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Autore: occhio

Ballo e scrivo per il tempo
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Abstract: Percorsi e ascolti. C'è il tempo nel tempo, la musica è così sua figlia reiterandolo. A salti giungo, scrivendo e ballando, ai DRM di Haiku. Si sono sciolti, sigh!, ma resta un bel disco, anzi troppo bello per essere vero. Il resto... quello prima, quello dopo... leggete va, se vi va!

Riferimento: DRM


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Certe volte non mi capisco. Faccio qualcosa che appare strano ai miei stessi occhi. Come possa accadere qualcosa del genere  non riesco a spiegarmelo. Su questa terra succede ancora qualcosa di irrazionale, oltre ai miracoli; ne ho le prove e anche questo risulta inspiegabile.
Certe volte riesco a ritrovarmi e a dirmi “è stato così perché anche io ero così, ma ora sono cambiato in questo, e fondamentalmente sono rimasto lo stesso in questo: nel vedere di cercare di cambiare, di dirmi ancora qualcosa che io non sappia, quando poi vorrei tanto non saperla.
Potrà essere tutto una gran fregatura, e comunque sarà servito a qualcosa, a scriverne ad esempio.
Mettiamo che ogni azione si ripeta sotto una coltre di avvenimenti che appaiano nuovi. Mettiamo che tutto sembri ripetezione, e invece  si snodi sornione il cambiamento. Mettiamo che queste due strade paralle vadano un giorno ad incontrarsi, sovvertendo leggi eterne. Sarà la mia fine? Il mio inizio? Cosa? Avrò una spiegazione, così come il mio amore per il folk, il metal pesante, il funky, il rock, il r’ n’ b, la quadriglia, il liscio, gli stornelli e Beethoven (una fissa la mia, Ludving). Capirò perché la musica mi piace o mi sarà… piaciuta.
A proposito, non c’è musica che mi piaccia che non sia vecchia. Non vedo musica nuova, ad ogni modo.
La novità volge verso la morte in tre minuti, lo scandalo in meno di tre, il disgusto può non cessare, la lotta potrebbe richieder la resa.
Infatti, la musica che m’arriva come nuova potrebbe essere vecchia, la musica vecchia nuova.
Esempio pratico di un delirio che mentre scrivo m’appare logico.
Ascoltavo i RATM a sedici anni e mi parevano il massimo dell’innovazionie musicale, anche perché la mia conoscenza era assai limitata, quindi il confine di ciò che era per me nuovo risultava alquanto ampio. Inoltre partendo dai i miei bassi impulsi adolescenziali, credevo nelle schitarrate, ripudiando ciò che mi aveva fino allora cullato, essendo un dolce pargoletto italiano, ovvero la melodia.
Ricordo le discussioni scriteriate che affrontavo con un mio compagno di classe amante dei Beatles. Io bollavo i quattro scarafaggi con la parola conservatori, per colpa sempre di quella benedetta melodia.
Gli anni, gli ascolti, le amicizie, la passione mi hanno sempre e lentamente sconfessato, non mancando di farlo nemmeno su questa valutazione.  Oggi comprendo  che una melodia può essere pura avanguardia molto più che una voce gutturale, un riff scatenato di chitarra, dei rumorismi spaccamaroni. Il segreto mi è stato svelato dall’ Around the world dei Daft Punk, che dio li voglia benedire un giorno. Son certo che lo ha già fatto.
In un percorso guidato dall’istinto, tortuoso e extra-vagante, ho capito pure che i Beach boys non sono ba-ba-ba-ba-ba-ba-banali. La Barbara dei ragazzi del surfin’ è un pezzo avanti Killing in the name. Eppure entrambe hanno segnato moti e rottura. L’ultima il mio tentativo gagliardo di emanciparmi dal nucleo familiare, condividendo traumi urbani a me mai noti, se non per cartolina occidentale. L’altra la mia conciliazione con la musica tutta, senza spartire più piazze, linee e patiboli, apprezzando scanzioni ritmiche, intrecci di gomma, valvole e tasselli, mosaici melodici e via via discorrendo con in testa un ritornello, in mezzo al traffico, sotto la doccia, al lavoro, pillola che salva dallo stress, Mary Poppin’s o come cavolo si scrive che corre ai ripari. Eccomi. Ahhhhhh, fatica.
