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Autore: b.e.a.

Maggio
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Abstract: Parole/musica. Mi bemolle.

Riferimento: Musica


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Ho perso le parole in maggio. Nel maggio del 1997. C’era odore di refettorio, a pensarci adesso. Un odore rancido e teso, come una nebbia gialla; odore di pastelli, di inchiostro, di legno.





E di refettorio, appunto.





Non credo ci sia dolore più grande di quel dolore. Di quel dolore mio, in quel maggio. Ho perso le parole, nel ‘97. E non piango e non mi innamoro più. A tredici anni e otto mesi ero speciale, nonostante tutto. Avevo già conosciuto un grande male, ma ero ancora distratta da qualche sogno, da qualche amore, per ricordarmene con coscienza, per soffrirne debitamente. Mi smarrivo nelle cose. Seguivo un pensiero, lo scioglievo come un nodo e lo allungavo e tiravo e strappavo, finché non sentivo che in quel lavorare, in quell’ affannarmi, c’ero io; finché non sentivo che, alla fine -alla fine di tutto- sapevo respirare e camminare. Proprio “io”. “Sono qui” mi dicevo. “Vivo”. Ma non era un “Vivo” brancolante e piatto, era un “Vivo” rotondo e ruggente, impellente, ruvido. Incontenibile... Un “vivo” folgorante e quasi -credo- quasi felice. All’epoca, amavo un verso di una canzone, un verso che parlava di squame, “squame rosse di bestemmie e vino negro”… Mi piaceva, per partito preso. E lo recitavo ovunque, assieme agli altri versi, assieme all’intera canzone, marcando, con la voce, “ROSSE di BESTEMMIE” e grattando, rabbiosamente, con la gola, su “vino negro”. Trovavo che quel verso avesse la giusta “erre” per eleggersi a simbolo del mio ruggire di volontà e aspirazioni, poi “bestemmie” era -ed è- una parola bellissima, per me. Perché è morbida e dura, ad un tempo. Molleggiante e severa. Come quando ci si mette d’impegno ad amare, come quando ci si mette ad amare fermamente. Io ce l’avevo. L’amore. Per le cose. Ero languidamente -ed ingenuamente- una “piccola bestemmia”.





Per essere speciali, basta saper entrare nelle cose. Farsi sedia, polsi, aeroplano. Farsi rabbia o farsi ispirazione. Avere volontà. Avere possibilità. Non avere paura. Correre. Abbracciare. Avere parole.





A quattordici anni e quattro mesi, ho chiuso gli occhi.





Io ho perso le parole. Posso parlare, per secoli e forte. Ma, in realtà, mi sono lasciata, da qualche parte, in silenzio, come in un sonno irriducibile. E mi aspetto ancora. Ma non con impazienza, perché capita, ogni tanto, che io mi intraveda e che ne rimanga stupita. Come se mi fossi dimenticata di me e qualcuno me lo avesse fatto notare.





La musica mi stana. Una parola. Un mi bemolle. La lettera “e”. Riduce la distanza tra me e Maggio.





L’arte è cacciatrice d’anime. Ognuno di noi ha un qualche Maggio da dove osservarsi vivere, con distacco non cercato. Il proprio maggio incatenante. Ognuno di noi si è un po’ smarrito, si è lasciato indietro.





Sorprendersi della bellezza è ritrovarsi. È abbracciarsi. O almeno “credo”. Dal mio niente.





Mi sono abbracciata sulle note di un pianista, su di un “crescendo”, una volta che non “cresceva”, in me, un moto di tristezza. Che non “cresceva”, non raggiungeva l’apice e il frantumarsi e il disperdersi, l’abbandonarmi.





Mi sono abbracciata su di un “Padre Eterno da così lontano” che guarda questo inferno e benedice, perché ho creduto, qualche volta, in passato, ed ero lì, quando non ho creduto più.





Mi sono sorrisa al vibrare di una nota, che tendeva due antenne acute verso le mie braccia. Ho aperto le braccia.





Mi sono incontrata su parole ben accordate, che non erano “speranza” ma ne avevano un colore, un accento, quando desideravo con le unghie e volevo–diotiprego-volevo fortemente.





L’arte parla per noi che non abbiamo parole. Persuade ad incontrarsi.





Credo che la musica accompagni le anime tristi.





La mia canzone ha parole e musica e un odore che mi chiamano. Riemergo. È respirare ancora, per un attimo. Ancora una volta. Avere un cuore. Il cuore mi bestemmia. Mi bestemmia ancora di “vino negro”. Per un istante.





Mi basta un “accappatoio azzurro”, un mi bemolle… “Ecco dov’ero!” mi dico. E mi sorrido. Sorrido all’idea di essere ancora viva, nonostante tutto. Nonostante maggio.





Beatrice Zerbini



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