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Autore: occhio
Ridendo di gusto

Abstract: Le canzoni focalizzano momenti. Chi non ricorda la sua infanzia lasciando andare via un sospiro? Chi non ha ammirato la bellezza di qualcuno senza dire una parola, sentendosi piccolo? Allora due canzoni mi rammentano tutta una stagione, delle persone che l’attraversano, degli ambienti che non vedo più, se non nella mia memoria per la prima volta e d’improvviso sempre. Sono state scritte da Renato Carosone. Si intitolano O suspiro e Guaglione. Poi, come se non bastasse, mi divertono un sacco, mi fanno ridere.
Riferimento: Renato Carosone
L’odore della colla e Renato Carosone mi riportano dentro la bottega di Maestro Nino, il vecchio calzolaio del mio quartiere. Al paese, venti anni fa, chiunque si chiamasse Giovanni era Nino e chiunque dominasse un’arte era Maestro. Oramai i diminutivi sono cambiati e gli artigiani non esistono più. Del resto, nessuno ne ha più bisogno. Il calzolaio non ha più mercato. Tutti comprano e buttano e comprano di nuovo. E poi Maestro Nino è morto da un bel po’.
Passando da via Cesare Battisti l’occhio inciampa sempre su quella porticina di legno verde, tutta tarlata. Ci vorrebbe una riverniciatina. Anche il prospetto è malmesso, l’intonaco cade a pezzi. Se fossi bambino mi fermerei a giocare sgrattando tutto. Lo trovavo estremamente divertente, prima. In verità ancora, ma non è consigliabile farlo, ti giudicherebbero male. Poi mi affiora in gola una sensazione d’abbandono, e mi sommerge il desiderio dell’infanzia, la mia, spensierata ed estatica. Sicuramente non è stata così per tutta la sua durata, ma ora la vedo bella e per la prima volta. Più ne rimango affascinato, più mi sento stanco della mia vita adesso.
Ho davanti il tavolino dove Maestro Nino si piegava a lavoro. Marrone scuro, di legno, con le gambe strette ed il piano diviso in sette scomparti. Nei due rettangolari, uguali fra loro e più grandi degli altri posti in basso, c’erano poggiati il bussetto, il punteruolo, la lesina, il vasetto della colla. In quello destro c’era pure una piccola lampada. Gli altri, quadrati e identici, erano sempre ricolmi di chiodini di una sola misura ciascuno. Avevano il lato di quindici o venti centimetri. Sì, credo quindici, perché il tavolino, anch’esso quadrato e parecchio stretto, era l’appendice perfetta del corpo di Maestro Nino, pure lui così minuto e piccolo. Sarà stato un metro e cinquanta non di più. Per me somigliava ad un pupazzo da presepe, perciò mi stava simpatico e mi piaceva vederlo lavorare con le sue mani affusolate, svelte e minute. Aveva capelli bianchi, a spazzola e molto folti per i suoi sessanta e passa anni. Indossava sempre un grembiule nero, e sulle gambe, quand’era seduto sulla seggiola di paglia, aveva un grosso pezzo di cuoio, macchiato della colla e della tinta che impiegava nel riparare le calzature rovinate.
Era furbo e gentile con i clienti. Ci sapeva fare insomma. Io lo conoscevo bene perché passai un’estate intera in quella bottega. Stanchi delle continue lamentele del vicinato per le birichinate che combinavo, i miei mi costrinsero a frequentare quel posto. Un po’ ero incazzato perché mamma e papà davano retta agli altri e non a me, tuttavia l’entusiasmo superò qualsiasi cosa.
Avevo sempre desiderato poter toccare tutti gli strani aggeggi usati da Maestro Nino. Quando ci andavo con mio padre, ne rimanevo affascinato. Loro parlavano del sindaco o del macellaio all’angolo mentre io toccavo il cuoio, le scarpe tutte in fila intorno le quattro mura della minuscola stanza, con i nomi dei piedi scritti usando quei pennarelli neri dalla punta grossa, su di un pezzo di carta fissato all’interno della suola. Io ero proprio curioso e qualche altro al suo posto mi avrebbe sgridato senz’altro, approfittando anche della presenza di mio padre. Lui no, e questo mi piaceva. Osservandomi attentamente, continuava a parlare. Di tanto in tanto taceva e inclinava il capo da un lato. Mi puntava con i suoi occhi stretti e neri, densi sotto le spesse lenti degli occhiali che indossava per vedere da vicino, ed io allora capivo che dovevo darmi una regolata. Mi fermavo, poi rimettevo tutto a posto, cosicché lui ricominciava a parlare e lavorare. Parlava e lavorava. Non si fermava quasi mai, al massimo rallentava. I clienti amavano questo suo modo di fare. Lo ritenevano una persona onesta, che non perdeva tempo, nonostante fosse tanto disponibile.
