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Autore: b.e.a.
Mi ripete

Abstract: Arance
Riferimento: Fiorella Mannoia
Prima di dormire, pregavo. A scuola, mi avevano detto che si doveva fare così. Lo facevo in segreto, col cuore, quando ancora il solo fatto che me l’avessero insegnata, mi pareva garanzia che una cosa fosse “una cosa giusta”. Avevo inventato una preghiera. “Gesù, Ti prego, proteggi…” , seguiva una lista di nomi e di immagini. Di cose. Mi sforzavo di ricordare tutte le persone che conoscevo o quelle che, semplicemente, avevo visto una volta, per sbaglio. Magari, nell’elenco, c’era una faccia incontrata sull’autobus, la signora del lavasecco, l’amica della nonna che aveva telefonato, la portinaia. E c’era la faccia su una cassetta, perché, dall’altra stanza, arrivava una canzone. E io aggiungevo. “Gesù, Ti prego, proteggi” tutte le persone che so, per certo, che esistono al mondo; tutte quelle che mi ricordo falle esistere ancora!.
La prima della lista era sempre mia madre. Francesca non mi stava simpatica e la tentazione era quella di far finta di dimenticarla, ma poi dicevo “Gesù, va’ là, proteggi anche lei!”. Se vuoi… Mi sentivo un bel po’ tranquilla a salvare quella moltitudine di gente ignara. Mi costruivo un mondo uguale per sempre. Non potevo continuare all’infinito con tutti quei nomi, ma me ne veniva in mente sempre un altro e un altro ancora da aggiungere e non ce la facevo ad abbandonarlo a se stesso, soltanto perché avevo sonno. Mi verrebbe da prendermi in braccio, quando penso a quante volte ho protetto quella cantante, solo perché mia madre aveva una sua cassetta in macchina…
Ed ho pianto, in un bar, per una torta di riso. Dove sei? Mi manchi a non chiamarti più. A morire così. Ed ora com’è più buona e più dolce di quell’altra, identica, la tua. Che tu facevi per me. Che tu non farai più. Ritorniamo, portati dalle cose. E una canzone già si porta dietro una faccia. Da aggiungere. E quante cose si porta dietro una faccia!
Il sole sulle arance, un campo smosso, il gioco composto di un monello che salta e poi ricade, un autunno che ride sommesso, un borbottare rosso di fontana: i capelli.
Piana di raso, nuvola che “nevicherà”, silenzio disteso, sasso di fiume, un fiume: la pelle.
Uno schiaffo di carta, un carnefice all’età di sei anni, una fionda d’acqua: gli occhi.
Un furto di caramelle, una rapina svelta di notte, valutazione azzurra: lo sguardo.
Una bambina distesa alla primavera: il naso femmina, magro. Clima temperato caldo, rotondità di pastello: la bocca.
La cantante sulla cassetta. La sua faccia.
Ed è la stessa canzone che “sono io in moto”, solo perché stavo scappando, quel giorno. Con tutti quei nomi e tutte quelle arance nel cuore. Ascoltarla è scappare ancora. Le gambe mentre smettono appena di tremare, le spalle come in un fuoco. La mia fretta di perdermi, di arrivare alla desolazione di rivolermi, ora. Ascoltarla è quel pomeriggio. Nelle note, c’è ancora l’asfalto e i miei guanti da piangere, a pensare quanto erano neri e di lana.
Sono così accessibile a me stessa di allora che potrei accompagnarmi fino al viale in fondo, tra le case, reggendomi forte.
La musica mi ripete. Ma dove sono? Mi manco a non pregare più. E così stanotte… Questa notte non si dorme. E con la luna sciolta sulla siepe, mi sono accorta che il buio non è così buio come dicono. C’è forse troppo luce, anzi! E questa musica ha occhi ancora troppo miei, per dormirle addosso e non scappare un po’ e, ad un tempo, non avere pochi anni. La vita, così cantata, mi ruba il tempo e mi confondo. Mi confonde avere le mani più grandi e le stesse note.
Controllavo che dietro le tende non ci fossero i lupi e si ascoltava di là, tra i grandi, questa canzone. Questa, di ora. “Gesù, ti prego, proteggi.”
Questa canzone sa di chiave e di me a non dormire per via delle cose, per la moltitudine delle facce e la troppa vita. E mi tiene ancora sveglia, anche se, ora, la faccia è una.
La torta di riso mi fa piangere.
Le cose rimangono, se le cerchi. La musica è la mia stanca valigia e le cose dentro. Rimane l’insonnia e così, come canta lei, mi verrebbe da pregare, stanotte. Io che non credo più in niente. Come si cambia a rimanere gli stessi… E pensare che oggi direi “Gesù, va’ là, proteggi anche mia madre”… E questa voce. E la memoria. Poi, se vuoi, fammi esistere ancora. Se qualcuno sa, per certo, che esisto già.
Beatrice Zerbini
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