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Autore: ben crood
Iggy Pop, il reggae, i colombiani...

Abstract: Iggy Pop, il reggae, i colombiani, un bad brain storming, le feste, che poi ci vado e mi diverto, per fortuna, sì, proprio come tutti, proprio come negli anni '80, e in fin dei conti non sapevo come intitolarlo, forse era meglio Esperimento: descrizione d'un ascolto NON gradito. Imposto. Non richiesto. E ciò che ne consegue.
Riferimento: Iggy Pop, reggae
La parete che separa la mia stanza da quella dei miei due coinquilini dev’essere davvero sottile.
In effetti, quando uno dei due mette su qualche disco, mi ritrovo Jimi Hendrix o Lou Reed a suonare nella mia stanza, live, proprio per me. Il mio sogno.
Al momento mi trovo a studiare la posizione degli accenti nella lingua inglese, e la struttura sintattica e sintagmi e frasi, e anche frasi del genere:
"un uomo che viene bollito vivo in una pentola a fuoco lento non è nella posizione di finanziare una rivoluzione comunista"
Sto preparando un esame di Linguistica. Ma capirete, è davvero difficile con queste pareti. Ora sta suonando Iggy Pop in versione solista. Studiare è evidentemente impossibile. Come mangiare un piatto di spaghetti alle 18.
La cosa migliore che posso cavare da questa giornata è scrivere qualcosa. Invertendo la teoria mollichiana del "parlo solo di ciò che mi piace", che ho sempre fatto un po’ mia, parlerò della merda di musica che quell’idiota di Iggy Pop sta suonando in camera mia.
Avrei potuto ammaliare il pubblico con le volte in cui ho toccato lo zenit ascoltando, a letto e al buio, gli Spacemen 3 o i Pearl Jam o i Radiohead o, la mattina prima di un esame, Tchaikosky o Beethoven. Invece no.
I miei due coinquilini sono dei tipi anni ’70. Blues e rock vetero-maschilisti e quasi-fascisti a palla, nonostante votino Rifondazione o qualcosa del genere. Certe volte la differenza tra due persone sta in ciò che si ritiene sia stato Woodstock: per alcuni è il punto più alto toccato dall’uomo, la vetta della libertà e della democrazia, per altri è il punto di non-ritorno in cui fascismo e anarchia si sono mischiati fino a dar vita alla confusione dei nostri giorni.
Inutile stare a dire chi pensa cosa in questa situazione. In questo momento entra Nico, uno dei due roadie, e mi offre della pasta col tonno. Alle 18,30.
Nico ha un nome importante, in ambito rock. E allo stesso tempo lo butta nel cesso. E poi ha questi capelli da colombiano, lunghi e ricci sulla nuca. È che li ha troppo ricci. Non sa come crescerli, ma deve: la deontologia del rocker universitario lo impone. Potrebbe fare tutto più semplice, darsi al punk e farsi qualche dread. Ma lo farà, lo farà.
Si comincia con "Lust for life", inno generazionale di un’altra generazione, poi "I wanna be your dog", inno sessuale di un’altra sessualità, e mi immagino il colombiano che balla questi pezzi con gloriosa gioia ribelle mentre apre le scatolette del tonno, e le palle mi girano, che ancora mi girano. È dura studiare il rapporto tra trascrizione fonetica e trascrizione fonemica in questo casino. Tutta quella vita che esce dallo stereo accanto, come puoi stare a studiare questa roba improbabile? Mio dio, di là c’è la rivoluzione in persona ai fornelli, e tu stai qui a romperti le palle con Noam Chomsky, linguista rivoluzionario di un’altra rivoluzione?
Poi c’è la sfilza di successi con gli Stooges, e poi quelli solitsti, ecco "The passenger", bella raccolta, davvero Nico. Siamo tutti dei passeggeri, in fin dei conti. Corriamo, corriamo, attraverso la città di notte, e il cielo e le stelle le stelle. Tutto luccicante. E poi il rumore delle chitarre, ferraglia che s’ammazza e il treno deraglia. Una festa di virilità e ribellione implacabile, una celebrazione di vita e piaceri ancora intatti, che sono lì, a un passo, e possiamo prenderli, diamine, siamo nel ’69, riprendiamoci la nostra vita!
Io al massimo mi prendo un morfema base. Iggy, qui alle mie spalle, mi urla che ha voglia di fottermi. Ma sto cercando di esser serio, e questo pagliaccio alle mie spalle, come si dice dalle mie parti, non ne ha prese abbastanza da piccolo, evidentemente.
Ma questi Stooges sono diabolici. Un crogiolo di libertà vomitata e scoreggiata con regolarità dantesca, ed ecco che la mia casa diventa una Woodstock domestica, in una celebrazione autentica di tonno, maionese, maccheroni, hascisc e birra.
Ho mollato da un po’ Chomsky, quando si passa ai pezzi anni ’80 di Iggy.
Siete malati.
Questa roba è santa solo perché cacata da Iggy. Cacca, ma pur sempre di Iggy. Del resto anche le altre canzoni erano cacca retorica, ma pur sempre di Detroit, mica di San Marzano di San Giuseppe.
C’è Iggy che imita Bowie che imita Reed che imita se stesso, ed è un delirio di edonismo stanco già prima di cominciare. Una batteria elettronica che ti fa rimpiangere (un rimpianto ante-litteram, s’intende) i Depeche Mode, che evidentemente hanno più stile di:
-Lou Reed;
-David Bowie;
-Iggy Pop;
-Ron Asheton in mise nazi e non;
-Scott Asheton;
-Brian Eno;
-Moby;
-gli Who;
-I Rolling Stones (e per fortuna, oggi me li hanno risparmiati);
-Chuck Berry in versione banchiere di Dio;
-Chuck Barris in versione Corrado
messi insieme.
