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Autore: ismael
Ecstasy. Agosto 2001, montagne piemontesi

Abstract: Con un tema così, era chiaro che in molti avremmo parlato d'amore... A voler essere sinceri, per gli altri momenti e le altre canzoni, bisogna pensarci un minuto in più.
Riferimento: Lou Reed
Ci siamo lasciati da un po’ di mesi, ma ci vediamo ancora. Lei ci pensa ancora. Io andavo in montagna, ad Agosto, e lei mi ha detto: Portami con te. Io la vedo sempre bellissima, non è questo il problema. Ho dovuto ammettere che c’erano tante cose che non funzionavano, e le ultime sere a casa sua andavo sul balcone da solo perché avevo bisogno d’aria.
Appena usciamo dall’autostrada e prendiamo la statale, e imbocchiamo la valle, lei smonta e fa guidare me. La montagna è il mio territorio, l’autostrada era il suo. Ascoltiamo Ecstasy di Lou Reed. Lou Reed, immagino che sia una di quelle tante cose che le ho dato e mentre sta con me sono al centro della sua vita, e appena starà con qualcun altro non saranno più niente. Lei è fatta così, ma anch’io non mi sento onesto, perché è chiaro che siamo tesi verso un futuro diverso e non lo riconosciamo. O almeno, io che lo so dovrei spiegarglielo. Io in Val Gesso ci sono già stato, da solo, e ci torno per mostrarle un posto che è mio, quando è già finita, e ci torno perché lì voglio ambientare un romanzo che parla di un’altra - alla fine lo butterò via.
Guido la sua macchina su per il fondovalle. Alzo il volume dell’autoradio perché ho abbassato il finestrino, e godo l’odore dei pini, finalmente, e c’è un sole meraviglioso, e questo di Lou Reed è un disco splendido per me, mi piacciono tutte le canzoni, ma Ecstasy, proprio, con il basso che comincia, tiene un pedale e lo varia sempre un poco e la chitarra sincopata in contrappunto, aperta, tropicale quasi, poi entrano gli archi, e la voce a metà fra cantato e recitato di Lou Reed non posso neanche mettermi a dirla. Fumo col finestrino abbassato e l’aria in faccia, ascolto l’autoradio, mi godo i pini, l’odore, l’estate, le Alpi, il bello di ritornare in quel posto, il sole, alzo ancora il volume. Anche lei fuma, credo. Se prima parlava, adesso non mi sembra. Lei in questo momento non c’è più, di fianco a me. Non la vedo. Non so cosa ci sia.
A Sant’Anna di Valdieri parcheggiamo, ci mettiamo gli scarponi da Trekking, compriamo della roba da mangiare che resista qualche giorno, la distribuiamo negli zaini. Lascio la cartina nella tasca del mio zaino perché so quale sentiero devo prendere, e saliamo.
Quando si cammina in salita, capita, con i passi e con il fiato, o solo col pensiero, di ripetere e variare una canzone. Può durare tutto il giorno, più giorni, perdere il tempo e ritornare in un passaggio simile, davanti a una certa radice scavalcata. Per quattro giorni a me resta in mente Ecstasy.
Facciamo il sentiero a ritroso, rispetto alla volta in cui ci ero venuto da solo. Le cose mie, le avventure private, sono di quella volta, sono forti e più che raccontargliele non posso, ma non ho voglia di farlo, è fastidioso. Vorrei che lì fossimo noi due, fossimo pari. Ma non è così. Il bagno nell’acqua gelida di un lago alpino, un francese con i baffi da belle époque, un camoscio morto, gli avvoltoi di quei posti, i gipeti; il mio portafoglio perso in un ghiaione, risalito invano per cercarlo e ritrovato il giorno dopo da un signore raro. Adesso sto solo rivedendo per poter descrivere, sto facendo una cosa spostata, la parafrasi di un viaggio. Le faccio vedere dei posti stupendi, quei monti che mi piacciono perché ogni curva che giri cambia il colore dei sassi, il calore, la luce; vediamo i camosci e gli stambecchi. Mi dice alla sera che suo padre, portandola a pescare, si arrabbiava con lei perché faceva rumore e scappavano i pesci. Non me lo aveva mai detto e me lo dice adesso che non stiamo più insieme, e mi resta impresso, come un dettaglio strano e importante, da retrodatare, come se me l’avesse detto un qualche pomeriggio sotto le coperte. Ci abbracciamo, la seconda sera, mangiamo le zuppe e beviamo il Genepì, giochiamo a carte con degli sconosciuti che essendo in montagna diventano subito la nostra famiglia, che bel caldo, e ci ubriachiamo, e alle pareti di legno del rifugio ci sono le foto di una pianta che fiorisce una volta ogni trent’anni. Ma lei è con me e io non sono con lei. Dentro non c’è posto per dormire, inciampiamo in ciabatte per tornare al buio accanto al lago, sotto un tendone di plastica blu, che l’altra volta non c’era. Il rumore della cerniera robusta e quell’odore di plastica che si apre è perfetto e significa vacanza.