Ci avete capito qualcosa? Lo spero. Meglio non posso fare ora che mi ritrovo a pestare sui tasti sentendo il fluire psichedelico di Each teach One degli Oneida. Dovrei rispettarmi e scrivere sentendomi. Dovrei rispettare la band di New York sentendola e basta, ma non è il momento di stare in silenzio: parola e opinioni di John Cage, altra bella scoperta. Eh sì, perché “lo strano percorso che ognuno di noi fa, che neanche un grande film…” e cia cia cià – gli 883 qualcosa di sensato dicono. Ci sono arrivato ora, ma provatelo a dirmelo a sedicianni.Perché non uso il passato? A chi piacerà questo pezzo? - non è riassumibile qui. Col solito gioco di rimandi, di curiose pose intellettuali, di stupidi esibizionismi sessuali, di vanghe, di falci, di atroci solitudini, sono arrivato a John. Silenzio. E ritenevo il casino l’unica vera rivoluzione possibile, invece il metal era conservatore e uno che teorizzava il silenzio era geniale. Per chi? per me ora, per me no allora. Ecco che la musica vecchia era nuova, la musica nuova vecchia.
Ma poi la musica mi piace quando l’ascolto e la riascolto, ci familiarizzo.
Caro mio vecchio disco, ho passato con te intere giornate, giornate su giornate fanno ancora giornate, umano troppo umano per dirne ancora del tempo, quindi tempo e metto un punto.
La musica diventa anche abitudine alla fine, quando all’inizio è necessità, spirito che aleggia urgenza. I Nerd appena sveglio e Beck Hansen all’ora del caffè, e se sto scopando i Sigur Ros (ringrazio Zucca per avermi invitato a scoprirli, nonostante non li ami più di tanto ma alla bisogna – anche Writeup a qualcosa serve -) e per ricordarmi di ******* pesco i Radiohead, non metto più su Bjork ke mi rimanda al viso  di quella che mi ha mollato, le piaceva, e scelgo i Jolly Music per un party, e la tipa con cui mi frequento ascolta gli Afterhours e vediamo di farli girare in macchina cosicchè si sciolga prima che mi mandi definitivamente a cagare, ahhh, fumare è  un Tom Waits qualsiasi, small changes mi piace la sera d’inverno e Billie Holiday la notte, l’inchiostro, l’estate.
Non c’è segno che non si veda. Anni7080902000epoiprima. Robert Johnson e Sonny Boy Willianson. Si vedono le rughe ma l’energia c’è, il filling con me anche. Non sono vecchio io che amo queste cose, non sono nuovi loro. Il mondo non cambia, anche se il tempo gioca la sua parte, e bene anche. Il suono scarno, essenziale scivola. Ritmo e voce. Su, andiamo a ballare, in fondo Sonny è la dance d’allora. Solo che affermare, fra i fighetti alternativi, tutti treccine e scarpette di marca, che il disco di Gwenn Stefani è bello, equivale a bestemmiare, mentre discorrere di Sonny è chic, pochi e buoni eletti, intelligenti, intenditori. Mmmmmmmmbah, l’umanità appunto, il tempo che fa perdere la misura.
Così che nella creek di qualche Dawson italiano vestiamo firmati, e, ammesso che ci vada bene, ascoltiamo Guccini (a me poi non piace neanche, amen), altrimenti  puntiamo sui Modena City Ramblers. Ecco la musica nuova che è già vecchia, vecchia di sicuro.
