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Autore: occhio

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Abstract: John, Marvine...ma poi alla fine amore, fino a che...

Riferimento: John lennon + Marvin Gaye


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Ad un persona cui si vuole bene si perdona tutto, o quasi.  Ancora più semplicemente: sopportiamo di più, tolleriamo comportamenti che da altri appartenenti al genere umano non avremmo mai accettato.
Non so spiegare esattamente perché accada. Probabilmente per necessità.
Ora, io non voglio sminuire questi sentimenti positivi che nascono e crescono fra umani, rendendoli sottoponibili a strane leggi di profitto; però non intendo esagerare ogni possibile loro sfaccettatura, perché essi sono così svariati e difficilmente catalogabili che non è “giusto” parlare solo di quelli disperati, esasperati, felicissimi, superlativi in qualcosa. Nel mare ci sono tanti pesci. Non tutti sono enormi o commestibili, non tutti si conoscono, eppure  tutti esistono anche senza immaginarli.
C’è quella persona che mi fa sentire importante.
C’è quell’altra che mi fa ridere.
Quell’altra mi ascolta.
Quello lì è mio padre, quella mia madre, poi c’è mia sorella, e in fondo alla foto mia zia.
Poi c’è l’amico idiota della prima sbronza.  Poi quello che tiene per la tua stessa squadra, con cui hai fatto sfilate, per molti ridicole, sei andato allo stadio, hai esagerato in un locale nell’esultare ad un goal decisivo.
Dove la mettiamo la ragazza indiana, la ragazza con la sottana, la ragazza senza?
Quella del primo bacio? Quella che vorresti la tua faccia in mezzo alle sue gambe? Quella con due tette enormi? Quella non bella ma “ca mi face sangu”?
E insomma si creano sentimenti necessari, senza che lo siano in maniera impetuosa sempre, ma sempre discretamente presenti nella vita di ognuno.
E ci si perdona un bel po’ di cose. Frasi non dette, parole scucite, bocche morsicate, passagi a vuoto, lunghi o corti.
Chiaramente la misura del perdono dipende dalla misura della necessità, e quest’ultima dalla contigenza, che alcune volte si diverte a strappare i rapporti, delle altre a lacerarli pian piano. Solitamente è questa la sua soluzione preferita, perché la vita scorre! E’ banale dirlo, tuttavia col tempo ognuno cambia giudizio sulle cose e sulle persone. Alcune diventano necessarie, altre meno, altre si comincia ad ignorarle. Vai a capirici qualcosa. Quando ci si è dentro è impossibile, magari dopo, a bocce ferme mi pare si dica in questi casi.
Penso che ciò succeda pure agli artisti, anche se non mi piace chiamarli così. Diffido sempre di coloro che così si definiscono, perché idioti, e soprattutto di chi se definito in questo modo non si incazza, presuntuosi. I più ridicoli sono quelli che accettano di essere chiamati maestri, ma de che oh! Va bene, lascio stare; rischio di non venirne fuori, allora dicevo…
L’ “artista” è un uomo, come tutti. Ci avrà le sue debolezze, i suoi punti di forza, le sue incazzature, giornate no, magari farà anche la spesa al supermarket e gli darà fastidio l’euro, si interesserà di politica, avrà una fede o ci sputerà sopra alle religioni.
Non ho mai creduto alla classica immagine dell’artista eremita, sarà perché credo che l’eremita sia inutile, e l’artista se artista no! Perché è utile, anzi necessario! Ci risiamo!
Sì, eccomi qua, ancora con sta benedetta necessità.
L’artista è necessario a viverci, poiché ci rende sopportabili. Ci sono cose che non diremmo mai, perché scomode, indigeste, o troppo belle. Ci sono cose che non diremmo così efficacemente come loro, fino a dire “ uh, sì, fantastico anche io, anche a me…”
Dove sta in fondo la grandezza di uno che viene chiamato artista se non nel capire qualcosa che diventerà universale? Il particolare si trascende, il normale trasuda emozioni. Noi magari non ci avremmo cavato nemmeno un goccio di grappa!
Siccome ognuno può dire ciò che vuole e nel modo che più gli aggrada, è forse ovvio che per questo qualcuno ci piaccia di più, qualcuno meno. Capita con le persone che frequentiamo, e con gli “artisti” che conosciamo o crediamo conoscere.
Non è insolito affermare che le prime sono quelle a cui vogliamo bene perché in quel dato momento della nostra vita ci sono necessarie. E perdoniamo tutto o quasi ad esse, sempre per lo stesso motivo. Ci risiamo un’altra volta!
Mi sembra di poter tirare le stesse conclusioni anche per i secondi.
Partendo da simili considerazioni, non giudico male un artista perché il suo privato non coincide con la sua immagine pubblica. Diciamo che non me ne può fregà de meno, se mi piace, se mi è necessario, se mi fa capire. Troverò io, per amore, la giustificazione a tutto: “ha tanto sofferto”, “è stato frainteso”, “è stato esasperato”. Lo scuserò, mi ci scuserò io, lo difenderò, salvo affossarlo appena capisco che ormai non abbiamo più niente da dirci, non mi serve più, è passato, sacrosanto passato, ma passato.