Ci abbracciamo infreddoliti e partiamo, le mattine successive, e il sole ci spunta in faccia, allora ci togliamo le giacche e spalmiamo la crema. È al sole e su un pietrone bianco che ricordo l’abbraccio più difficile, dove lei dice che dovremmo riprovare e io dico che non mi sembra il caso.
L’ultimo giorno passiamo nel punto in cui qualche anno prima avevo visto il camoscio morto e i gipeti pasteggiare sul suo corpo.
A ogni ruscello riempiamo la bottiglia. Il sole scuoia la testa. Calcoliamo di aver bevuto cinque litri d’acqua senza mai pisciare, eccetto due gocce gialle e dense. Il cielo è blu, infilzato da guglie tignose e senza nome, che nascondono gole riarse. I gracchi volano da un corno all’altro. In mezzo alle pietre i pini morti giacciono come carcasse di navi salate, come carcasse di mostri marini.
Scendiamo, fino al Pian della casa del Re. Lì finalmente ci sono dei prati e dei pascoli verdi e l’erba è umida, il torrente riflette la luce, è davvero bello ad arrivarci dall’alto, scendendo. È molto più bello che nel senso opposto, come l’avevo fatto l’altra volta. Forse adesso sono con lei. Lei ha male a una caviglia, io l’aspetto, è il nostro ultimo giorno. Quando arriviamo alla strada sterrata, non ce la fa più a camminare. Le dico di aspettarmi lì all’ombra. Andrò alla macchina e verrò a prenderla.
Ci metto quasi due ore a tornare in paese. C’è di nuovo l’ombra dei boschi, le case dei villeggianti nascoste nel fresco, un ponte di tronchi, un paesino che non è ancora il nostro, le terme domenicali. Cammino e strappo i lamponi dalla scarpata e mi perdo in qualche dimenticanza, però ogni tanto penso a cosa pensi lei da sola lassù mentre mi aspetta, a cosa fa. Forse sono con lei adesso.
Quando entro in macchina riaccendo l’autoradio, e c’è di nuovo Ecstasy, il disco, che riprende, e guidando mi perdo in qualcosa di indistinto, come un luogo possibile che non afferro. Salgo lentamente, ritorno da lei. Mi vede e si alza dall’erba. Carichiamo in macchina gli zaini, ci voltiamo, riprendiamo a scendere nella polvere. Volto la cassetta e l’ascoltiamo ancora. Ci fermiamo lungo la via a caricare due tipi gioviali che avevamo conosciuto giorni prima in un rifugio. Abbasso il volume dell’autoradio. Dicono montando che saranno nel Parmense, per una due giorni di trekking, a settembre - La Pietra di Bismantova, che avete da voi, ci dicono, che posto meraviglioso - Vi piace camminare!
Ci vedremo, sicuramente, dalle nostre parti. Ecco di nuovo Ecstasy, il pezzo preciso. Quando ritorna, a volume basso, ascolto oltre a quello anche i tipi che ridono con noi - potrei ridire il punto esatto in cui ritorna, l’angolo della curva e com’è storto quel pino che si affaccia - Forse ad ottobre, ci dicono loro, saranno da qualche altra parte, un gruppo di escursionisti tranquilli, belle passeggiate, lì vicino - Vi piace camminare! Ci rivediamo, sicuramente. Sembra scontato rivedersi, in quella rarefazione, in quell’importanza che prendono gli incontri su un sentiero di montagna, e sembra scontato che lei sia lì al mio fianco, ascolti Lou Reed e si diverta, e faccia progetti sull’idea di rivedere con me quei due signori - e invece quel potere che ho sui suoi sentimenti e quella ovvietà di averla al fianco, che mi ascolta e mi parla convinta, e vuole passare del tempo con me, non ci saranno mai più.
A Sant’Anna di Valdieri ci prepariamo al ritorno. Ci fermiamo in un bar. Tolgo la cassetta; uscendo teniamo spento.
Ce ne andiamo mentre il sole abbandona il fondovalle, e le case bianche e nuove dei turisti. E dalle case, ancora in costruzione, squillano le voci di chi domani continuerà a svegliarsi lì, e noi siamo tristi di andare.
C’è quella luce tagliata e quel tipo di aria fredda di quando ritorni dai monti e ritrovi l’asfalto, e sta finendo tutto, giorno compreso, e vorresti ancora non esserti alzato.
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