvicinai al Palasport con grande emozione e molta attesa in corpo. Quando mi affacciai dagli spalti mi parve di essermi recato a una manifestazione sportiva. L’atmosfera non era molto diversa e ne rimasi un po' deluso. Folla vociante e distratta, una certa confusione, fumo denso nell’aria, luci accese e palco ancora vuoto e anonimo. Gli spalti erano pieni e, per questa ragione, decidemmo di scendere nel parterre, dove si stava in piedi ma qua e là vedevamo ancora degli spazi vuoti. Visto dal basso il palco sembrava sovrastarci e, pur privo dell’azione suggestiva dell’impianto luci, l’impressione era già migliore, mentre l’adrenalina cominciava davvero a crescere.





Il tempo intanto passava pigramente e qualche fischio si alzava a segnalare l'impazienza di alcuni. Poi d’improvviso le luci generali si spensero per qualche secondo e sul palco si sentì un certo tramestìo accompagnato subito da un “ooohhh” di sollievo e da un applauso generale di consenso. I corpi attorno si distesero per vedere meglio le sagome dei musicisti ancora poco delineate, qualcuno si abbracciava emozionato. Ci fu ancora buio per qualche interminabile istante, poi un fascio di luce, come fosse una lama affilata, puntò in una direzione del palco alla ricerca di qualcuno in particolare. Riconoscemmo solo allora la capigliatura folta e rossastra e l’originale abito ottocentesco di Ian Anderson. L’emozione fu intensa. Appena tempo di goderne che lo stesso attaccò con la chitarra proprio l’apertura di Thick as a brick nell’ossequioso silenzio generale. Il suono appariva soffice, delicato, il tono di voce quello di un cantastorie. I l cuore iniziò a sobbalzare. Tutto molto bello, pensai. La melodia si impossessò della platea, il canto si mosse libero nell’aria. Dimenticai persino la pessima acustica del Palasport, anche perché il suono mi coglieva frontalmente, prima che si trasformasse in un’eco. Così fu per alcuni attimi poetici e di totale abbandono.





Dopo di che accadde la cosa che davvero simboleggia l’esperienza quel mio primo concerto. Non l’atmosfera carica, né il canto di Anderson, né la folla di giovani, né l’adrenalina che circolava in assoluta libertà. Niente di tutto ciò. Mi spiego meglio. Non so se avete presente Thick as a brick. Si compone di un unico, ininterrotto brano. Dopo l’apertura acustica, la stessa che aveva inaugurato il concerto, l’intensità ritmica e il volume sonoro salgono di molto. Ascoltando il disco non ci si fa molto caso. E invece dal vivo il passaggio risulta forte, deciso, preponderante, quasi uno pugno allo stomaco. Così lo percepii al concerto. Ricordo ancora molto bene, come se fosse vibrato oggi, il colpo forte, all’unisono, che segnava il brusco passaggio dalla intro melodiosa al complesso ritmico successivo. Percepii la botta sul petto come una vera mazzata, dopo la quale i suoni mi sommersero, senza quasi più la possibilità di fiatare. In quell’istante capii davvero la differenza tra un disco ascoltato in poltrona e l’onda emotivo-sonora che invece ti coinvolge fisicamente dal vivo, si scontra con te, ti sormonta non solo nell’animo e precipita sin dentro le più sottili fibre nervose e muscolari. In quell’istante, nell’attimo in cui subii la “botta” sul petto, si impresse in me un ricordo indelebile, e vidi tracciata la vera linea di demarcazione tra la musica compressa in un supporto di vinile, azzittita, ridotta nei limiti di sicurezza, e quella valanga di note libere finalmente di agire, organizzarsi, colpirci quasi a freddo. Più che “vibrazioni” provai una sorta di ebbrezza e di euforia, cresciuta pian piano a partire dal colpo iniziale, e così mi sembrava che fosse anche per gli altri.





Certo, l’efficacia di questo passaggio dal canto acustico al suono prorompente fu reso possibile anche dalle caratteristiche di certa musica degli anni settanta. Il rock progressivo viveva di questi “transiti”, di questi cambi di ritmo e intensità e di questo continuo gioco a rincorrersi fra istanti e brani musicali così diversi tra loro. Ai concerti si assisteva in silenzio, anche nel tentativo di cogliere le più tenui sfumature sonore. In certi casi, la disposizione all’ascolto era davvero massima, persino più forte del desiderio di coinvolgimento fisico. Per questo il passaggio da un frammento all’altro era più evidente e anche più efficace verso gli spettatori. Ricordo un concerto dei King Crimson nel quale non si sentiva davvero volare una mosca, e la comunione di “anime” pareva impressionante. In quel silenzio carico di pathos era possibile percepire anche il più sofisticato gioco percussivo di Bruford e Muir, o la più virtuosa “svisata” di Fripp. Fu la volta in cui tentai di registrare il concerto, utilizzando un piccolo Sanyo. Rimasi per due ore col braccio teso alla ricerca dei suoni, nella speranza di catturarne il più possibile. Il risultato fu indecente: soltanto un caos di sonorità confuse, una magma, quasi un rumore di fondo senza alcuna determinazione. Certo, la tecnologia non mi sorreggeva e l’acustica del Palasport diede la mazzata finale al mio ambizioso progetto di registrazione. Ma fu allora che capii in termini del tutto nuovi che la musica non si lascia affatto catturare, soprattutto se la lasci libera di andare, di muoversi in un ambiente carico come quello di un concerto. Se avessi avuto un registratore professionale forse avrei riprodotto l’esibizione con buona qualità tecnica, ma sarebbe comunque rimasto fuori il senso e l’essenza del concerto stesso, ossia ciò che differenzia davvero un vinile dal palco, la musica compressa da quella libera di prorompere. Sarebbe rimasto fuori l’impatto di quel colpo che la musica dal vivo a un certo punto ci vibra, e che in poltrona è come se fosse mediato, addolcito, trattenuto entro certi limiti di saturazione. E che non dipende dai volumi alti o bassi, ma dall’essenza stessa della musica live e dalla particolare (per gli spettatori, ma anche per i musicisti) esperienza che si fa in un concerto. La musica non si lascia catturare, il live resta live, si muove nell’aria, ci sormonta, ci accende e poi scompare per sempre così come era apparso di colpo, inaspettato, come un istante diverso e sorprendente nella catena temporale fatta, invece, di attimi tutti eguali. Non c’è un bis. Non c’è mai una seconda volta. La musica vola via.
 









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