Il tempo cambia le carte in tavola e tutto è sottoposto alle sue leggi e ai suoi inganni – intanto che lui passa, io continuo a chiedermi a chi piacerà sto pezzo. -
Nel tempo mi vedo a pezzi. Mi ridicolizzo.
Ho in macchina l’esordio dei Rage. Adesso l’ascolto in maniera distaccata. Mi piace quella linea di basso, quel tocco di batteria, quella frase nel megafono. Sembro un tecnico del suono. Me lo godo musicalmente. Me la godo musicalmente la musica di questo disco ora.
Ho altre urgenze in questo momento. Altri dischi riescono a riscaldarmi, ad appianarmi, bruciarmi addirittura, placare i miei appetiti. Ma non è solo musica così, così è vita che scorre, tempo che mi rende dallo sconosciuto il conosciuto e, in fondo, con  la musica arriva  dal conosciuto la mia parte sconosciuta.
Non ho ragione di me, vedendomi a pezzi, perso. Cosa è un disco lasciato sul letto? Perché  ho amato Killing puritans di Armand Van Halden? Poi penso. Il suono sporco come reazione alla finta house da salotto. Dopo aver goduto della compressione disco dei Daft Punk, ho capito dove andava parare il suono sul declinare del millennio e cosa non mi andava di vedere e di sentire più. Armand rispondeva alla noiosa house (?) borghese con una produzione volgare, sporca, irritante i palati buoni della chill e della lounge e i tanti figli dei Massive e Portishead, con una Washington singer straniante all’inverosimile sul finale.
Non mi ricordo che ci faccio con il disco dei My cat is alien. Poi mi sovviene che mi ero invaghito del noise, della musique concreta, che cercavo un’Italia diversa, dopo la fuga dai Csi, che mi avevano stancato abbondantemente, e aver cambiato rotta, perso amici, trovatone nuovi, con altre esigenze, vite smagliate, ascolti.
Certo, ho seguito sempre un mio gusto, al di là degli episodi. Identificandomi nella verità pacchiana dell’hip-hop, mi sono appassionato ai Beastie Boys, che con il loro diritto a fare una festa regalerei al tricki della community, - chissà se ha avuto la pazienza necessaria per giungere a questo punto -, le storie strazianti del W-Clan, le derive esistenziali dei Cannibal Ox, le ambientazioni provinciali e avanguardistiche, paradosso-paradosso, dei Clouddead, gli spaziali funk dell’Antipo-Consortium, che hanno coronato anni di frequentazioni warpiane, con sopra tutto il mio amore per l’Aphex- philosofy, che va a coglionare un pubblico ricco e annoiato suonando un trapano, sapendo che verrà indicato come genio, e l’Autechre-soul-ghiaccio, i due saranno rivalutati nel tempo, vedrete quanta musica nuova nei prossimi anni, dinanzi alla loro creatura, apparirà vecchia, stantia.
Quindi cosa c’è di nuovo sotto il sole? Nulla. E si era a soli pochi millenni dalla scrittura e già nessuna novità. Ora va anche peggio.
Quindi cosa sono io? Ammesso nuovo non mi percepisco più, e mi cibo. Mi nutrono i DRM con Haiku. Disco bello, fantastico, italiano. Con uno che canta “eserciti di perdenti si credono dissidenti” sono in pace, perché è sincero. Io sono in questo stato di sconfitta. I tre ragazzi suonano beat essenziali, house italiota virata pop, glicth, soul-malsano, vomito, alienazione in volo, miscela subsonica-in-tiromancino ma meglio perché più in tiro, subdola music in paramenti KidAcidi. Tutto ciò  mi appartiene giacché mi descrive, se mi descrive con disprezzo l’apprezzo. Per chiudere con loro, dico, citandoli: “a me basta questo sono onesto” e ballo, ballo e perdo, perdo il tempo… in danza mai, almeno spero, scrivendone poi ne acquisto.
Ho detto tempo, punto. Così





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