Sapete quanti artisti ho salvato nelle discussioni da bar, nelle schitarrate con i miei amici? Un’infinità. E perché? Li sentivo parte di me, oppure erano l’altra parte di me, quella che non avevo, quella che non ero mai.
Sapete quanti artisti ho mollato? E perché? Non ero più là, dove mi ero lasciato.
Mi ero scordato di loro.
Credo che capiti così con tutto, con le persone, le idee, le storie.
Non esiste la delusione, fino a che c’è amore; e  quando non c’è più, non c’è niente per cui valga la pena spendersi.
D’altronde John ci aveva la sua scimmia e parlava di pace, si incazzava e parlava di pace. Dove è l’errore? Non lo vedo. Io dico che ci credeva, come tutti quelli che amano un po’ di più, che vogliono spostare il mondo con le idee, anche se la loro vita è un macello. Si gettano sul mondo al costo di schiantarsi. Perché giudicarli? Infatti non li giudico.
La storia della musica è costellata da vita buttate via che hanno lasciato messaggi di speranza e tolleranza.
Prendete Marvin Gaye. Cantava “Jesus is my friend”. Accompagnava il suo album più famoso, “What’s going on?”, con l’invito a rispettare i dieci comandamenti, invece lui ci aveva la sua bella scimmia, una vita travagliata e a casa credo che non se la passasse bene, se la parola fine sulla sua vita giunse da una fucilata del padre in pieno petto.
Eppure credo che Marvine abbia dato un esempio di forza, di vita, di lotta, d’amore. Questo donarsi senza remore, anche a costo di sembrare ridicolo, ipocrita, finisce per risultare vero, al di là dei soliti moralisti che stanno da qualunque parte, in abiti di qualsiasi foggia, e con in mano  breviari o baionette.
Se io amo un artista me ne fotto dei retaggi da parrocchia, perché lo amo.
Ci sono quelli che non ascoltano De Gregori perché di sinistra, oppure Battisti perché sospettato di essere di destra, nonostante si sentano attratti. Ma come si fa ad essere così idioti? Arrivare a ribaltare tutto, giudicando l’arte partendo dal privato è spregevole e riduce tutto al ridicolo, alla costrizione, proprio quando l’arte dovrebbe essere libertà, anche a costo  di avere una visione diversa, folle, controversa, audace, e poi chi più ne ha più ne metta.
Ma forse tutto questo accade perché noi amando l’artista lo eleggiamo a supereroe senza macchia. Non ammettiamo errori, fraintendimenti, equivoci di sorta. Lui è come noi, anzi meglio, ci diciamo. Sì, è come noi, ma peggio: ha deciso di sporcarsi le mani con la vita, di buttarcisi dentro. 
Dal basso lui distilla storie e ancora vita, mentre noi non ci accorgiamo di nulla, ci affoghiamo soltanto.





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