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Autore: Alfredo
La musica è canto

Abstract: In "Islands" dei King Crimson il rapporto tra musica e parola si risolve nel canto.
Riferimento: King Crimson
Ho acquistato Islands dei King Crimson poco più che adolescente. Spesi 2.800 lire a via Palestro. Racimolavo i soldi risparmiando sui biglietti dell’autobus. Facevo a piedi la strada di ritorno da scuola pur di mettere in tasca 50 o 100 lire, che si tramutavano pian piano in un 33 giri. Potete dunque immaginare con quale attenzione e quale consapevolezza mi accingessi ogni volta a scegliere l’ellepì da comperare. Scelta meditata e tormentata che non potevo assolutamente fallire. Va detto che in caso di fallimento c’era sempre Porta Portese per scambiare dischi, acquistarne di usati, integrare la mia discoteca con new entry impossibili da acquistare in discoteca a prezzo pieno. Ovviamente, ci si accontentava di dischi un po’ graffiati, già passati di mano in mano, ma sempre meglio che niente.
Avevo ascoltato di Islands il brano omonimo in radio. Fu un ascolto in onde medie, dunque molto confuso. Come ho già avuto modo di raccontare, l’a solo finale di Marc Charig mi impressionò particolarmente. Fu la molla che mi indusse a comprare l’ellepì. Ancor oggi, dopo tanti, forse troppi anni, questo vecchio disco di Fripp è un segmento essenziale della mia mitologia musicale, un’opera dalla quale non posso prescindere assolutamente ogni qualvolta mi accingo a narrare cosa sia la musica per me e cosa è stata per la mia vita. Islands fu per me davvero un momento altissimo di pedagogia musicale, per questo ne parlo senza stancarmi. Compresi da allora, in modo sempre più chiaro, come si possano creare grandi atmosfere sonore, come la musica possa davvero dialogare direttamente con i sentimenti, l’animo, il corpo soprattutto, e come la “grana” della musica e il suono in se stesso siano i principali portatori di questo moto affettivo, non l’astratta o pura musicalità. Compresi come la musica tocchi le corde emotive, stimoli l’immaginazione e, insieme, abbia un corpo sonoro capace di comunicare al nostro stesso corpo. Capii come l’animo resti stupefatto dall’arte solo perché l’arte è prima di tutto massa, gravità, sensualità e poi forma, poi leggerezza, e solo per questo si presenta come una vera e propria modificazione dell’animo.
Quando misi Islands sul vecchio stereo di Selezione di mio padre quasi istantaneamente mi trovai immerso nell’atmosfera ora paradisiaca ora tempestosa di quei mari incantati, mi parve di percepire la voce dei gabbiani, le storie raccontate dai marinai, il canto tormentato della signora di Formentera, le palme, il sole a picco su queste isole raccolte in un arcipelago da sogno. La visione delle isole fu netta, miracolosa, stupendamente fisica. L’immaginazione, non intesa come miraggio ma come esperienza sensuale, si mise in moto potentemente. Un suono quasi onomatopeico, in taluni casi. Un’opera davvero ispirata, nata probabilmente da un viaggio di Fripp, da un’esperienza concreta, da un felice contatto con mari e ambienti mediterranei.
Islands è, ovviamente, un caso estremo, felicemente riuscito. Non dobbiamo chiedere alla musica di essere necessariamente onomatopeica, non possiamo esigere che rispecchi il mondo, rifletta ambienti, imiti (direbbero i classicisti) la natura, come peraltro qui avviene in forma e modi davvero miracolosi. La musica non deve imitare, ma esprimere i sentimenti che nascono da un’esperienza anche solo virtuale, da un’ispirazione magari improvvisa e folgorante, come spesso accade all’artista di genio. Nulla di più, anche se è già molto.
Debbo dire che quella volta non feci quasi caso alle parole e ai testi, nonostante fossero di un poeta come Pete Sinfield, che poi collaborò anche con la PFM. Semplicemente i testi non mi colpirono in se stessi, erano parte del magma sonoro, si inserivano bene nella massa musicale, tutto qui. Il fatto essenziale è che quelle parole cessavano di essere tali per divenire a loro volta musica, entrando nel “pacchetto” sonoro, divenendone un aspetto organico. Recuperavano la prosodia tipica del linguaggio per amalgamarsi con la linea melodica e la struttura armonica. Cessavano, in breve, di essere parole per trasmutarsi in canto, formidabile sintesi di poesia e musica, melodia portata all’estremo. Nel canto precipitava davvero il rapporto altrimenti astratto e superficiale tra, da una parte, la linea musicale e, dall’altra, un testo che, per quanto poetico, doveva senz’altro subire una radicale metamorfosi artistica.