Mi impressionava la sua pazienza. Io non ne avevo. Il cuoio non è materiale facile, eppure lui lo toccava quasi fosse creta. Lo puliva con la saliva, se lo rigirava fra le mani, carezzandolo, poi di colpo ne trinciava via un bel pezzo e lo andava ad incollare sotto il tacco di qualche scarpone consunto. In queste operazioni stringeva le labbra molli, che lasciavano intuire la sua quasi totale mancanza di denti, conferendolgli un’espressione tenera. Ed era veramente simpatico vedergli spuntare dalla bocca i chiodini, scelti accuratamente in base allo spessore della suola. Lo si sarebbe detto innocuo, incapace di qualsiasi cattivo sentimento. Invece no. La sua malizia ogni tanto luccicava dagli occhi incavati sopra zigomi dei più sporgenti. Quando veniva un cliente che non gli piaceva proprio, lo salutava in maniera allegra, e dopo che quello era andato via bestemmiava e gli augurava le peggiori sciagure. Se io guardavo verso di lui per interrogarlo, diceva solo – Devo mangiare -.
Fra i nostri clienti c’era il ragioniere del Comune. Prendeva il suo stipendio fisso e stava bene. Tutti gli facevano dei gran salamalecchi, in strada. Ragioniere, Buongiorno - Buonasera ragioniere. Era fra quelli che a farsi chiamare col titolo godono. Con lui Maetro Nino aveva avuto diverse volte a che fare. Prima i tre anni di scuola elementare frequentati assieme, poi la leva obbligatoria, infine vicini di casa per un paio d’anni, finché il ragioniere non decise di trasferirsi in uno dei nuovi condomini costruiti appena fuori il paese. Lasciò vuota la vecchia casa in via Campanile, alle spalle della Cattedrale, perché, disse, non voleva impicci, con nessuno. Già solo per questo Maestro Nino lo reputava un fesso, e comunque non aveva piacere a parlarci. Si limitava a poche frasi, striminzite e di rito. Come va in ufficio? A casa? La figlia studia? Ah, l’università, bene. Allora è brava. Avrà preso dal padre. Nonostante sapesse che il ragioniere era un gran bel ciuco, puntualmente chiosava in questo modo. Dopo consegnava e intascava i soldi. Le cose andavano sempre più o meno così, eppure una volta sfuggirono al rituale.
Era una prima sera con cielo rosso, arancione e turchese. Sulla soglia fumava la sua Nazionale, come sempre a quell’ora. Diceva che non poteva evitare questo piacere della vita. E io gli chiesi che cosa fosse. Lui mi rispose una cosa che dà il gusto di viverla. Io ancora gli chiesi se c’era qualcosa altro che gli dava questo piacere, che a me per esempio c’era il pallone e il mare. Mosse il capo indicando la moglie del Sindaco, che passava davanti a noi proprio in quel momento, con indosso un prendisole bianco e rosso, un paio d’occhiali scuri, come la sua pelle e i suoi capelli. Io non andavo d’accordo con le ragazzine, ma quella donna alta e formosa piaceva anche a me, e annuii.
- Donna Assunta, buona sera. - Lei fece un sorriso per rispondere alla cortesia e tirò dritta e fiera, ancheggiando. Nel pieno delle sue forze vitali riempiva la strada. Era tanto bella e femmina che io rimasi a bocca aperta, M’arrivò una manata dietro la nuca, improvvisa. Fece per ridere e disse - Rientriamo va! -
Iniziò a canticchiare, ovviamente lavorando seduto al suo posto. “Tu quandu passi me fai venni na mossa, oh bocca rossa che sfiziu de vasà. Tu no lu sai ma chistu core mia suspira e fa ahhh… sei na bontà. Pe st’occhiu nero impazzisce o gelatiere, o ragioneire no riesce a ragionà.” E sul finale della strofa apparve il ragioniere del comune, giustappunto.