E Iggy Pop che grida una serie di idiozie che nemmeno un incrocio tra Giuliano Ferrara e Giovanni Lindo Ferretti. E Iggy che probabilmente pensa di avere una gran bella voce. È proprio vero, non si può fare il bello attraverso il brutto. Oppure, se è vero, bisogna inventare una macchina del tempo per tornare indietro da Michelangelo o da Caravaggio e rivelargli l’amara verità: vediamo se non si suicidano.
C’è aria di rivoluzione, in questi giorni. Berlusconi viene sputtanato in tv ogni due minuti, le primarie del centro-sinistra vanno alla grande, i no-global assediano Cofferati e gli studenti assediano i giornalisti di SKY. E la polizia, che vuol sempre partecipare, assedia a sua volta gli studenti.
A Lecce, denunciano i miei due coinquilini, non succede nulla invece. Evidentemente il sindaco non è abbastanza fascista o nemmeno un po’ di centro-sinistra, che, ho sentito, è più o meno la stessa cosa. Avremmo bisogno anche noi di qualcosa da fare. Qualcosa cui applicare gli insegnamenti che padre Iggy, mamma Lou e zio David ci hanno trasmesso. Più semplicemente, avremmo bisogno di qualcosa da spaccare.
Dai, ci si spacca stasera col reggae alla festa delle matricole.
Proprio su questo pensiero parte "Nightclubbing", in cui Iggy e Bowie danno prova, se non di essere dei geni della musica contemporanea, almeno di essere dei preveggenti. Canzone oscura dal sapore amaro, con l’incedere mortuario del piano e dei versi "Camminiamo come degli zombie", prefigura l’abisso degli anni ’80, la chiusura nelle discoteche e tutto il resto, il camminare drogati, l’edonismo e, torno a dire, tutto il resto. Che quantomeno è il contrario di quanto alcuni, leggi sopra, pensano sia stato Woodstock.
Dai, ci si spacca stasera col reggae alla festa delle matricole.
Da queste parti va il reggae. Brixton negli anni dei Clash, solo che i neri e i bianchi si amano per interessi stupefacenti che collimano. Così una festa in discoteca e per le matricole e reggae e ska. Intanto il colombiano ha spento lo stereo – sicché il mio pezzo dovrebbe terminare qui – e ha acceso la tv. Ovvero, mi accorgo che viviamo ancora negli anni ’80, che camminiamo come degli zombie e…
"MIO DIO! ALMENO NEGLI ANNI ’90 CI INNAMORAVAMO DI AMBRA! DELLE GESTA SENTIMENTALI CHE CI NARRAVA MARTA FLAVI! CI SUICIDAVAMO COME KURT COBAIN! MIO DIO! OGGI CI INNAMORIAMO DI LORY DEL SANTO! LE GESTA SONO QUELLE DI ALBANO! E DELLA SIGNORA CORIANDOLI! FUKUYAMA IMPLORO IL TUO PERDONO, LA STORIA E’ FINITA E NON ME N’ERO ACCORTO! VOGLIO ESSERE DIVERSO, PROPRIO COME TUTTI VOI!" e non si esce vivi dagli anni ’80, porco Manuel Agnelli.
Dicevo, il reggae. "Dai, tu non vieni?"
"A me non piace il reggae, stupido colombiano…"
"Neanche a noi. E un po’ di pasta col tonno la vuoi?"
"Sono le 18.55. So che non vi piace il reggae, infatti mi avete propinato due ore di Iggy Pop in salsa ’70 e persino ’80, so che ci andate per cuccare. Allora:
La mia ragazza non vuole. Probabilmente, neanche mia madre (ma devo ancora chiederglielo) acconsentirebbe a mandarmi a una festa reggae per ubriacarmi e urlare nelle orecchie di una matricola che è carina. una volta conquistato il cuore della mia bella matricola e aver così tradito le persone citate ai punti 1. e 2., dovrei, per onestà intellettuale, rivelarle alcune cose. Tipo, che il reggae è spesso quasi razzista, e lo stesso dicasi per lo ska; tipo, che penso che il 95% dei gruppi reggae e ska italiani facciano davvero venire il vomito; che non sono una persona che ascolta reggae, cioè che è attitudinalmente diversa, che sì, posso ballare coseinlevare, ma in linea di massima ballo solo se c’è Celentano, sennò posso pure deprimermi e al massimo per conquistare una ragazza preferisco i Buena Vista Social Club e, dopo aver fatto capire , in pratica, a una matricola che la vita è una merda, comincerei (visto che mi sono perso) a urlare: MIO DIO! ALMENO NEGLI ANNI ’90 CI INNAMORAVAMO DI AMBRA! DELLE GESTA SENTIMENTALI CHE CI NARRAVA MARTA FLAVI! CI SUICIDAVAMO COME KURT COBAIN! MIO DIO! OGGI CI INNAMORIAMO DI LORY DEL SANTO! LE GESTE SONO QUELLE DI ALBANO! E DELLA SIGNORA CORIANDOLI! FUKUYAMA IMPLORO IL TUO PERDONO, LA STORIA E’ FINITA E NON ME N’ERO ACCORTO! VOGLIO ESSERE DIVERSO, PROPRIO COME TUTTI VOI!
E comincerei a fuggire con le mani tra i capelli. Quindi stasera guarderò Celentano, e concluderò che la vita non è una merda. Ma questo, alle matricole, non diteglielo"
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