Quando ascoltai per la prima volta Formentera Lady mi parve quasi di “vedere” quest’isola, o meglio la sua trasfigurazione paradisiaca e, insieme, quasi demoniaca. Percussioni che fanno atmosfera, colmano gli interstizi e sottolineano i passaggi, un sassofono quasi ipnotico, un andamento ritmico insinuante, una melodia dolcissima, docilmente sottolineata da Boz Burrel, voce ruvida a sentirla su Earthbound, ma qui in totale (e prodigiosa) simbiosi con la visione mediterranea suggerita dal brano. The sailors tale è davvero un racconto multiforme: c’è la quiete e c’è la tempesta, la serenità di un tramonto e la rudezza di un’alba. In Song of the gulls, si enfatizza il fattore onomatopeico, sembra davvero di assistere a un volo leggero di gabbiani. Infine, Islands è il brano-guida, il momento catartico. Un’apoteosi lenta del paradiso marino, che prende il via dal canto di Boz, dal pianoforte di Keith Tippet, dal flauto di Ian Mc Donald per divenire paradiso compiuto e finalmente raggiunto nell’a solo di cornetta di Marc Charig, che suggella in un sublime crescendo questo memorabile album concept.
Ero solo un adolescente, ma colsi subito, intuitivamente e un po’ rozzamente, queste sfumature. Erano davvero la testimonianza di come la musica fosse un evento universale, capace di parlare a tutte le età e a tutte le condizioni, pur lasciandosi interpretare ogni volta singolarmente. Sin da allora collocai idealmente questo album nel mio archivio personale, all’interno della mitologia musicale che mi accompagnano infaticabili da sempre. Ne potrei citare molte altre, ma questa mi piace raccontarla perché la trovo attinente al tema: musica o parole. Un’alternativa che, posta così, non fa emergere il terzo incomodo, ossia ciò che davvero rende possibile una sintesi, magari solo parziale, tra i due termini, il canto. L’ho già detto, nel canto le parole “abbracciano” la melodia, il lato significante del segno prende il sopravvento con più decisione; percepisci la prosodia, la musicalità della voce, senti la fusione tra musica e poesia. La voce stessa diviene musica, si fa strumento, assoggettando il concetto a più miti intenzioni. Sembra davvero che la materia sonora riesca a sottomettere le determinazioni logiche, per comunicare ad altro livello, per continuare a significare in termini più intuitivi. Senti il corpo trasfigurarsi eppure essere sempre lì, imperterrito, noncurante, deciso a perdere peso senza tuttavia cessare di essere corpo, materia sonora, gravità. Arte: miracolo di levitazione.
Ciò non paia, tuttavia, un inno estatico. In realtà, il bello della musica è nel porre accanto e nel far “lottare” l’estasi e il tormento, nell’avvicinare l’inavvicinabile, nel “giocare” assieme il paradiso delle isole con la tragedia della tempesta. Non si danno isole felicemente distese sul mare, ma solo complessi arcipelaghi battuti anche dalle tempeste. In Islands questo è chiarissimo. Provate a confrontare il canto della signora di Formentera con l’a solo di Charig. Tragica dissonanza la prima, musica flautata il secondo. Inferno e Paradiso. Voce strozzata e discorde di contro al trionfo della melodia. Il canto angoscioso è in apertura, la cornetta in chiusura, quasi a suggello di un sentiero che è perdizione e salvezza assieme. In mezzo, canti di gabbiani, racconti di marinai, tempeste, bonacce, albe e tramonti, lettere, ragazze di strada. Virtù e tentazioni, piacere e pentimento. Una cosa unisce questi canti altrimenti dissonanti: il loro essere pura vocalità, canti senza parole, suoni puri, essenze. Canto in senso forte, mentre la voce di Boz è solo delicata tessitura, quasi un interstizio.
Ecco, la musica per me è questo. Questo canto che entra direttamente nel cuore senza dimenticare né la mente né il corpo. Non so a cosa servano le parole in questi casi. So che il canto, esso si, può suggerire sia l’inferno sia il paradiso. Il canto, le parole entrate nel magma sonoro, trasformate, divenute musica anch’esse grazie alla metamorfosi artistica.
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