- Ah, siamo allegri oggi?
- Allegri, allegri… si va avanti va!
- Che c’è? non sei contento, Mesciu Nì?
- Eh, qua, ragioniè, sempre meno gente aggiusta le scarpe.
In piedi di fronte a Maestro Nino, il ragioniere gongolava. Sorrideva a labbra strette, compiacendosi e ondeggiando sulle punte avanti e indietro, come i preti di campagna.
- Ma l’hai vista la moglie del Sindaco?
- Eh, cosa? Ma aveva già capito, il suo volto era mutato. Serio, drizzò la schiena.
- Non l’hai vista passare?
- Chi…? Donna Assunta? Ah sì.
- E non è bella?
- Mahhh???… sì. Il ragioniere allungò il collo, cacciò fuori il labbro inferiore e sbuffò.
- E insomma la vita non è per tutti uguale, o no?
- Io sto bene così. Si stava irritando. Scuoteva la busta di plastica nella mano destra velocemente, sollevando un rumore fastidioso. Io stavo seduto per terra, e osservavo la scena attento.
- Ah, io pure. Ma potrei stare meglio. Potrei avere vent’anni o l’eta sua, disse indicandomi con il mento.
- Io sto tranquillo.
- Ehhhh… ma con quella c’è poco da sta’ tranquilli.
Il ragioniere rimase in silenzio, mosse solo la testa quasi per dire sì.
- Mia moglie fra un’ora mi prepara un bel piatto di fave e anche io sto bene. Un bicchiere di vino e a letto steso. Ah, questa è vita!
- Comunque sono venuto a portarti queste. Sul deschetto poggiò un paio di scarpe nere di vernice.
Maestro Nino ci buttò l’occhio, ma continuò a tagliare il cuoio.
- Allargale. Mi vanno strette.
- Come strette?
- Sì, ai lati.
Una alla volta le esaminò sotto la lampada da trenta volts che aveva sul tavolo.
- Mbah… ma sono tue?
- Certo. Il ragioniere fece un passo in avanti. Non aveva gradito. Teneva uno sguardo fisso, concentrato.
- E che ci fai con le scarpe di vernice tu? Maestro Nino prese a guardarlo dal basso verso l’alto. C’era poca luce sul suo volto, le rughe parevano profondissime. Invece il volto del ragioniere era sfumato. Liscio e grigio dal mento fino a metà naso, poi spariva. Non vedevo più la sua calvizia incipiente. Era sera inoltrata fuori.
- Perché?
- No, niente. E che non le hai mai portate.
- Come fai…
Il calzolaio ritornò sulle scarpe e lo anticipò con fermezza – e che so le scarpe di tutti qua -
- Hanno venti anni. Sono del mio matrimonio. La voce del cliente si era fatta nasale, innaturale.
- Ah… certo che ne capivi di scarpe allora?
Il ragioniere non disse nulla e abbassò solo le spalle. Poi si riprese tutta la sua altezza e aprì bocca: - riesci sì o no ad allargarle? -
- Sì, ma si potrebbero rovinare.
- Va bene, va bene. Dammi qua.
- Guarda che…
- Dammi.
Ora si guardavano nuovamente. Il ragioniere allungò la mano destra con aperta la busta. Maestro Nino fece scivolare le scarpe dentro, con lentezza. Scuoteva il capo mentre il ragioniere annuiva, muovendo la testa freneticamente avanti e indietro, restando impalato.
Uno riprese a lavorare, l’altro andò via.
- Abbiamo perso un cliente, mi disse senza smettere di maneggiare i suoi strumenti, senza guardarmi.
Allora chiesi – ma Donna Assunta non viene mai qui? -
Fece no, poi cantò “e passa e spassa sotta stu balcone ma tu si guaglione tu no canosci e femmene si ancora cussi giovane tu si guaglione ca ta misu an capu? ca tu vo lu pallone. che vonne dì ste lacrime? vattine no me fa ridere. corri nbraccia tu mamà no fa scemu piccirì dille totta a verità ca mamà te po’ capì.”
Maestro Nino si voltò verso di me, cantando e ridendo, ridendo di gusto. Lo vidi sdentato, chiaramente.
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